LASAGNE A TEHRAN

marzo 31, 2012 § 13 commenti

Racconto Giallo

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La sveglia suona alla solita ora. Ho un attimo di perplessità, non avendo ancora scacciato il sonno e con la mente intorpidita. Oggi è festa, accidenti non ho scollegato la sveglia; mi rimetto in posizione cercando di ritrovare il sonno ed il filo dei sogni.

Mi rigiro,ma il sonno non arriva. Dalla finestra entra un fiotto di luce che si fa sempre più intenso,i rumori non sono i soliti ,vi è una strana pace, la città si è svuotata, la megalopoli respira, nelle sue vene non scorre il solito traffico caotico, le macchine sono rade, i clacson tacciono, anche i motori sembrano più quieti.

Mi costringo ad alzarmi e mi butto sotto la doccia, mi rado e cerco di riprendere forma, sono le 8.00, una giornata davanti ,non ho fatto programmi, la casa è silenziosa , tutto sembra in una dimensione particolare, dilatata con i contorni sfumati. Mi preparo la colazione, gesti forzatamente lenti come se volessi controllare il tempo. Decido di uscire, di andare a godere di questa mattina luminosa, la città è mia.

Mi vesto e scelgo cose comode, informali, fuori dalla finestra una voce con il megafono ,una frase ripetuta, cerco di capire, c’è un pick-up, un paio di uomini in male arnese, sgomberano ripostigli. Mi ricordo che a casa mia ci sono gli ombrellai che girano per le strade, facendo gli stessi versi.

Esco e nell’atrio incontro il portiere e ci scambiamo la solita sequela di saluti tipicamente iraniana mi rende noto che è festa e perciò niente lavoro,.e già..

La strada è deserta, m’incammino per raggiungere la Valiasar ,la strada metropolitana più lunga del mondo e normalmente una delle più trafficate. Poco più avanti c’è il solito pakistano che con una canna d’acqua lava il tratto di marciapiede di pertinenza del palazzo dove lui ha le mansioni di aiuto portinaio, svolge coscienziosamente il suo lavoro non tralasciando neanche una piccola parte di marciapiede,  io sono costretto a scendere in mezzo alla strada dove si è formato un rigagnolo che corre impetuoso lungo la discesa. Mentre cerco di evitare le pozzanghere ,lui mi saluta e anche lui si sproloquia in una serie di saluti formali ed un tantino ipocriti, per loro è strano che uno straniero risponda in farsi.

Un paio di gazze atterrano una decina di metri davanti me, non ho mai visto tante gazze in nessuna  parte del mondo come a Teheran   ,sostituiscono con le tortore i nostri piccioni, si mettono a beccare un sacchetto e ne estraggono della carta d’alluminio che emette bagliori nel sole, litigano un po’ tra loro finché una non si alza in volo con il suo tesoro nel becco e sparisce tra le fronde degli alberi. Mi fermo a guardare quella rimasta  che con il lungo becco cerca di squarciare alcuni sacchetti di spazzatura , e brutta ,con il corpo di un grigio cupo e la testa nera, occhi che non stanno fermi un attimo ,poi si accorge di me , emette un paio di volte il suo verso sgraziato e vola via e io mi rimetto in cammino.

La Valiasar è praticamente deserta, solo alcune vecchie “peikan” arrancano in salita con i motori eternamente imballati, i pedoni sono rari, guardo verso il parco e vedo che gli irriducibili della ginnastica sono già all’opera.

I negozi sono ancora chiusi, mi dirigo a nord e percorso circa mezzo chilometro arrivo davanti al negozio del vecchio ebreo che vende pezzi di antiquariato e chincaglieria varia, lui è già all’opera e io entro sperando che nell’ora mattutina sia più ben disposto e non come al solito scontroso.

Il vecchio ebreo potrà avere poco più di 80 anni con la classica cuffietta sulla testa e una barbetta ispida, stamattina indossa un gilèt nero su un’ampia camicia e un paio di pantaloni a sbuffo con le immancabili ciabatte . Si muove lentamente cercando di spostare qualche pezzo in un ordine improbabile dato che il caos regna sovrano, tra i vari strati di oggetti come in ere geologiche , guarda e mi riconosce e mi lascia curiosare tra le sue cose .Vi sono molti pezzi di cui non conosco l’uso ne tanto meno se hanno una funzione precisa, qualcuno ha un aspetto piacevole, in un angolo scovo un vecchio lume a olio in ottone con strane scritte in rilievo che mi sembrano in cirillico. Provo la funzionalità del movimento dello stoppino che sembra rispondere alle mie sollecitazioni , il vecchio mi si avvicina e mi porge il classico vetro da porci sopra  e ne ammiro l’effetto, si mi piace, ed ora arriva la parte del prezzo e della trattativa. Il vecchio è un osso duro si regola l’apparecchio acustico e inizia la pantomima, lui è povero e non ci guadagna niente e così via. Io ho imparato le tecniche e dopo una decina di minuti concludiamo con una stretta di mano l’estenuante battaglia ,per poco più di una dozzina di euro mi sono portato via un bel pezzo che farà la sua figura in qualche angolo della mia casa. In questi rapporti di compravendita la base è che chi compera sia soddisfatto e che sia convinto di aver fatto un buon affare e chi vende altrettanto e io ero soddisfatto e il vecchio anche , avevo visto un sorriso sul suo volto.

Attraverso la strada e decido di andare verso il parco, fatti poche decine di metri vengo assalito da un odore penetrante di verdure bollite e altro indecifrabile, trattengo il fiato e sorpasso questo sgabuzzino che vende la sua brodaglia in scodelle dall’aspetto poco invitante, chissà come saranno state lavate, alcune teste di pecora sono in mostra in una bacinella ,per gli iraniani sono una delizia, io non sono neanche mai riuscito ad avvicinarmi .

Mentre ripenso a quella brodaglia nella mia mente si materializza l’immagine di un piatto di lasagne con la besciamella che deborda dai vari strati di pasta e il ragù che rosseggia , ne percepisco il profumo e le mie papille gustative entrano in agitazione e mi sembra di sentirne il gusto, ho l’acquolina in bocca, la mente si satura e si bea della visione , ho come una sensazione di piacere .

In automatico penso alla lista degli ingredienti, è tutto reperibile, cosa ho in casa ,cosa mi manca. La decisione è presa oggi mi esibirò nella preparazione di una teglia fumante di lasagne.

Bene , lasagne prima di tutto poi carne macinata per il ragù e pomodori freschi , latte e farina per la besciamella , sottilette e mozzarelle. I negozi stanno aprendo e riesco velocemente a procurarmi gli ingredienti, manca il prosciutto ,per  motivi religiosi è impossibile trovare salumi con carne di maiale, ne farò a meno

Mi avvio verso casa e la salita si fa dura con le borse della spesa e la lampada a olio , il palazzo ha la tendenza ad allontanarsi quando si percorre questo tratto di strada e sembra che la distanza aumenti invece di diminuire. Finalmente arrivo davanti all’atrio e come al solito i portinaio sta giocando con l’acqua innaffiando le piante e le aiuole spennacchiate, mi si rivolge con i soliti saluti ai quali mi sottraggo con un semplice “Hello” ,ora che ho scelto il menù non vedo l’ora di metterlo in pratica.

Butto le scarpe dove capita e le borse della spesa sul bancone della cucina, una strana euforia mi pervade.

Metto sul gas l’acqua per scottare i pomodori e eliminare la buccia, mi accanisco con un trito di cipolle e carote con un gambo di sedano, quando ritengo che il grado di finezza sia sufficiente preparo un tegame con i bordi alti con olio extravergine e faccio soffriggere il tutto, nel frattempo passo i pomodori “pelati” nel passaverdura ottenendo un composto profumato, la cipolla è imbiondita e butto la carne macinata, facendola rosolare ,aggiungo il pomodoro, un po’ di peperoncino sbriciolato.

Metto il coperchio e  .abbasso il fuoco, ora c’è da aspettare…

Nel frattempo mi do da fare con la besciamella: tre cucchiai di farina in un litro di latte quando raggiunge una certa densità è pronta, riduco la mozzarella a grumi in modo da poterla distribuire, grattugio una buona quantità di grana  e imburro la teglia, tutto è pronto ,solo il ragù ha bisogno di ancora un po’ di tempo.  Assaporo i vari odori e pregusto già il risultato finale.

Normalmente preferisco arrivare e trovare pronto ma qua il cucinare è un modo di impegnare il tempo in maniera costruttiva ,non ci sono impegni impellenti, dopo il lavoro qualsiasi cosa è un modo per spendere il proprio tempo.

Finalmente il ragù ha raggiunto la consistenza richiesta e mi accingo a creare: .uno strato di ragù la pasta un altro strato di ragù besciamella e formaggi e così via fino all’esaurimento della pasta e la teglia è completa  il forno è caldo, metto dentro la teglia e sto in attesa della cottura .

Guardo fuori dalla finestra e noto un capannello di persone che discutono animatamente e non riesco a capire il motivo del contendere, le voci si fanno alte e altre persone si aggiungono, cosa starà succedendo?

Nel frattempo il profumo della cottura esce dal forno e aleggia nell’aria, il mio collega arriva in cucina all’alba del mezzogiorno con gli occhi gonfi di sonno e il naso all’insù cercando di capire di che tipo sia il profumo che aleggia e da cosa provenga ma non essendoci niente sui fornelli è perplesso, mi vede accanto alla finestra e si unisce a me volendo sapere cosa succede, ma non so dargli una spiegazione.

La situazione all’esterno è sempre tesa e vedo tra i partecipanti il nostro portiere e un inquilino brasiliano che abita alcuni piani sopra di noi.

Suona il campanello del timer ed estraggo la teglia fumante, la tavola è già imbandita e mi accingo a preparare le porzioni ,a quel punto suona l’allarme, ci guardiamo attorno disorientati e una voce dal citofono ci dice di scendere fuori dall’atrio, non sapendo bene cosa ci sia in corso scendiamo leggermente preoccupati, scendiamo e ci ritroviamo fuori. Arriva l’amico Fritz uno svizzero che lavora dove lavoriamo noi ma per un’altra compagnia, alcuni colleghi, una congrega di indiani, un paio di brasiliani che lavorano per una compagnia petrolifera. Le chiacchiere si perdono nel vuoto nessuno sa niente, esce il giapponese che lavora in ambasciata  con la moglie e si mette in disparte ..carino ..ha un curioso paio di pantaloncini rossi con dei grossi fiori gialli, parla fittamente con la moglie.

Ecco dall’atrio esce anche la signora di colore che lavora per l’ambasciata dello Zimbabwe, ha gli occhi spiritati e pieni di paura.

Gli appartamenti dello stabile sono venti ed alcuni sono vuoti, praticamente tutti gli inquilini sono qui, non riusciamo a capire il motivo di questo allarme. Mi guardo in giro e vedendo tutte le nazionalità rappresentate in questo piccolo microcosmo mi viene alla mente la torre di Babele…

Finalmente l’allarme cessa, in un appartamento era scattato l’allarme antincendio ma fortunatamente non era niente di grave .

Saliamo al nostro appartamento pregustando quello che ci aspetta, una teglia fumante di lasagne, la porta è aperta ,forse nella concitazione l’abbiamo lasciata aperta, lo sguardo corre al bancone …le lasagne sono sparite……caspita ….andiamo a controllare nelle stanze ,non manca niente

Ritorniamo nel salone ,le lasagne sono proprio sparite ,uno scherzo dei nostri colleghi? Saliamo ed elaboriamo una scusa, ”hai mica una cipolla” ci introduciamo, .ma sul tavolo c’è una pastasciutta …niente ….non è uno scherzo……pensiamo all’amico Fritz …stessa scusa ……niente …….Non ci viene in mente altro, con gli altri non abbiamo confidenza, chi sarà stato? Un giallo, un furto di lasagne. Girovaghiamo per lo stabile, ed ad un certo punto nel seminterrato si sente un vago profumo , insolito per quel -2, regno del portinaio e dove lui abita in una stanzetta.

Apriamo di improvviso la porta ….ecco….il portinaio e i suoi tre figli…intorno al tavolo……

Lui si gira e ci porge la nostra teglia, vuota, hanno fatto sparire il corpo del reato e senza quello il reato non esiste. Senza dire una parola saliamo nel nostro appartamento guardando tristemente la teglia vuota. Ci guardiamo in faccia  e mettiamo sui fornelli una pentola d’acqua, ci faremo una bella carbonara  ma se suona l’allarme ce la mangeremo in strada.

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Essere

marzo 29, 2012 § 35 commenti

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Essere un desiderio a metà,

senza più, una bugia

Io sul filo, in equilibrio

tra il giorno e la notte

Sarò l’ombra, di nessuno

sarò al fianco di qualcuno

Ancora un’ombra, senza età

Coltiverò i miei dubbi…

Raccoglierò le mie certezze

amerò la donna, come me

che ogni volta,

cambia pelle,

cambia idea,

cambia vita

che un giorno, è sull’asfalto,

un altro giorno, è fra le stelle

un desiderio a metà,

l’altra metà

quante volte la
realtà

non da.

Yemen , incenso e mirra

marzo 28, 2012 § 22 commenti

L’occasione arriva propizia, alcuni giorni di lavoro in Yemen, sono già alcune settimane che mi trascino in cose di routine e questo è uno stacco, accetto e senza prendere alcuna informazione sul paese mi dedico solo al tipo di lavoro.

Viaggio con scalo a Doha in Qatar, finalmente si sono decisi a rifare il terminal, prima era scandaloso. Alcune ore di attesa e poi in due ore e mezza si arriva a Sana’a. Aeroporto internazionale di altri tempi, coda per il pagamento del visto e oltre la barriera della polizia siamo attesi con i soliti cartelli, siamo in tre , altri tre arriveranno domani, ci vogliono dividere su tre Taxi, solite discussioni e poi decidiamo per due. I dintorni del aeroporto sono squallidi , sembra siano stati sottoposti a un bombardamento. Case parzialmente costruite , altre semidiroccate , baracche con tetti di lamiera arrugginita. Certo ambiente non molto consono come porta di ingresso. Entrati in città mi colpisce il modo di vestire della gente che incontriamo, le donne sono completamente coperte da lunghi pastrani neri e lo chador lascia solo una fessura per gli occhi, gli uomini invece hanno dei lunghi sottanoni che arrivano fino a metà tibia e portano delle giacche . Quello che colpisce che portano tutti un cinturone riccamente lavorato con incastrato un fodero ricurvo che contiene un grande coltello. Molti hanno a tracolla dei fucili mitragliatori e alcuni il fodero con la pistola, la cosa non è molto rassicurante ma ci spiegano che l’uomo per dimostrare la sua virilità deve essere armato, allora quelli che portano il fucile devono essere dei superdotati , strano paese. Arrivati in albergo nella hall vi è un sistema di metal detector e una serie di armadietti dove chi entra deposita le armi e li chiude a chiave , da noi le donne ci mettono la borsetta.

Ci dicono che la Medina è a pochi minuti a piedi e decidiamo di visitarla , tanto dobbiamo aspettare i nostri colleghi che arrivano da Dubai il giorno dopo. La città vecchia ci colpisce con la sua imponenza , è circondata da alte mura ma i palazzi le sovrastano abbondantemente . Notiamo che vi è un gran commercio di rametti di foglie e ogni uomo ne ha un sacchetto dal quale preleva le foglie e se le porta in bocca masticandole e creando una palla che ne deforma la guancia, è il Qat ,una sostanza stupefacente che masticata crea uno stato di benessere e aiuta a superare la fatica. Nello Yemen è legalizzata e praticamente tutti la masticano ma è piuttosto costosa e dato che è una attività che impegna tutto il pomeriggio non da spazio a lavorare. A questo punto ci rendiamo conto di una cosa , non c’è il solito caldo opprimente che caratterizza queste località . La città è circondata da alte montagne e ci troviamo su un altopiano a 2400 mt.s l.m.

Si entra nella Medina da una ampia porta che interrompe le mura, dentro vi è un grande movimento e veniamo attorniati dalla solita turba di mendicanti, leggermente più staccato c’è un ragazzino che cerca di farsi notare cantando “Bella ciao”. Gli chiedo se parla italiano , e lui mi mostra il braccio teso e la mano oscillante , gli faccio segno di avvicinarsi e accetto la sua guida . Lui si occupa di mandare via i questuanti aiutato da un altro ragazzino con il cinturone e il fodero per il coltello ma senza arma. Il ragazzino sostiene di chiamarsi Riccardo, chissà a causa di quale italianizzazione del suo nome arabo, ci guida attraverso le strette vie della Medina ,ci mostra la moschea risalente al 1400, ci racconta dei primi grattacieli del mondo costruiti 500 anni fa, palazzi di circa 10 piani senza uso di cemento o di strutture in ferro, solo pietre e argilla. I palazzi sono di colore rossiccio con fregi bianchi e sono tutti accatastati uno sull’altro. Ci accompagna nel suk, mostra negozi di argenti, la zona del cashmere con le loro pashmine , sciarpe, poi la zona delle spezie con i loro odori forti , incenso e mirra …mirra ,una materia sconosciuta, delle piccole scaglie nere dal forte odore di menta. Ne compero una scatola per tipo pensando al loro utilizzo tenuto conto che il profumo di incenso non è mai stato tra i miei preferiti ma la MIRRA non la avevo mai vista ne tantomeno sentito il profumo ma sicuramente farò contento qualcuno. Ci porta al vecchio caravanserraglio e ci mostra le stanze dove stazionavano i dromedari , poi saliamo le strette scale e troviamo ai vari piani le stanzette dove dormivano i viaggiatori. Arriviamo sul tetto da dove abbiamo sottocchio parte della città vecchia e possiamo apprezzare l’insieme. Dopo un paio d’ore terminiamo il giro e ci riaccompagnano alla porta . Gli allungo 10 $ , lui li guarda e mi dice che sono troppi ma i miei colleghi lo tranquillizzano dicendogli che va bene così.

Partiamo per il nostro lavoro , dobbiamo arrivare fino alla costa del Mar Rosso , ci vengo a prendere con due mezzi un gippone di grossa cilindrata e una grossa Mercedes. Io salgo sul Gippone e l’autista si chiama Aziz, è simpatico e spiaccica qualche parola di inglese e ha una risata contagiosa . Pur essendo già ad una altezza considerevole per lasciare la città ci inoltriamo in salita per arrivare al passo i direzione Nord Est. Attraversiamo villaggi dove la povertà è dipinta sui visi, le macchine si fermano e gli autisti spariscono in un antro ritornando dopo poco con un sacchetto cadauno di Qat dopo avercelo offerto ripartono iniziando a masticare e il viaggio assume un qualcosa di indefinito. Strada con tornanti uno dopo l’altro , con viste mozzafiato  , autisti che staccano la mano dal volante per prendere le foglie e mettersele in bocca , bere acqua per inumidire la palla di foglie , fumare , parlare al telefonino che suona incessante , sorpassi al limite , frenate violente , code dietro a vecchi camion che arrancano lentissimi su ripide salite, scatti violenti, pecore che attraversano la strada, dromedari che brucano ai bordi della strada.

Ogni pochi chilometri ci fermano posti di blocco di gente armata in divisa, chiedono dove siamo diretti , di dove siamo , vogliono vedere i permessi. Certi sono giovanissimi e mostrano i fucili mitragliatori come se fossero trofei. La strada è un continuo saliscendi tre rupi e abissi , la cosa che colpisce di più sono i terrazzamenti che nel corso dei secoli hanno strappato piccoli campi di terra coltivabile erigendo muretti di pietre e portando la terra con ceste fissate sul dorso di asinelli che sono di una taglia veramente piccola e fanno una certa impressione a vederli così carichi. La strada si snoda tortuosa spalancandosi ad abissi, aggirando rupi maestose sulle quali si ergono palazzi di pietra  a vari piani. Probabilmente il fatto di doversi ritagliare degli spazi di piano per poter costruire ,li hanno portati a sviluppare le costruzioni in altezza. Infatti si ha notizia dei primi grattacieli eretti nello Yemen che risalgono a circa 500 anni fa , palazzi di 10 piani e più costruiti senza l’uso di calcestruzzo o acciaio , solo pietre e argilla. Il fuoristrada si inerpica su stretti tornanti si lancia in discese da paura , tra sterzate , frenate. Risale con accelerate rabbiose. Quasi si ferma dietro a grossi camion sovraccarichi , aspetta il segnale per poter sorpassare e si lancia in accelerate al limite passando in spazi angusti. Proprio in uno di questi momenti , mentre il fuoristrada è a una velocità bassissima dietro a un paio di camion che arrancano lentamente tagliando i tornanti, vengo rapito dal volo di un falco , ha le ali aperte , maestoso. Le penne sono lucide , le due penne che pendono dalle ali ondeggiano leggermente . La corrente ascensionale gli permette di scendere lentamente e con la vista acuta scruta il suolo. La mia mente si trasferisce e volo al suo fianco, scivolo lentamente sull’onda dell’aria , sento il rumore del vento che corre lungo le gole , risale i crinali , fa stormire le fronde. Il falco sta scendendo verso le fasce coltivate , improvvisamente si piega e scende ad una velocità fantastica. Cerco di intuirne la direzione , ma la sua rapidità è tale che il mio occhio si perde, improvvisamente apre le ali per frenare e con le zampe sfiora il terreno e riparte in velocità. Stringe qualcosa tra gli artigli, ma proprio in quel momento il driver decide che è il momento di sorpassare, ho un attimo di smarrimento perché avrei voluto vedere la preda , probabilmente un topolino, che un attimo prima stava rosicchiando qualcosa e certamente non pensava che lo stava aspettando una fine così. Certo il falco ha colpito per fame , nessun animale uccide per diletto, solo l’essere umano ha questa prerogativa.

Mi coglie un pensiero, certo che nella storia dell’evoluzione e del progresso l’uomo ha fatto molta strada ma nell’evoluzione degli istinti non ci discostiamo molto dagli istinti primordiali. Se vediamo molte popolazioni sono ancora allo stato primordiale ma la variazione è solo nella tecnologia o nell’igiene ma per quanto riguarda il pensiero la differenza è minima. Solo la cultura ci differenzia ma neanche quella è una arma efficace e forse solo una evoluzione spirituale potrebbe permetterci di staccarci da certi istinti , forse quando ci renderemo veramente conto che facciamo parte di un tutt’uno  con la natura e con i nostri consimili. Vengo riportato alla realtà da una sterzata violenta per evitare una pecora che si era attardata ad attraversare la strada e la corsa verso il mare prosegue. La strada corre adesso piana in una landa desertica dalla quale spuntano dei pinnacoli di roccia ad interromperne la continuità , il caldo inizia a diventare insopportabile umido , il mare è vicino. La calura rende i contorni poco definiti. Arriviamo ad Hodeida  , città in espansione, con una lunga passeggiata sul mare ma di una imbarazzante desolazione . Il Mar Rosso , in questa parte una delusione, acqua densa , inquinata , non attira la nostra attenzione ma veramente qui non c’è nulla che attiri. Il giorno dopo scendiamo a Sud per circa 300 km ma la costa è lontana , brulla . Il caldo è opprimente e sempre più intenso, l’unica cosa che colpisce è la quantità di arnie per la raccolta del miele che si incontrano ai bordi della strada. La domanda è che tipo di polline raccolgano le api visto che l’area è desertica e si intravedono solo arbusti disseminati.

Qui l’uso dei dromedari è intenso , se ne vedono legati in lunghe file , carichi . Alcuni sono carichi di arbusti secchi altri di taniche , probabilmente piene di acqua.

La povertà dei villaggi che si incontrano lungo la strada è evidente e ogni villaggio ha il suo mercato dove si vedono in vendita i prodotti della terra , è il momento delle patate e grossi mucchi sono in esposizione.

Sono contento di questo viaggio , un altro tassello dal quale cogliere quelle sfumature che ci rendono diversi che integrano nella nostra mente quella conoscenza che ci porta alla tolleranza delle differenze.

Le nuove impressioni di questo viaggio

sono come le nuvole che ho visto,

le montagne che ho attraversato

la gente che ho incontrato 

Tante volte stavo per piangere

e tante volte ho riso di gioia


Karachi

marzo 27, 2012 § 25 commenti

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Una megalopoli senza cartoline manca il Pakistan Illustrato.

“Non ci sono cartoline, inutile cercarle”. Karachi è anche questo. Una megalopoli di circa 16 milioni di abitanti, principale porto e approdo commerciale del Pakistan che del turismo non sa che farsene. E allora, niente cartoline, magari un tappeto, un oggetto lavorato in legno o in argento, ma niente cartoline.

Puoi trovare ogni tipo di arma , ogni tipo di brutto falso, le paschmine made in China, ogni tipo di malattia, di deformazione fisica, ma niente cartoline.

Forse puoi portarti a casa un piccola atomica tascabile ma niente cartoline.

Karachi è una città che non dorme mai, come Hong Kong, New York, Pechino. In ogni momento della giornata e’ possibile muoversi salendo al volo su un vecchio e coloratissimo bus Bedford, a bordo di un vibrante motorisciò, chiamando uno sgangherato e maleodorante taxi. Lo stesso vale per il cibo. Per le strade di Karachi c’è sempre qualcuno che cucina e qualcun altro che mangia, ovviamente piccante.

Non ci sono cartoline ma di fianco alle sedi della mezzaluna rossa ci sono delle porte girevoli con una cassa applicata dove mettono i bambini indesiderati invece di gettarli nelle discariche.

Dall’alto, famelici corvi e giganteschi avvoltoi osservano volteggiando in cielo, planando tra le fogne ‘open space’ ai bordi delle strade, tra i cumuli di immondizia, sulle discariche di quartiere a forma di piramide. Corvi e avvoltoi sono l’altra parte della popolazione di Karachi. C’è anche un luogo qui che ricorda molto l’India e Mumbay (Bombay): le torri del silenzio zoroastriane, punto di riferimento per i parsi, i seguaci della religione zoroastriana. In cima, secondo la tradizione, vengono esposti i defunti che finiscono in pasto agli avvoltoi. Solo ai parsi è concesso varcare i cancelli.

Gli oggetti più chiesti agli occidentali, soprattutto da quelli che a Karachi vivono alla giornata, sono gli accendini a gas e le prese da corrente multiple, popolarmente dette ‘ciabatte’ in italiano. Vanno a ruba.

La città senza cartoline sogna un futuro modello Dubai, la città degli Emirati Arabi Uniti che dal capoluogo del Sindh si può raggiungere in aereo in poco più di un’ora sorvolando il Mare Arabico. Negli ultimi dieci anni a Karachi sono spuntati decine di centri commerciali all’occidentale. Palazzi enormi diventati il nuovo luogo di ritrovo per chi ha qualche rupia in più in tasca. Sono nati soprattutto nella zona di Clifton Beach, in qualche modo la zona residenziale di Karachi e dove solitamente la gente si raccoglie nei parchi di fronte alla spiaggia.

Il mare di Karachi è come la sua cartolina: non c’è. E’ talmente inquinato dagli scarichi delle navi e dagli stessi scarichi della città che farci il bagno è come tentare il suicidio.

Ma quello che di Karachi ti resta dentro più di ogni altra cosa è il suo odore, sono i suoi odori: di pesce marcio al porto, di sangue animale al bazar, di fogna per le strade, di frizioni bruciate nel traffico, di curry e melograno nelle case, di sudore sui bus, di rosa quando incroci una donna col velo, di polvere e di sabbia ovunque ti trovi.

Vivere e morire a Genova

marzo 26, 2012 § 23 commenti

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Vivere e morire a Genova
nell’ombra dei tuoi passi
ad ogni passo più lontani
finché di te rimane una sagoma scura,
una scia di profumo,
un niente:
le mani sul volto
sono il mio pianto senza lacrime,
sono il mio grido senza voce.
E questi miei abiti,
che sanno di fumo e di polvere,
non nascondono il peccato,
non cancellano l’errore
né concedono il perdono.
Ho sbagliato
e pago il fio della colpa
in ogni giorno che muore:
la bestemmia mi lascia peccatore
ed il peccato mi fa uomo
ma tu, ormai, sei andata
ed io cammino solo.
Così, la mia vita continua
sul tuo sorriso che muore
nel mio sorriso negato.
Ci saranno strade strette
a guidarmi sui monti di Genova,
ripidi sentieri incatramati
che scalano la miseria della roccia
e feriscono la terra secca, esangue.
Mi porteranno in alto abbastanza
per vedere le luci della città:
la notte, il cielo sopra Genova
è uno schermo giallo e nero
con sopra i volti stanchi
del porto e delle strade.
Ma è un cielo senza stelle,
una coperta rammendata
senza più calore
per avvolgere i corpi nudi
delle sue puttane.
Il cielo sopra Genova
vede ogni notte la stessa terra
e ogni notte la nasconde
per conoscerne il dolore:
si sente il grido, il passo,
la carezza del denaro che asciuga il pianto,
si sentono ovunque
urlare le sirene e fuggire le puttane
in un confuso tramestio di tacchi.
È il cielo dei perdenti,
dei conti che non tornano
e delle riflessioni amare,
dei pensieri scuri
e di una vita a mani vuote,
sempre.

Tetti

marzo 25, 2012 § 14 commenti

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Le  strade  che  portano  al  mare
sono  piene  di  vento  e  di  gabbiani
e  dormono  da  sempre
sotto  un  velo  di  salsedine,
e  i  miei  passi,
che  non  sanno  dove  andare,
lasciano  orme  scure  e  fragili
e  incrociano  i passi  dei  vecchi
che  hanno  visto  Genova
il  giorno  in  cui  sono  nati.

Forse avrei dovuto capirlo

marzo 23, 2012 § 24 commenti

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“Piacere, mi chiamo Anna, un nome palindromo …lo sai?”

Certo anche “SS” (esse esse) è un acronimo palindromo ho pensato ma non ho detto niente, forse la battuta era stata detta per stupirmi o per misurare il mio grado di ignoranza.

La cosa era finita li o meglio avrebbe dovuto finire li invece sono andato avanti.

A pensarci bene la presentazione era stata illuminante ma avevo gli occhiali da sole, il corpo era snello e il profumo buono , forse un po’ troppo dolce.

Forse avrei dovuto capirlo quella volta che siamo andati ad un sagra di paese :

“Pansoti al sugo di noci e panissetta “ con tanto di orchestra.

Ti sei presentata con tanto di top color oro ,con tanti strass che swarosky sarebbe stato geloso, una gonna a ¾ con tanto di volan  e scarpe da ballo con mezzo tacco legate sopra la caviglia. Hai smosso con la punta della forchetta i pansoti , hai sostenuto che la panissetta era troppo unta. Ti sei presentata sulla pista da ballo come una soubrette provando il fondo come in una fase di riscaldamento per i mondiali di ballo. Hai sostenuto che era scivoloso , hai preteso che un volontario locale cospargesse la pista di sale, hai passato le seguenti due ore a lamentarti che la pista era impraticabile e che non potevi ballare con uno che aveva le scarpe con la suola di gomma. Hai chiuso la serata dicendo che avevi la pelle d’oca per il freddo. Ti sei incazzata perché non ti ho chiesto di salire da te.

Forse avrei dovuto capire qualcosa dalla tua pratica di cambiare sempre la firma sui tuoi assegni e di lamentarti con me e con i cassieri della banca perché  nessuno faceva caso alla diversità della firma per poi incazzarti come una iena perché hanno bloccato il pagamento di un assegno. Ti sei lamentata con il direttore perché ti aveva fatto fare una figura di cacca con la tua estetista.

Come la sera che ti ho invitato a cena a mangiare pesci, ho scomodato un amico ispettore di polizia per raccomandarmi ad un ristorante esclusivo. Lui mi ha presentato come un suo superiore e siamo stati ricevuti in pompa magna. Ti sei presentata vestita come la dea del mare, un vestito vaporoso, attillato nei posti giusti, una scollatura da svenimento, tacchi da vertigini permanenti. Abbiamo attraversato l’assembramento di aspiranti commensali in un mormorio misto di invidia e ammirazione . Hai attraversato la sala da pranzo, rifiutando sdegnosamente un tavolo centrale per avvicinarti alla finestra che dava sulla scogliera, il cameriere ti  ha accostato la seggiola mentre ti accomodavi dimenticandosi di chiudere la bocca e distogliere lo sguardo dal tuo balcone in mostra. Hai discusso con il cameriere riguardo al menu, hai preteso che il proprietario venisse al nostro tavolo, hai rifiutato in maniera imbarazzante ogni proposta culinaria contenente prodotti ittici, hai richiesto insistentemente della carne nonostante il proprietario  ti confermasse che nel suo ristorante si cucinavano solo piatti a base di pesce ma nei suoi occhi leggevo che un po’ di carne lui sicuramente te l’avrebbe servita.

Siamo usciti mentre insultavi il ristoratore e la sua progenie e io conversavo amabilmente con il mio imbarazzo che non mi ha lasciato finché non ci siamo fermati ad un Take-way dove hai preso una pizza che hai sbranato appena fuori , sul marciapiedi mentre gli altri avventori mi guardavano come se fossi un pezzente che era uscito con la principessa.

Un sospetto mi è venuto nella notte mentre rivedevo ala moviola tutta la serata passata.

A mezzogiorno hai voluto incontrarmi, io volevo evitare accuratamente di entrare in argomento. Tu eri piccata , avevi un tono duro, mi hai comunicato con tono preciso:

“ I miei ex quando mi invitavano a mangiare pesci era solo un modo di dire , un eufemismo ! “

Ti ho guardata , non potevo esprimere tutto quello che mi passava per la mente, l’insulto più tenero era da codice penale. Tu aspettavi una risposta imperterrita .

La luce si accesa improvvisamente nella mia mente:

“ i topi non avevano nipoti “

forse è una frase senza senso ma è palindroma.

Tu mi hai guardato perplessa , stupita , ti sei resa conto di avere a che fare con un pazzo.

Mentre stavi per aprire bocca il mio cellulare si è messo suonare.

Era solo una che aveva sbagliato numero e mentre mi avviavo verso la libertà ne ho approfittato per chiederle “ mi scusi ma se un uomo la invita a mangiare pesci ,lei pensa sia un eufemismo ?”

Thai 3

marzo 22, 2012 § 10 commenti

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Niente avventure ma solo uno spaccato di vita.

A “Bang-Sapan” ,questo è il nome di questo paese che si è trovato sbalzato in un altro mondo con la costruzione di questo laminatoio, c’è un altro locale dove ci incontravamo la sera lo chiamavamo la ruota per il semplice fatto che davanti all’ingresso faceva bella mostra una ruota da carro di legno di grande diametro ed era verniciata in bianco e rosso , non so per quale motivo si era scelto questo locale che non era diverso da altri  o perlomeno adesso lo era diverso….. perché era il locale dei “Farang” .In questo locale vi era una fauna di assidui frequentatori piuttosto varia  e come prima cosa ho dovuto imparare quali erano i travestiti dato che alcuni a prima vista erano irriconoscibili a parte uno che era talmente evidente che non lasciava dubbi ma mi stupivo di tanta evidenza ,forse era una reazione visto che non poteva nasconderlo lo metteva in evidenza . Aveva una testa di capelli rossi così rossi che non si riusciva a guardarli , il viso aveva i tratti squadrati ,naso schiacciato  occhi distanti e mascella forte ,aveva sempre una profonda scollatura su un seno palesemente finto ….le spalle erano squadrate e le gambe muscolose….insomma non aveva niente di una donna se non il cervello… però era simpatico sempre pronto a ridere e a fare battute ed era considerato l’insegna del locale …ogni tanto si innamorava e ci raccontava le sue pene.

In questo locale tutte le sere c’era spettacolo e più che altro erano cantanti di ogni genere anche di musica alternativa ma la base erano ragazze che si esibivano per raccogliere “Malais” e per sedere al tavolo degli avventori nella speranza di ingaggi notturni, tra queste ce ne era una che era di una magrezza impressionante era alta e secca come un giunco e di un pallore mortale  e non raccoglieva mai niente  ,i lineamenti del viso erano fini ma troppo ossuti aveva un sorriso dolce  e  lo dispensava senza trovare apprezzamento aveva una voce esile come lei e noi avevamo preso il giro di offrirgli una ciotola di riso ed altri cibi perché era in corso una scommessa e volevamo vedere se riuscivamo a farla ingrassare un po’……..nessuno ha vinto la scommessa ..dopo qualche mese non l’abbiamo più vista e ci hanno detto che era morta …forse anoressia o qualcosa d’altro….non aveva 20anni…….. forse siamo un po’ cattivi o passiamo sopra alle sofferenze degli altri senza chiederci se possiamo alleviarle.

Insieme a questa ciurma variegata vi era un altro elemento che spiccava ed era Giuliet,  una sangue misto ne bella ne brutta che faceva del suo seno preponderante la sua arma di seduzione dato che le locali non ne hanno proprio e lei lo metteva in evidenza in tutti i modi. Parlava un ottimo francese  e mi ha spiegato che sua madre era francese ed era venuta lì in cerca di lavoro e si era sistemata e aveva trovato marito. La verità probabilmente era un’altra…. sua madre era venuta perchè fine anni sessanta e primi settanta la Thailandia era la terra di riposo dei militari Americani di stanza in Wietnam  e non tutti gradivano le forme orientali perciò la scelta era varia e tutte si davano da fare per soddisfare le richieste de mercato. Poi nel 73 il ritiro delle truppe pose fine a questo commercio ma molte restarono …e si accasarono con proprietari di locali o altro …ora lei non trovando altre alternative ripercorreva le orme della madre  con chissà quali altri illusioni. Era molto simpatica e con un sorriso aperto ma i lineamenti non erano regolari anche se le forme del corpo erano proporzionate .Un giorno le chiesi se poteva accompagnarmi a visitare il tempio che si trovava all’estremità del promontorio. Lei mi ha guardato in maniera strana ..ha esitato qualche secondo e poi ha accettato con una espressione che poi ho cercato di analizzare. Sono passato a prenderla in macchina e lo trovata vestita in jeans con una camicetta semplice ed era più attraente che con i soliti vestiti sgargianti ,è salita ed era allegra e mi ha raccontato la sua vita in quattro parole: era stata trascinata da un locale all’altro da una madre che non poteva far altro che cercare di prolungare la sua stagione poi si era fermata in un villaggio sulla costa ..lei aveva finito di crescere lì finché non si era sentita stretta e aveva scelto quella vita sicura che un giorno ce l’avrebbe fatta a sfondare .

Nel frattempo io guidavo su una strada sterrata che segue la costa tra la spiaggia e le coltivazioni di palme da cocco interrotte da villaggi turistici dai nomi improbabili ,“Saint Tropez” o “Portofino” ma sembravano abbandonati ormai siamo nella stagione delle piogge e i monsoni ci investiranno con la loro forza e i turisti hanno cambiato mete. La strada è più lunga del previsto e dobbiamo  fare una deviazione per girare intorno ad un allevamento di gamberoni  che è formato da vari laghi che  a scalini scendono dalla collina verso il mare e in ogni  lago cambiano le dimensioni di questi crostacei fino a quello più in basso dove ci sono i più grossi. Dopo aver percorso una salita si arriva improvvisamente al tempio, la strada vi gira intorno e ritorna a scendere , posteggio dopo una sequela di negozietti che vendono tutti i souvenir più impensati e oggetti per il culto …la mia accompagnatrice si ferma in un negozietto e compera dei bastoncini di incenso e due scatolette di mortaretti …lei mi spiega che servono per le preghiere ed in effetti sento gli spari che vengono dall’alto…..saliamo le scalette per raggiungere il piazzale davanti al tempio.

Qui uno spettacolo imprevisto mi aspetta in mezzo al piazzale c’è una statua imponente, un Buddha sdraiato lungo 10mt coperto da un drappo arancione  ,è appoggiato su un braccio e guarda il mare con grandi occhi orientaleggianti ,ci faccio un giro intorno ed è veramente grande e colorato ,la ragazza mi spiega che qualcuno lo ha coperto con quel telo in segno di preghiera e che anche lei vorrebbe pregare. Ci avviciniamo ad un tempietto di quelli che sono tra la statua e il mare e lei accende due bastoncini di incenso e fa sparare una lista di mortaretti poi si accuccia davanti e si pone in preghiera ….poi mi chiede se voglio che lei preghi anche per me  io acconsento e lei da fiamma all’altra scatola di mortaretti. Entriamo nel tempio e qui l’atmosfera è speciale si sente come se l’aria suonasse e in lontananza il rumore degli spari faceva da sottofondo …alcuni bonzi erano in posizione di meditazione e la serenità che si vedeva sul loro volto era contagiosa ,Giuliet mi dice che sono fortunato perché c’è un sacerdote che da la benedizione e io penso che se bene non mi farà non mi farà certo male. Mi siedo sulle ginocchia e la pace del tempio mi entra nella mente , sarà un effetto collaterale ma la benedizione mi rilassa e il mio sguardo vaga e si ferma su delle vaschette che prima non avevo visto e dentro ci sono delle orecchie di maiale,  il muso e le estremità delle zampe ad una mia muta richiesta di spiegazioni Giuliet mi dice che chi macella il maiale porta queste parti al tempio in segno di buon augurio e che naturalmente fa parte della tradizione che i bonzi fanno voto di povertà e il cibo è una delle offerte più gradite. Una cosa mi lascia perplesso , in questo sito vi sono molte statue del Budda ma solo una è come lo intendiamo noi occidentali e cioè grasso mentre tutte le altre la sua figura è magra ed ascetica e la spiegazione è semplice : prima di diventare Dio è grasso poi l’illuminazione e l’ascetismo e il diventare Dio lo porta ad essere raffigurato magro e poi ci sono tutte le varie posizioni …con un piede avanti …con la testa leggermente piegata…tutte queste spiegazioni sono troppo per me e preferisco appoggiarmi alla ringhiera di questo luogo sacro che da su un panorama splendido . Da qui posso valutare l’estensione dell’allevamento di gamberi con il sole che sta scendendo che si riflette sugli specchi d’acqua brulicanti di vita ,proseguendo con lo sguardo seguo la costa e passo in rassegna i villaggi fino a giungere a dove abito e cerco di distinguere la mia casetta …poi arrivo fino al porticciolo …il mio sguardo oltrepassa il promontorio e si ferma su una isola che si staglia all’orizzonte  e il mio pensiero va a isole perdute nel mare ..naufraghi ed altre fantasticherie . Il sole sta dando fuoco alle sue polveri e sprofonda in un mare di lava  colorando con abili pennellate il cielo e il mare, il tramonto è molto rapido qua vicino ai tropici ed è come se il sole si spegnesse e Giuliet mi chiede di essere riportata al suo alloggio dove si deve preparare per la sua serata e mi confida che è stata benissimo e che nessuno porta a spasso le ragazze dei “Sing-Song” e in più non chiede niente ,ora capisco la sua perplessità prima e la sua allegria poi…certe volte costa poco far contenta una persona  e le ho chiesto di farmi compagnia altre volte per altre scorribande  e quello che ho letto nei suoi occhi è stato di una riconoscenza profonda.

All along the watch tower

marzo 21, 2012 § 7 commenti

Cristo! come eravamo ridicoli

io e il Nuvola mentre seguivamo

il furgone mortuario del Comune

…ti saresti divertita, cazzo!…

noi sulla circonvallazione

a cambiare la candela sporca

e la tua bara grigio topo gettata

nel cimitero di Prima Porta

…ti saresti divertita, cazzo! …

così come ti divertivi da sballo

a fare l’autostop sulla Colombo

per rubare una giornata alla disperazione

e sbatterla sulla spiaggia di Capocotta….

…io e te…confusi tra gli altri

che lanciavano la loro allegria

sugli asciugamani colorati della fantasia

…io e te…la sera nel vagone del treno…

ad assaporarci il sale sulle labbra,

a scandalizzare quelle facce

di cartapesta imbolsite dal sopore,

…io e te…ad inventare equilibrismi

sulla corda tesa del pudore ma…

con la mente già chiusi in quella stanza.

Che assurdità quel grattacielo

di morti murati dietro quei marmi

di fiori appassiti e nomi dimenticati.

Ti lasciammo tra i crisantemi gialli

rubati ad un disgraziato tuo vicino

e l’odore di cera e fiori marciti…

andammo via tirando calci ad una Pepsi

e cantando All along the watch tower…

cantavamo forte per non piangere, forse,

..io non ho pianto…ma,…

una volta tornato in quella stanza,

ho passato la notte alla finestra,

tutta la notte a guardare

il fumo leggero della Marlboro

che mi bruciava gli occhi

e lo scorrere lento dei vagoni.

(P. Welby, “All along the watch tower”
dalla raccolta -Natiche Sadiche-)

 

La farfalla non conta
gli anni ma gli istanti:
per questo il suo tempo le basta

Thai 2

marzo 21, 2012 § 7 commenti

Ritorniamo in “oriente” per un periodo di permanenza che mi ha arricchito di nuove esperienze.

Quando mi sveglio siamo praticamente arrivati, la strada si snoda su una collina ed ha oriente ho il mare è passato il mezzogiorno e il sole è alto nel cielo ,ci allontaniamo dalla costa entrando in una giungla rigogliosa ed a occidente vedo le montagne del confine Birmano ma dopo pochi Km prendiamo un bivio e ritorniamo verso il mare . Il mio accompagnatore mi chiede le mie intenzioni e io chiedo di essere portato in cantiere per rendermi conto di cosa mi aspetta; quel pezzo di strada in cui ero sveglio mi aveva creato due stati d’animo  mischiati ,uno era di perplessità per il senso contrario di marcia e un altro di pace per la maestosità della giungla che era ai bordi della strada….una foresta pluviale molto fitta…….. Volevo parlare con il responsabile il più presto possibile… sono in ritardo di un giorno. Il funzionario mi accoglie cordialmente e dopo un veloce giro di ricognizione mi invita a recarmi a riposare e mi dice di scegliermi  la  mia  locazione ..albergo o Bungalow ……Usciti ci avviamo verso il mare e sul lungomare si affacciano un paio di alberghi una serie di residence una miriade di locali dove si può bere   e  mangiare ; verso il porticciolo dei pescatori trovo  un residence di bungalow sulla spiaggia un po’ discostato dal traffico e mi accoglie una bella signora che parla un buon inglese e mi fa scegliere per il Bungalow. che preferisco perché la stagione sta volgendo al termine e ha molta disponibilità. La mia scelta cade su una costruzione proprio sul bordo della spiaggia con una vista magnifica , è una costruzione in mattoni fino all’altezza di un metro e poi sopra  tavole in legno verniciate di rosso e un tetto a due spioventi in ondulato ,una bella veranda sul davanti; la porta e le finestre sono verniciate di bianco, è composta da una camera ampia ,un cucinino ed il bagno, il tutto più che sufficiente per me .Quando il mio accompagnatore mi lascia ho una altra sorpresa e cioè la macchina che è a mia disposizione per i miei spostamenti ma un po’ di ansia per la guida mi pervade lentamente , la scaccio, è un problema che affronterò al momento giusto. La sera mi muovo a piedi e prendo nota dei punti di riferimento, sul mare la brezza mitiga il caldo e passeggio guardando dentro i locali, che sono poco più che baracche, illuminati con luci colorate e vivide e dentro si muove una umanità varia , entro in uno di questi locali che mi sembra il più grande e mi siedo in un tavolino a lato di un palco dove si esibiscono delle cantanti.

Devo assorbire l’atmosfera , ogni ambiente ha le sue caratteristiche.. il suo modo di deformare la realtà ,l’aria di mare entra dal lato aperto sulla spiaggia e fa dondolare le lampade appese da quel lato poi si smorza ;sotto al palco ci sono due grandi tavolate dove si chiacchiera concitatamente e più lontano clienti sparsi, con ragazze che si siedono ai tavoli e vengono o accettate o allontanate, io cerco di stare nell’anonimato è la prima sera e devo prendere informazioni e modi di comportamento , mi sorseggio una bibita e rifiuto un paio di volte compagnia. La mia attenzione viene richiamata dalle due tavolate che sembrano essere in preda ad una strana eccitazione, in ognuno dei due tavoli  un uomo è in evidenza e gesticola contro l’altro tavolo , non capisco una parola ma cerco di capire la situazione . Sul palco ,una bella ragazza sta cantando con una voce flebile ma melodiosa  ,ha i capelli raccolti sulla testa e bloccati da due spilloni che reggono una specie di coroncina che trasmette bagliori metallici ;è vestita con una specie di chimono fiorato con uno sfondo dorato e i bordi neri e una fascia  alta le stringe un vitino  invidiabile .La musica smette e i due gruppi si lanciano in applausi un po’ esagerati ,lei riprende a cantare e noto uno strano fermento ,ai tavoli si raccolgono dei soldi ed inizia un via vai verso un banchetto che non avevo visto che è carico di fiori inanellati in collane e  chi compera questi fiori va a metterli al collo della cantante che si inchina per favorire l’operazione ,ogni volta che uno di un gruppo mette queste collane ha come un atto di spregio verso l’altro , finita la musica la cantante si avvicina ad una tavolata che ha un moto di esultanza  e all’altra si zittiscono  e capisco che era una specie di asta per avere la cantante al tavolo e poi questa scena l’ho vista ripetersi parecchie volte  e qualche volta l’esito non è stato così pacifico perché le sconfitte anche in queste occasioni leggere ,aiutate dall’alcool trangugiato, si trasformano in risse . Queste corone si chiamano “Malais”  e servono per portare la cantante al tuo tavolo e poi lei recupera una percentuale sulla vendita di queste collane di fiori che le sono stati offerte . Noi “Farang” , questa è la definizione per noi occidentali, eravamo esclusi da queste  aste ,perché quando mandavamo un gruppo di malais  avevamo già vinto perché nessuno si metteva in competizione con noi, poteva succedere se c’erano altri stranieri nel locale ma tra di noi ci conoscevamo tutti e in questi “Sing-Song” le cantanti abbondavano. Comunque per quella era la  prima sera e decido di ritirarmi ad una ora decente e mi avvio verso la mia abitazione sempre con le idee confuse ma con la sensazione  di una atmosfera serena .

Mi addormento come un sasso e la mattina una luce accecante entrava dalla finestra che avevo dimenticato di oscurare  e quello che mi si presentava era qualcosa di magico: il sole si rifletteva su un mare dalle onde molto piccole e rapide ed era contenuto da due promontori che si allungavano ai lati  ricchi di vegetazione rigogliosa ,sulla estremità di quello di sinistra si vedeva in distanza una costruzione imponente che sembrava un tempio dal cui tetto partivano i bagliori di un incendio  dovuto alla copertura dorata. Sembrava un quadro incorniciato dal telaio della finestra e sicuramente avevo avuto fiuto nella scelta della casetta. Ero rimasto incantato dallo spettacolo ma dovevo andare in cantiere. In effetti l’ansia per la guida a destra era spropositata non avevo nessun problema a parte agli incroci dove dovevo avere attenzione  per non mettermi contro mano e dovevo concentrarmi  .Quando sono arrivato in cantiere avevo già rimosso tutto e questo mi ha portato uno stato di euforia . Sul lavoro ritrovo vecchie conoscenze di altri lavori ,di altri paesi ed è proprio vero che il mondo è piccolo.. o noi siamo dei vagabondi… e tra vagabondi ci si scambia informazioni ed apprendo che il locale dove sono andato non è tra i preferiti e mi viene fatto un resoconto dettagliato di come gira il fumo…quali sono i locali che si possono frequentare e quali no dove si mangia bene ..dove sono puliti….dove si può andare a fare il bagno ..ecc.. ecc. Da questo cumulo di informazioni si sintetizza che a mezzogiorno ci troviamo tutti a un club “Shark” che ha modificato i canoni locali in fatto di culinaria per avvicinarsi ai nostri  e dato che imparare a cucinare gli spaghetti vuol dire che tutti gli italiani  vanno lì e per loro sono soldi…..la sera liberi tutti …ma ci sono un paio di locali da tenere presente…Uno i questi locali è da “Jean Paule” un francese che ha sposato una thai ha aperto questo locale e si è stabilito qui su questo piccolo promontorio  dove si trova il ristorante composto da due mezze lune rivolte a mare con una pedana centrale ,con una ringhiera per appoggiarsi a guardare il mare il tutto circondato da piante lussureggianti e sotto nella spiaggia i bungalow, qui si mangia una cucina occidentale con del filetto buonissimo e  ci sono  anche due tipi di pasta.. con ragù  e carbonara che ho dovuto modificare perché lasciava l’uovo crudo e durante queste spiegazioni ho avuto il piacere di conoscere Hann la moglie del titolare , una splendida donna, alta con un corpo da modella  i capelli nerissimi… il naso era rifatto ma nell’insieme degli occhi dal taglio orientale dava un tocco di classe …bellissima… ed è strano perché per i nostri canoni di bellezza è difficile che una orientale vi rientri a meno che  non sia una bellezza fuori dal comune, e questo è il suo caso, anche lei parlava qualcosa di francese e perciò era facile che venisse al nostro tavolo a scambiare quattro chiacchiere ed era come se la luna prendesse vigore e diffondesse la sua luce da quella posizione per noi non consona perché i quarti di luna non sono verticali ma quasi orizzontali.

Sono una bella coppia ed ognuno è orgoglioso della scelta operata , parlando con lui e chiedendogli della Francia le sue risposte sono sintetiche  e concludeva sempre che lì era magnifico  ma io notavo nei suoi occhi un qualcosa che fa parte del bagaglio delle mie esperienze e cioè che i posti pur bellissimi e piacevoli non sono mai come la nostra origine e l’insieme dei nostri affetti ma…. la vita continua……

Una sera siamo in una compagnia numerosa  caricata su quattro macchine  e finito di mangiare qualcuno lancia una scommessa “ l’ultimo che si butta in mare offre da bere per tutti “ ,le solite battute, è mezzanotte e ci lanciamo  sullo sterrato che corre lungo la spiaggia  i motori rombano e nelle curve le ruote sbandano ,finalmente arriviamo al passaggio tra la strada e la spiaggia  che anche di giorno bisogna percorrere con attenzione ma il volume delle autoradio è alto i cuori sono scaldati da un po’ di alcool e passiamo come razzi senza inconvenienti ed iniziamo una corsa senza regole sulla spiaggia lasciata libera dalla bassa marea ,i sorpassi sono ardui e per passare bisogna mettere due ruote nell’acqua e le urla escono dai finestrini insieme alle note della musica rigorosamente italiana, nella mia la voce di Ruggeri in “mare d’inverno” è al massimo e sarà la colonna sonora di quel periodo. Finalmente arriviamo a “White Beach” dove ci sono due colonne bianche sormontate da un arco  e disponiamo le macchine a semicerchio come una carovana attaccata dagli indiani e lasciando i fari accesi per chi non partecipa alla competizione ci spogliamo completamente e corriamo verso il mare a tuffarci in quel liquido nero, nel buio una sorpresa mi attende e resto affascinato ,nell’acqua ci sono dei corpuscoli probabilmente plancton che alla luce della luna riflettono come pagliuzze d’argento ed è come essere immersi in una soluzione argentea e mi aspetto di uscire dall’acqua e riflettere di luce propria .Troviamo una noce di cocco e come bambini incuranti di tutto …del fatto che è passata la mezzanotte ..che siamo …nudi … giochiamo a palla a volo

Poi ci manca il fiato e ci avviamo vero il circolo di luce dove la musica sale alta nel cielo in una serie di fuochi d’artificio sonori con le note a far da lapilli nel cielo  aspettiamo che l’aria ci asciughi incuranti della nostra nudità e facciamo castelli in aria nel programmare la serata dopo ,anche perché il giorno dopo saremo tecnici impegnati e seriosi e programmati a svolgere il nostro lavoro. Ho sempre ringraziato il fatto che dentro di me ci sono due persone, una attiva e puntigliosa nell’ambito lavorativo e una fantasiosa e brillante fuori…. io evito accuratamente quelli che sono presi dalla parte sempre e li compatisco e ne conosco qualcuno che si vorrebbero lanciare ma sono frenati dal fatto che potrebbero perdere rispettabilità …..se sapessero che è proprio per questo che non sono rispettati ma solo sopportati. Da quella sera del mio bagno nell’argento liquido tutte le notti prima di andare a dormire facevo una nuotata davanti alla mia casetta…. posavo i vestiti sotto la veranda e correvo nell’acqua in un tuffo a pelo  della superficie quando recuperavo i vestiti stavo qualche attimo a guardare l’orizzonte buio poi una doccia per levare il sale e una bella dormita …

è stato un bel momento.

Dove sono?

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