LASAGNE A TEHRAN

marzo 31, 2012 § 13 commenti

Racconto Giallo

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La sveglia suona alla solita ora. Ho un attimo di perplessità, non avendo ancora scacciato il sonno e con la mente intorpidita. Oggi è festa, accidenti non ho scollegato la sveglia; mi rimetto in posizione cercando di ritrovare il sonno ed il filo dei sogni.

Mi rigiro,ma il sonno non arriva. Dalla finestra entra un fiotto di luce che si fa sempre più intenso,i rumori non sono i soliti ,vi è una strana pace, la città si è svuotata, la megalopoli respira, nelle sue vene non scorre il solito traffico caotico, le macchine sono rade, i clacson tacciono, anche i motori sembrano più quieti.

Mi costringo ad alzarmi e mi butto sotto la doccia, mi rado e cerco di riprendere forma, sono le 8.00, una giornata davanti ,non ho fatto programmi, la casa è silenziosa , tutto sembra in una dimensione particolare, dilatata con i contorni sfumati. Mi preparo la colazione, gesti forzatamente lenti come se volessi controllare il tempo. Decido di uscire, di andare a godere di questa mattina luminosa, la città è mia.

Mi vesto e scelgo cose comode, informali, fuori dalla finestra una voce con il megafono ,una frase ripetuta, cerco di capire, c’è un pick-up, un paio di uomini in male arnese, sgomberano ripostigli. Mi ricordo che a casa mia ci sono gli ombrellai che girano per le strade, facendo gli stessi versi.

Esco e nell’atrio incontro il portiere e ci scambiamo la solita sequela di saluti tipicamente iraniana mi rende noto che è festa e perciò niente lavoro,.e già..

La strada è deserta, m’incammino per raggiungere la Valiasar ,la strada metropolitana più lunga del mondo e normalmente una delle più trafficate. Poco più avanti c’è il solito pakistano che con una canna d’acqua lava il tratto di marciapiede di pertinenza del palazzo dove lui ha le mansioni di aiuto portinaio, svolge coscienziosamente il suo lavoro non tralasciando neanche una piccola parte di marciapiede,  io sono costretto a scendere in mezzo alla strada dove si è formato un rigagnolo che corre impetuoso lungo la discesa. Mentre cerco di evitare le pozzanghere ,lui mi saluta e anche lui si sproloquia in una serie di saluti formali ed un tantino ipocriti, per loro è strano che uno straniero risponda in farsi.

Un paio di gazze atterrano una decina di metri davanti me, non ho mai visto tante gazze in nessuna  parte del mondo come a Teheran   ,sostituiscono con le tortore i nostri piccioni, si mettono a beccare un sacchetto e ne estraggono della carta d’alluminio che emette bagliori nel sole, litigano un po’ tra loro finché una non si alza in volo con il suo tesoro nel becco e sparisce tra le fronde degli alberi. Mi fermo a guardare quella rimasta  che con il lungo becco cerca di squarciare alcuni sacchetti di spazzatura , e brutta ,con il corpo di un grigio cupo e la testa nera, occhi che non stanno fermi un attimo ,poi si accorge di me , emette un paio di volte il suo verso sgraziato e vola via e io mi rimetto in cammino.

La Valiasar è praticamente deserta, solo alcune vecchie “peikan” arrancano in salita con i motori eternamente imballati, i pedoni sono rari, guardo verso il parco e vedo che gli irriducibili della ginnastica sono già all’opera.

I negozi sono ancora chiusi, mi dirigo a nord e percorso circa mezzo chilometro arrivo davanti al negozio del vecchio ebreo che vende pezzi di antiquariato e chincaglieria varia, lui è già all’opera e io entro sperando che nell’ora mattutina sia più ben disposto e non come al solito scontroso.

Il vecchio ebreo potrà avere poco più di 80 anni con la classica cuffietta sulla testa e una barbetta ispida, stamattina indossa un gilèt nero su un’ampia camicia e un paio di pantaloni a sbuffo con le immancabili ciabatte . Si muove lentamente cercando di spostare qualche pezzo in un ordine improbabile dato che il caos regna sovrano, tra i vari strati di oggetti come in ere geologiche , guarda e mi riconosce e mi lascia curiosare tra le sue cose .Vi sono molti pezzi di cui non conosco l’uso ne tanto meno se hanno una funzione precisa, qualcuno ha un aspetto piacevole, in un angolo scovo un vecchio lume a olio in ottone con strane scritte in rilievo che mi sembrano in cirillico. Provo la funzionalità del movimento dello stoppino che sembra rispondere alle mie sollecitazioni , il vecchio mi si avvicina e mi porge il classico vetro da porci sopra  e ne ammiro l’effetto, si mi piace, ed ora arriva la parte del prezzo e della trattativa. Il vecchio è un osso duro si regola l’apparecchio acustico e inizia la pantomima, lui è povero e non ci guadagna niente e così via. Io ho imparato le tecniche e dopo una decina di minuti concludiamo con una stretta di mano l’estenuante battaglia ,per poco più di una dozzina di euro mi sono portato via un bel pezzo che farà la sua figura in qualche angolo della mia casa. In questi rapporti di compravendita la base è che chi compera sia soddisfatto e che sia convinto di aver fatto un buon affare e chi vende altrettanto e io ero soddisfatto e il vecchio anche , avevo visto un sorriso sul suo volto.

Attraverso la strada e decido di andare verso il parco, fatti poche decine di metri vengo assalito da un odore penetrante di verdure bollite e altro indecifrabile, trattengo il fiato e sorpasso questo sgabuzzino che vende la sua brodaglia in scodelle dall’aspetto poco invitante, chissà come saranno state lavate, alcune teste di pecora sono in mostra in una bacinella ,per gli iraniani sono una delizia, io non sono neanche mai riuscito ad avvicinarmi .

Mentre ripenso a quella brodaglia nella mia mente si materializza l’immagine di un piatto di lasagne con la besciamella che deborda dai vari strati di pasta e il ragù che rosseggia , ne percepisco il profumo e le mie papille gustative entrano in agitazione e mi sembra di sentirne il gusto, ho l’acquolina in bocca, la mente si satura e si bea della visione , ho come una sensazione di piacere .

In automatico penso alla lista degli ingredienti, è tutto reperibile, cosa ho in casa ,cosa mi manca. La decisione è presa oggi mi esibirò nella preparazione di una teglia fumante di lasagne.

Bene , lasagne prima di tutto poi carne macinata per il ragù e pomodori freschi , latte e farina per la besciamella , sottilette e mozzarelle. I negozi stanno aprendo e riesco velocemente a procurarmi gli ingredienti, manca il prosciutto ,per  motivi religiosi è impossibile trovare salumi con carne di maiale, ne farò a meno

Mi avvio verso casa e la salita si fa dura con le borse della spesa e la lampada a olio , il palazzo ha la tendenza ad allontanarsi quando si percorre questo tratto di strada e sembra che la distanza aumenti invece di diminuire. Finalmente arrivo davanti all’atrio e come al solito i portinaio sta giocando con l’acqua innaffiando le piante e le aiuole spennacchiate, mi si rivolge con i soliti saluti ai quali mi sottraggo con un semplice “Hello” ,ora che ho scelto il menù non vedo l’ora di metterlo in pratica.

Butto le scarpe dove capita e le borse della spesa sul bancone della cucina, una strana euforia mi pervade.

Metto sul gas l’acqua per scottare i pomodori e eliminare la buccia, mi accanisco con un trito di cipolle e carote con un gambo di sedano, quando ritengo che il grado di finezza sia sufficiente preparo un tegame con i bordi alti con olio extravergine e faccio soffriggere il tutto, nel frattempo passo i pomodori “pelati” nel passaverdura ottenendo un composto profumato, la cipolla è imbiondita e butto la carne macinata, facendola rosolare ,aggiungo il pomodoro, un po’ di peperoncino sbriciolato.

Metto il coperchio e  .abbasso il fuoco, ora c’è da aspettare…

Nel frattempo mi do da fare con la besciamella: tre cucchiai di farina in un litro di latte quando raggiunge una certa densità è pronta, riduco la mozzarella a grumi in modo da poterla distribuire, grattugio una buona quantità di grana  e imburro la teglia, tutto è pronto ,solo il ragù ha bisogno di ancora un po’ di tempo.  Assaporo i vari odori e pregusto già il risultato finale.

Normalmente preferisco arrivare e trovare pronto ma qua il cucinare è un modo di impegnare il tempo in maniera costruttiva ,non ci sono impegni impellenti, dopo il lavoro qualsiasi cosa è un modo per spendere il proprio tempo.

Finalmente il ragù ha raggiunto la consistenza richiesta e mi accingo a creare: .uno strato di ragù la pasta un altro strato di ragù besciamella e formaggi e così via fino all’esaurimento della pasta e la teglia è completa  il forno è caldo, metto dentro la teglia e sto in attesa della cottura .

Guardo fuori dalla finestra e noto un capannello di persone che discutono animatamente e non riesco a capire il motivo del contendere, le voci si fanno alte e altre persone si aggiungono, cosa starà succedendo?

Nel frattempo il profumo della cottura esce dal forno e aleggia nell’aria, il mio collega arriva in cucina all’alba del mezzogiorno con gli occhi gonfi di sonno e il naso all’insù cercando di capire di che tipo sia il profumo che aleggia e da cosa provenga ma non essendoci niente sui fornelli è perplesso, mi vede accanto alla finestra e si unisce a me volendo sapere cosa succede, ma non so dargli una spiegazione.

La situazione all’esterno è sempre tesa e vedo tra i partecipanti il nostro portiere e un inquilino brasiliano che abita alcuni piani sopra di noi.

Suona il campanello del timer ed estraggo la teglia fumante, la tavola è già imbandita e mi accingo a preparare le porzioni ,a quel punto suona l’allarme, ci guardiamo attorno disorientati e una voce dal citofono ci dice di scendere fuori dall’atrio, non sapendo bene cosa ci sia in corso scendiamo leggermente preoccupati, scendiamo e ci ritroviamo fuori. Arriva l’amico Fritz uno svizzero che lavora dove lavoriamo noi ma per un’altra compagnia, alcuni colleghi, una congrega di indiani, un paio di brasiliani che lavorano per una compagnia petrolifera. Le chiacchiere si perdono nel vuoto nessuno sa niente, esce il giapponese che lavora in ambasciata  con la moglie e si mette in disparte ..carino ..ha un curioso paio di pantaloncini rossi con dei grossi fiori gialli, parla fittamente con la moglie.

Ecco dall’atrio esce anche la signora di colore che lavora per l’ambasciata dello Zimbabwe, ha gli occhi spiritati e pieni di paura.

Gli appartamenti dello stabile sono venti ed alcuni sono vuoti, praticamente tutti gli inquilini sono qui, non riusciamo a capire il motivo di questo allarme. Mi guardo in giro e vedendo tutte le nazionalità rappresentate in questo piccolo microcosmo mi viene alla mente la torre di Babele…

Finalmente l’allarme cessa, in un appartamento era scattato l’allarme antincendio ma fortunatamente non era niente di grave .

Saliamo al nostro appartamento pregustando quello che ci aspetta, una teglia fumante di lasagne, la porta è aperta ,forse nella concitazione l’abbiamo lasciata aperta, lo sguardo corre al bancone …le lasagne sono sparite……caspita ….andiamo a controllare nelle stanze ,non manca niente

Ritorniamo nel salone ,le lasagne sono proprio sparite ,uno scherzo dei nostri colleghi? Saliamo ed elaboriamo una scusa, ”hai mica una cipolla” ci introduciamo, .ma sul tavolo c’è una pastasciutta …niente ….non è uno scherzo……pensiamo all’amico Fritz …stessa scusa ……niente …….Non ci viene in mente altro, con gli altri non abbiamo confidenza, chi sarà stato? Un giallo, un furto di lasagne. Girovaghiamo per lo stabile, ed ad un certo punto nel seminterrato si sente un vago profumo , insolito per quel -2, regno del portinaio e dove lui abita in una stanzetta.

Apriamo di improvviso la porta ….ecco….il portinaio e i suoi tre figli…intorno al tavolo……

Lui si gira e ci porge la nostra teglia, vuota, hanno fatto sparire il corpo del reato e senza quello il reato non esiste. Senza dire una parola saliamo nel nostro appartamento guardando tristemente la teglia vuota. Ci guardiamo in faccia  e mettiamo sui fornelli una pentola d’acqua, ci faremo una bella carbonara  ma se suona l’allarme ce la mangeremo in strada.

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Essere

marzo 29, 2012 § 35 commenti

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Essere un desiderio a metà,

senza più, una bugia

Io sul filo, in equilibrio

tra il giorno e la notte

Sarò l’ombra, di nessuno

sarò al fianco di qualcuno

Ancora un’ombra, senza età

Coltiverò i miei dubbi…

Raccoglierò le mie certezze

amerò la donna, come me

che ogni volta,

cambia pelle,

cambia idea,

cambia vita

che un giorno, è sull’asfalto,

un altro giorno, è fra le stelle

un desiderio a metà,

l’altra metà

quante volte la
realtà

non da.

Yemen , incenso e mirra

marzo 28, 2012 § 22 commenti

L’occasione arriva propizia, alcuni giorni di lavoro in Yemen, sono già alcune settimane che mi trascino in cose di routine e questo è uno stacco, accetto e senza prendere alcuna informazione sul paese mi dedico solo al tipo di lavoro.

Viaggio con scalo a Doha in Qatar, finalmente si sono decisi a rifare il terminal, prima era scandaloso. Alcune ore di attesa e poi in due ore e mezza si arriva a Sana’a. Aeroporto internazionale di altri tempi, coda per il pagamento del visto e oltre la barriera della polizia siamo attesi con i soliti cartelli, siamo in tre , altri tre arriveranno domani, ci vogliono dividere su tre Taxi, solite discussioni e poi decidiamo per due. I dintorni del aeroporto sono squallidi , sembra siano stati sottoposti a un bombardamento. Case parzialmente costruite , altre semidiroccate , baracche con tetti di lamiera arrugginita. Certo ambiente non molto consono come porta di ingresso. Entrati in città mi colpisce il modo di vestire della gente che incontriamo, le donne sono completamente coperte da lunghi pastrani neri e lo chador lascia solo una fessura per gli occhi, gli uomini invece hanno dei lunghi sottanoni che arrivano fino a metà tibia e portano delle giacche . Quello che colpisce che portano tutti un cinturone riccamente lavorato con incastrato un fodero ricurvo che contiene un grande coltello. Molti hanno a tracolla dei fucili mitragliatori e alcuni il fodero con la pistola, la cosa non è molto rassicurante ma ci spiegano che l’uomo per dimostrare la sua virilità deve essere armato, allora quelli che portano il fucile devono essere dei superdotati , strano paese. Arrivati in albergo nella hall vi è un sistema di metal detector e una serie di armadietti dove chi entra deposita le armi e li chiude a chiave , da noi le donne ci mettono la borsetta.

Ci dicono che la Medina è a pochi minuti a piedi e decidiamo di visitarla , tanto dobbiamo aspettare i nostri colleghi che arrivano da Dubai il giorno dopo. La città vecchia ci colpisce con la sua imponenza , è circondata da alte mura ma i palazzi le sovrastano abbondantemente . Notiamo che vi è un gran commercio di rametti di foglie e ogni uomo ne ha un sacchetto dal quale preleva le foglie e se le porta in bocca masticandole e creando una palla che ne deforma la guancia, è il Qat ,una sostanza stupefacente che masticata crea uno stato di benessere e aiuta a superare la fatica. Nello Yemen è legalizzata e praticamente tutti la masticano ma è piuttosto costosa e dato che è una attività che impegna tutto il pomeriggio non da spazio a lavorare. A questo punto ci rendiamo conto di una cosa , non c’è il solito caldo opprimente che caratterizza queste località . La città è circondata da alte montagne e ci troviamo su un altopiano a 2400 mt.s l.m.

Si entra nella Medina da una ampia porta che interrompe le mura, dentro vi è un grande movimento e veniamo attorniati dalla solita turba di mendicanti, leggermente più staccato c’è un ragazzino che cerca di farsi notare cantando “Bella ciao”. Gli chiedo se parla italiano , e lui mi mostra il braccio teso e la mano oscillante , gli faccio segno di avvicinarsi e accetto la sua guida . Lui si occupa di mandare via i questuanti aiutato da un altro ragazzino con il cinturone e il fodero per il coltello ma senza arma. Il ragazzino sostiene di chiamarsi Riccardo, chissà a causa di quale italianizzazione del suo nome arabo, ci guida attraverso le strette vie della Medina ,ci mostra la moschea risalente al 1400, ci racconta dei primi grattacieli del mondo costruiti 500 anni fa, palazzi di circa 10 piani senza uso di cemento o di strutture in ferro, solo pietre e argilla. I palazzi sono di colore rossiccio con fregi bianchi e sono tutti accatastati uno sull’altro. Ci accompagna nel suk, mostra negozi di argenti, la zona del cashmere con le loro pashmine , sciarpe, poi la zona delle spezie con i loro odori forti , incenso e mirra …mirra ,una materia sconosciuta, delle piccole scaglie nere dal forte odore di menta. Ne compero una scatola per tipo pensando al loro utilizzo tenuto conto che il profumo di incenso non è mai stato tra i miei preferiti ma la MIRRA non la avevo mai vista ne tantomeno sentito il profumo ma sicuramente farò contento qualcuno. Ci porta al vecchio caravanserraglio e ci mostra le stanze dove stazionavano i dromedari , poi saliamo le strette scale e troviamo ai vari piani le stanzette dove dormivano i viaggiatori. Arriviamo sul tetto da dove abbiamo sottocchio parte della città vecchia e possiamo apprezzare l’insieme. Dopo un paio d’ore terminiamo il giro e ci riaccompagnano alla porta . Gli allungo 10 $ , lui li guarda e mi dice che sono troppi ma i miei colleghi lo tranquillizzano dicendogli che va bene così.

Partiamo per il nostro lavoro , dobbiamo arrivare fino alla costa del Mar Rosso , ci vengo a prendere con due mezzi un gippone di grossa cilindrata e una grossa Mercedes. Io salgo sul Gippone e l’autista si chiama Aziz, è simpatico e spiaccica qualche parola di inglese e ha una risata contagiosa . Pur essendo già ad una altezza considerevole per lasciare la città ci inoltriamo in salita per arrivare al passo i direzione Nord Est. Attraversiamo villaggi dove la povertà è dipinta sui visi, le macchine si fermano e gli autisti spariscono in un antro ritornando dopo poco con un sacchetto cadauno di Qat dopo avercelo offerto ripartono iniziando a masticare e il viaggio assume un qualcosa di indefinito. Strada con tornanti uno dopo l’altro , con viste mozzafiato  , autisti che staccano la mano dal volante per prendere le foglie e mettersele in bocca , bere acqua per inumidire la palla di foglie , fumare , parlare al telefonino che suona incessante , sorpassi al limite , frenate violente , code dietro a vecchi camion che arrancano lentissimi su ripide salite, scatti violenti, pecore che attraversano la strada, dromedari che brucano ai bordi della strada.

Ogni pochi chilometri ci fermano posti di blocco di gente armata in divisa, chiedono dove siamo diretti , di dove siamo , vogliono vedere i permessi. Certi sono giovanissimi e mostrano i fucili mitragliatori come se fossero trofei. La strada è un continuo saliscendi tre rupi e abissi , la cosa che colpisce di più sono i terrazzamenti che nel corso dei secoli hanno strappato piccoli campi di terra coltivabile erigendo muretti di pietre e portando la terra con ceste fissate sul dorso di asinelli che sono di una taglia veramente piccola e fanno una certa impressione a vederli così carichi. La strada si snoda tortuosa spalancandosi ad abissi, aggirando rupi maestose sulle quali si ergono palazzi di pietra  a vari piani. Probabilmente il fatto di doversi ritagliare degli spazi di piano per poter costruire ,li hanno portati a sviluppare le costruzioni in altezza. Infatti si ha notizia dei primi grattacieli eretti nello Yemen che risalgono a circa 500 anni fa , palazzi di 10 piani e più costruiti senza l’uso di calcestruzzo o acciaio , solo pietre e argilla. Il fuoristrada si inerpica su stretti tornanti si lancia in discese da paura , tra sterzate , frenate. Risale con accelerate rabbiose. Quasi si ferma dietro a grossi camion sovraccarichi , aspetta il segnale per poter sorpassare e si lancia in accelerate al limite passando in spazi angusti. Proprio in uno di questi momenti , mentre il fuoristrada è a una velocità bassissima dietro a un paio di camion che arrancano lentamente tagliando i tornanti, vengo rapito dal volo di un falco , ha le ali aperte , maestoso. Le penne sono lucide , le due penne che pendono dalle ali ondeggiano leggermente . La corrente ascensionale gli permette di scendere lentamente e con la vista acuta scruta il suolo. La mia mente si trasferisce e volo al suo fianco, scivolo lentamente sull’onda dell’aria , sento il rumore del vento che corre lungo le gole , risale i crinali , fa stormire le fronde. Il falco sta scendendo verso le fasce coltivate , improvvisamente si piega e scende ad una velocità fantastica. Cerco di intuirne la direzione , ma la sua rapidità è tale che il mio occhio si perde, improvvisamente apre le ali per frenare e con le zampe sfiora il terreno e riparte in velocità. Stringe qualcosa tra gli artigli, ma proprio in quel momento il driver decide che è il momento di sorpassare, ho un attimo di smarrimento perché avrei voluto vedere la preda , probabilmente un topolino, che un attimo prima stava rosicchiando qualcosa e certamente non pensava che lo stava aspettando una fine così. Certo il falco ha colpito per fame , nessun animale uccide per diletto, solo l’essere umano ha questa prerogativa.

Mi coglie un pensiero, certo che nella storia dell’evoluzione e del progresso l’uomo ha fatto molta strada ma nell’evoluzione degli istinti non ci discostiamo molto dagli istinti primordiali. Se vediamo molte popolazioni sono ancora allo stato primordiale ma la variazione è solo nella tecnologia o nell’igiene ma per quanto riguarda il pensiero la differenza è minima. Solo la cultura ci differenzia ma neanche quella è una arma efficace e forse solo una evoluzione spirituale potrebbe permetterci di staccarci da certi istinti , forse quando ci renderemo veramente conto che facciamo parte di un tutt’uno  con la natura e con i nostri consimili. Vengo riportato alla realtà da una sterzata violenta per evitare una pecora che si era attardata ad attraversare la strada e la corsa verso il mare prosegue. La strada corre adesso piana in una landa desertica dalla quale spuntano dei pinnacoli di roccia ad interromperne la continuità , il caldo inizia a diventare insopportabile umido , il mare è vicino. La calura rende i contorni poco definiti. Arriviamo ad Hodeida  , città in espansione, con una lunga passeggiata sul mare ma di una imbarazzante desolazione . Il Mar Rosso , in questa parte una delusione, acqua densa , inquinata , non attira la nostra attenzione ma veramente qui non c’è nulla che attiri. Il giorno dopo scendiamo a Sud per circa 300 km ma la costa è lontana , brulla . Il caldo è opprimente e sempre più intenso, l’unica cosa che colpisce è la quantità di arnie per la raccolta del miele che si incontrano ai bordi della strada. La domanda è che tipo di polline raccolgano le api visto che l’area è desertica e si intravedono solo arbusti disseminati.

Qui l’uso dei dromedari è intenso , se ne vedono legati in lunghe file , carichi . Alcuni sono carichi di arbusti secchi altri di taniche , probabilmente piene di acqua.

La povertà dei villaggi che si incontrano lungo la strada è evidente e ogni villaggio ha il suo mercato dove si vedono in vendita i prodotti della terra , è il momento delle patate e grossi mucchi sono in esposizione.

Sono contento di questo viaggio , un altro tassello dal quale cogliere quelle sfumature che ci rendono diversi che integrano nella nostra mente quella conoscenza che ci porta alla tolleranza delle differenze.

Le nuove impressioni di questo viaggio

sono come le nuvole che ho visto,

le montagne che ho attraversato

la gente che ho incontrato 

Tante volte stavo per piangere

e tante volte ho riso di gioia


Karachi

marzo 27, 2012 § 25 commenti

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Una megalopoli senza cartoline manca il Pakistan Illustrato.

“Non ci sono cartoline, inutile cercarle”. Karachi è anche questo. Una megalopoli di circa 16 milioni di abitanti, principale porto e approdo commerciale del Pakistan che del turismo non sa che farsene. E allora, niente cartoline, magari un tappeto, un oggetto lavorato in legno o in argento, ma niente cartoline.

Puoi trovare ogni tipo di arma , ogni tipo di brutto falso, le paschmine made in China, ogni tipo di malattia, di deformazione fisica, ma niente cartoline.

Forse puoi portarti a casa un piccola atomica tascabile ma niente cartoline.

Karachi è una città che non dorme mai, come Hong Kong, New York, Pechino. In ogni momento della giornata e’ possibile muoversi salendo al volo su un vecchio e coloratissimo bus Bedford, a bordo di un vibrante motorisciò, chiamando uno sgangherato e maleodorante taxi. Lo stesso vale per il cibo. Per le strade di Karachi c’è sempre qualcuno che cucina e qualcun altro che mangia, ovviamente piccante.

Non ci sono cartoline ma di fianco alle sedi della mezzaluna rossa ci sono delle porte girevoli con una cassa applicata dove mettono i bambini indesiderati invece di gettarli nelle discariche.

Dall’alto, famelici corvi e giganteschi avvoltoi osservano volteggiando in cielo, planando tra le fogne ‘open space’ ai bordi delle strade, tra i cumuli di immondizia, sulle discariche di quartiere a forma di piramide. Corvi e avvoltoi sono l’altra parte della popolazione di Karachi. C’è anche un luogo qui che ricorda molto l’India e Mumbay (Bombay): le torri del silenzio zoroastriane, punto di riferimento per i parsi, i seguaci della religione zoroastriana. In cima, secondo la tradizione, vengono esposti i defunti che finiscono in pasto agli avvoltoi. Solo ai parsi è concesso varcare i cancelli.

Gli oggetti più chiesti agli occidentali, soprattutto da quelli che a Karachi vivono alla giornata, sono gli accendini a gas e le prese da corrente multiple, popolarmente dette ‘ciabatte’ in italiano. Vanno a ruba.

La città senza cartoline sogna un futuro modello Dubai, la città degli Emirati Arabi Uniti che dal capoluogo del Sindh si può raggiungere in aereo in poco più di un’ora sorvolando il Mare Arabico. Negli ultimi dieci anni a Karachi sono spuntati decine di centri commerciali all’occidentale. Palazzi enormi diventati il nuovo luogo di ritrovo per chi ha qualche rupia in più in tasca. Sono nati soprattutto nella zona di Clifton Beach, in qualche modo la zona residenziale di Karachi e dove solitamente la gente si raccoglie nei parchi di fronte alla spiaggia.

Il mare di Karachi è come la sua cartolina: non c’è. E’ talmente inquinato dagli scarichi delle navi e dagli stessi scarichi della città che farci il bagno è come tentare il suicidio.

Ma quello che di Karachi ti resta dentro più di ogni altra cosa è il suo odore, sono i suoi odori: di pesce marcio al porto, di sangue animale al bazar, di fogna per le strade, di frizioni bruciate nel traffico, di curry e melograno nelle case, di sudore sui bus, di rosa quando incroci una donna col velo, di polvere e di sabbia ovunque ti trovi.

Vivere e morire a Genova

marzo 26, 2012 § 23 commenti

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Vivere e morire a Genova
nell’ombra dei tuoi passi
ad ogni passo più lontani
finché di te rimane una sagoma scura,
una scia di profumo,
un niente:
le mani sul volto
sono il mio pianto senza lacrime,
sono il mio grido senza voce.
E questi miei abiti,
che sanno di fumo e di polvere,
non nascondono il peccato,
non cancellano l’errore
né concedono il perdono.
Ho sbagliato
e pago il fio della colpa
in ogni giorno che muore:
la bestemmia mi lascia peccatore
ed il peccato mi fa uomo
ma tu, ormai, sei andata
ed io cammino solo.
Così, la mia vita continua
sul tuo sorriso che muore
nel mio sorriso negato.
Ci saranno strade strette
a guidarmi sui monti di Genova,
ripidi sentieri incatramati
che scalano la miseria della roccia
e feriscono la terra secca, esangue.
Mi porteranno in alto abbastanza
per vedere le luci della città:
la notte, il cielo sopra Genova
è uno schermo giallo e nero
con sopra i volti stanchi
del porto e delle strade.
Ma è un cielo senza stelle,
una coperta rammendata
senza più calore
per avvolgere i corpi nudi
delle sue puttane.
Il cielo sopra Genova
vede ogni notte la stessa terra
e ogni notte la nasconde
per conoscerne il dolore:
si sente il grido, il passo,
la carezza del denaro che asciuga il pianto,
si sentono ovunque
urlare le sirene e fuggire le puttane
in un confuso tramestio di tacchi.
È il cielo dei perdenti,
dei conti che non tornano
e delle riflessioni amare,
dei pensieri scuri
e di una vita a mani vuote,
sempre.

Tetti

marzo 25, 2012 § 14 commenti

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Le  strade  che  portano  al  mare
sono  piene  di  vento  e  di  gabbiani
e  dormono  da  sempre
sotto  un  velo  di  salsedine,
e  i  miei  passi,
che  non  sanno  dove  andare,
lasciano  orme  scure  e  fragili
e  incrociano  i passi  dei  vecchi
che  hanno  visto  Genova
il  giorno  in  cui  sono  nati.

Forse avrei dovuto capirlo

marzo 23, 2012 § 24 commenti

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“Piacere, mi chiamo Anna, un nome palindromo …lo sai?”

Certo anche “SS” (esse esse) è un acronimo palindromo ho pensato ma non ho detto niente, forse la battuta era stata detta per stupirmi o per misurare il mio grado di ignoranza.

La cosa era finita li o meglio avrebbe dovuto finire li invece sono andato avanti.

A pensarci bene la presentazione era stata illuminante ma avevo gli occhiali da sole, il corpo era snello e il profumo buono , forse un po’ troppo dolce.

Forse avrei dovuto capirlo quella volta che siamo andati ad un sagra di paese :

“Pansoti al sugo di noci e panissetta “ con tanto di orchestra.

Ti sei presentata con tanto di top color oro ,con tanti strass che swarosky sarebbe stato geloso, una gonna a ¾ con tanto di volan  e scarpe da ballo con mezzo tacco legate sopra la caviglia. Hai smosso con la punta della forchetta i pansoti , hai sostenuto che la panissetta era troppo unta. Ti sei presentata sulla pista da ballo come una soubrette provando il fondo come in una fase di riscaldamento per i mondiali di ballo. Hai sostenuto che era scivoloso , hai preteso che un volontario locale cospargesse la pista di sale, hai passato le seguenti due ore a lamentarti che la pista era impraticabile e che non potevi ballare con uno che aveva le scarpe con la suola di gomma. Hai chiuso la serata dicendo che avevi la pelle d’oca per il freddo. Ti sei incazzata perché non ti ho chiesto di salire da te.

Forse avrei dovuto capire qualcosa dalla tua pratica di cambiare sempre la firma sui tuoi assegni e di lamentarti con me e con i cassieri della banca perché  nessuno faceva caso alla diversità della firma per poi incazzarti come una iena perché hanno bloccato il pagamento di un assegno. Ti sei lamentata con il direttore perché ti aveva fatto fare una figura di cacca con la tua estetista.

Come la sera che ti ho invitato a cena a mangiare pesci, ho scomodato un amico ispettore di polizia per raccomandarmi ad un ristorante esclusivo. Lui mi ha presentato come un suo superiore e siamo stati ricevuti in pompa magna. Ti sei presentata vestita come la dea del mare, un vestito vaporoso, attillato nei posti giusti, una scollatura da svenimento, tacchi da vertigini permanenti. Abbiamo attraversato l’assembramento di aspiranti commensali in un mormorio misto di invidia e ammirazione . Hai attraversato la sala da pranzo, rifiutando sdegnosamente un tavolo centrale per avvicinarti alla finestra che dava sulla scogliera, il cameriere ti  ha accostato la seggiola mentre ti accomodavi dimenticandosi di chiudere la bocca e distogliere lo sguardo dal tuo balcone in mostra. Hai discusso con il cameriere riguardo al menu, hai preteso che il proprietario venisse al nostro tavolo, hai rifiutato in maniera imbarazzante ogni proposta culinaria contenente prodotti ittici, hai richiesto insistentemente della carne nonostante il proprietario  ti confermasse che nel suo ristorante si cucinavano solo piatti a base di pesce ma nei suoi occhi leggevo che un po’ di carne lui sicuramente te l’avrebbe servita.

Siamo usciti mentre insultavi il ristoratore e la sua progenie e io conversavo amabilmente con il mio imbarazzo che non mi ha lasciato finché non ci siamo fermati ad un Take-way dove hai preso una pizza che hai sbranato appena fuori , sul marciapiedi mentre gli altri avventori mi guardavano come se fossi un pezzente che era uscito con la principessa.

Un sospetto mi è venuto nella notte mentre rivedevo ala moviola tutta la serata passata.

A mezzogiorno hai voluto incontrarmi, io volevo evitare accuratamente di entrare in argomento. Tu eri piccata , avevi un tono duro, mi hai comunicato con tono preciso:

“ I miei ex quando mi invitavano a mangiare pesci era solo un modo di dire , un eufemismo ! “

Ti ho guardata , non potevo esprimere tutto quello che mi passava per la mente, l’insulto più tenero era da codice penale. Tu aspettavi una risposta imperterrita .

La luce si accesa improvvisamente nella mia mente:

“ i topi non avevano nipoti “

forse è una frase senza senso ma è palindroma.

Tu mi hai guardato perplessa , stupita , ti sei resa conto di avere a che fare con un pazzo.

Mentre stavi per aprire bocca il mio cellulare si è messo suonare.

Era solo una che aveva sbagliato numero e mentre mi avviavo verso la libertà ne ho approfittato per chiederle “ mi scusi ma se un uomo la invita a mangiare pesci ,lei pensa sia un eufemismo ?”

Dove sono?

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