Riflessioni

aprile 30, 2012 § 16 commenti

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In questa giornata uggiosa le notizie della crisi , degli scandali politici mi danno lo spunto per varie riflessioni

Pongo una domanda: come possiamo mantenere brandelli di umanità nella realtà disgregata, desolata, di fronte ad un futuro incerto?

Lo si può fare solo con la nostra creatività, recuperando la cultura, il senso della storia degli uomini. Quando la ragione sembra persa e ovunque domina la paura, l’inquietudine, coperte da superficialità, mancanza di valori, incapacità a pensare con la propria testa, soggiacenza al pensiero dominante come è ragionevolmente possibile ritrovare una libertà di pensiero e la capacità di esserne veicoli?

Secoli di letteratura di riflessioni filosofiche, di teorie ci parlano in questo senso: Eschilo, Sofocle, Socrate, Euripide, Agostino, Dante, Dostoevskij, Kafka, Marx, ecc. i Vangeli che ci raccontano addirittura di un Cristo venuto in terra per sollevare i mortali dalla colpa, si perché di colpa si tratta. Possiamo ipotizzare che il groviglio oscuro della colpa sia all’origine di situazioni di violenza e di scontro di gruppo assai complesse e non facili da dipanare. Nelle generazioni, nella famiglia, nel gruppo, nella società si possono cogliere i livelli più primitivi della colpa. Negazioni, annullamento, proiezioni nell’altro questa sembra essere la vicenda propria della colpa. La colpa è sempre di qualcun altro, e quando il principio etico di assunzione di responsabilità viene meno, cade il fondamento stesso della vita civile e si entra nel caos.

Togliere il velo nero della colpa significa quindi prenderci la responsabilità in prima persona, rintracciare un metodo di pensiero, portare un esempio, incanalare la nostra passione verso la ricerca e la diffusione di cultura, di bellezza, apertura verso il sublime. Questo ci permetterà di non essere schiavi dell’ideologia dominante, di affermare la nostra libertà di esseri umani e forse trovare  un convivere civile degno.

I Greci la chiamavano eudaimonia, sottolineando la protezione di un buon demone, e la consideravano la condizione in qualche modo normale della vita, che è la realizzazione, gioia, soddisfacimento in una dimensione che riguarda sì gli agi esterni e il benessere corporale, ma anche e soprattutto l’interiorità dell’uomo. Tutti gli uomini tendono all’eudaimonia e la considerano il fine della vita, sottolinea Aristotele nelle sue lezioni di etica, riprendendo l’insegnamento socratico e platonico. Riappropriamoci di questo principio fondamentale abbiamo a disposizione uno strumento forte, il blog.

Silvia

aprile 30, 2012 § 9 commenti

Piccola serie di racconti :”Donne si raccontano”

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Silvia  Poesie al call-center

 

 

Mi piace spendere, e scrivere. Non posso spendere. Ma scrivo: sono almeno dieci anni che scrivo poesie. Non le pubblico, perché nessuno le vuole: le poesie non si vendono, dicono. Così solo riempiono i cassetti della mia scrivania. Di tanto in tanto partecipo a qualche concorso per dilettanti. Mi chiamano a leggerne una in pubblico e qualcuno mi applaude. La cosa mi rende felice, mi ridà entusiasmo e fiducia in me stessa, scrivo una nuova poesia. Lo faccio per me: bisogna pur regalarsi qualcosa. Sono laureata. Per vivere, anzi per sopravvivere, ho trovato lavoro in un call-center: settore sondaggi telefonici, quattro ore tutti i pomeriggi, sessantacinque centimetri di euro per ogni telefonata, più riesco a farne e più guadagno. A malapena riesco ad arrivare a settecento euro al mese. Ma c’è chi sta peggio di me: almeno io ho le mie poesie.

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anche se le leggo solo io

Massimo

aprile 27, 2012 § 16 commenti

Piccola serie di racconti : “Uomini si raccontano”


 

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Massimo      tradizioni di famiglia

Mio nonno era un ingegnere, ha messo su una solida azienda. Quando mio padre si è laureto,neanche a dirlo in ingegneria, lo ha messo nell’azienda e lui l’ha potenziata , l’ha fatta diventare un colosso. Io da bambino volevo fare il medico, poi mi sarebbe piaciuto suonare. Quando ho proposto il conservatorio a mio padre , mi ha guardato di traverso ed è stato perentorio:Istituto tecnico e poi ingegneria ..senza incertezze. Mia madre , una donna semplice , era riluttante alle serate mondane e piuttosto che il te con le mogli dei dirigenti , preferiva fare tovaglie al punto croce…gli ha parlato.. e dopo un paio di giorni…. a cena , mio padre ha sentenziato “Liceo classico e potresti frequentare  un corso di musica “. Ho guardato mia madre, con un battito di ciglia , mi ha fatto capire che era il massimo che era riuscita a spuntare. Lei una donna esile , diafana, con una voce dolce… delicata…, la sua massima aspirazione era poter leggere e dedicarsi alla poesia….dolci poesie …leggermente melense… Mai una parola sopra le righe e nessuna forza per imporsi, la donna perfetta per uno come mio padre. Finito il liceo con i massimi dei voti ,ero anche stanco del pianoforte, volevo qualcosa di più mio, da poterci mettere l’anima…e trovai questo nel flauto traverso.  Come facoltà avrei preferito qualcosa più rivolta alla letteratura. Lui….fu inflessibile…ingegneria.

Io intervallavo esami ad assoli con il flauto e sentivo di essere bravo, non li facevo sentire a nessuno. Laurea con il massimo dei voti…ed ingresso nel mondo del lavoro….Lui decise che dovevo fare esperienza in una grande compagnia ..e con le sue conoscenze ..è stato facile.

In premio della mia laurea ho ricevuto un grande attico con vista sul mare.  Lui ha deciso che per affrancarmi dovevo andare a vivere da solo. Ma….stavo tanto bene con la mia mamma , e soffrivo a stare solo e lei soffriva senza di me…ma.. Il mio lavoro lo facevo bene , Ufficio normalizzazione, T.N. acronimo di tabelle normali, registrazione di tutti i materiali in uso, fornitore , caratteristiche. Arrivava una variante la Ditta Irpiwk aveva cambiato le confezioni…da 3 kg a 5 kg ed io prontamente provvedevo alla modifica. I miei colleghi erano taciturni e nessuno laureato , è vero che ogni tanto arrivava un giovane ing. ma dopo 3 mesi se ne andava in altri uffici . Da 3 anni io sono qui. Sarà perché sono bravo e il mio lavoro lo so far bene? Ogni tanto vado a mangiare a casa dei miei , ed aspetto che lui mi dica di andare a lavorare da lui ma finora niente…dovrò ancora fare esperienza….? Alla macchinetta del caffè ..un collega mi ha presentato la signorina Elda, non bella , un paio di grossi occhiali le coprono il viso aguzzo ed è molto esile…ma ..mi ha detto che suona la viola. Abbiamo incominciato a salutarci e abbiamo deciso di incontrarci per suonare qualche pezzo insieme. Ci siamo incontrati qualche volta a casa mia ed abbiamo suonato insieme …poi un giorno si è avvicinata  e mi ha baciato…non sapevo cosa fare…poi con un po’ di tempo le cose si sono messe bene. Allora ho deciso di presentarla ai miei genitori e pensando al futuro ho preparato anche il discorso da fare a mio padre per chiedergli di andare nella sua azienda in qualche posto di responsabilità. La serata procedeva bene , mia madre era luminosa e sorridente e chiacchierava senza posa con Elda ..solo mio padre era taciturno e leggermente cupo, poi in un attimo di coraggio ho iniziato il discorso che mi ero preparato…..Lui mi è stato a sentire paziente fino alla fine…poi mi ha detto – ho appena assunto un brillante ingegnere, per quel posto, ma tu resta pure dove sei……..tu sei troppo uguale a tua madre ….non dovevi fare l’ingegnere.

Che abbia ammesso di essersi sbagliato?

Lucia

aprile 25, 2012 § 15 commenti

Piccola serie di racconti :”Donne si raccontano”
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Lucia  La prima e l’ultima

 

Lui mi ha tradita.  Io no.

Lui credo che continui a tradirmi, ma io faccio finta di non saperlo: a che mi serve saperlo?

Infelici l’uno dell’altra siamo rimasti insieme. Sono venticinque anni che stiamo insieme. Prima era perché i figli erano piccoli e non volevamo, sapevamo che non era giusto,far pagare ai bambini il prezzo di una separazione. Poi i figli sono cresciuti, oggi sono indipendenti, sono anche usciti di casa. E noi siamo ancora insieme. Siamo anche arrivati a festeggiare con tutti gli amici, miei e suoi, le nozze d’argento: “auguri”, “evviva”. Tutti ci hanno portato il loro regalo: d’argento naturalmente: chi un braccialetto per me, chi un vaso, una coppa, un vassoio. E anche noi, davanti a tutti che ci applaudivano, ci siamo scambiati un dono: una coppia di bicchieri d’argento, con incise le nostre iniziali, la data del nostro matrimonio e quella del “venticinquennale”. Ho un cassetto pieno zeppo dell’argento che testimonia la durata del nostro matrimonio.

Qua e là capita che mi interroghi, ma non più di tanto: una cosa che ho capito vivendo, è che qualche volta farsi troppe domande può essere pericoloso. Perché stiamo insieme? Perché siamo rimasti sposati? Che cosa abbiamo festeggiato con gli amici in occasione delle nozze d’argento?La forza dell’abitudine, la paura mia e sua, di ricominciare, o peggio, di rimanere da soli, il terrore degli avvocati, l’orrore di dover spartire la casa, i libri, i mobili, l’argenteria? Abbiamo brindato alla nostra vigliaccheria, o non invece al suo contrario, vale a dire il coraggio? E poi: ci vuole più coraggio a restare, o ad andarsene? Domande senza risposta: ognuno ha la sua.

La mia è nelle scelte concrete che ho fatto: sono qui con lui e lui è qui con me. E voglio che sia per sempre: altrimenti, a che cosa sono serviti tutta questa fatica, questo dolore,la depressione, a che sono servite anche le delusioni, le infedeltà, le reciproche bugie?

Adesso voglio continuare ad essere sua moglie, e voglio che lui continui ad essere mio marito. E qualche volta mi sorprendo, nelle cene con gli amici, durante le chiacchiere del dopo cena, a tessere le lodi del matrimonio “che dura”. Senza essere cattolica praticante, mi sono fatta in qualche modo sacerdotessa dell’indissolubilità, costi quel che costi: viviamo, come si legge dappertutto nella società della comunicazione, e allora a che serve fare le cose, se poi non si è capaci di farne partecipi gli altri? E poi, diciamo la verità, parlarne con gli altri, dire le cose ad alta voce, serve soprattutto a me stessa: sono io che devo convincermi di aver fatto bene, di far bene, di essere nel giusto, ho scelto il potere non l’amore.  Anzi, adesso ne sono proprio convinta.

Gigli recisi

aprile 23, 2012 § 15 commenti

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I gigli nati sull’asfalto

non diventano orchidee

ma appassiscono per non morire

tra mani sporche e senza grazia.

Questo è il canto notturno

della circonvallazione a mare

e del reticolo ombroso di viali e di strade

dove crescono creature acerbe

dalla pelle liscia e scura,

che rende più selvaggio il dolore

e nasconde lividi e ferite.

Genova non nasconde

questa lunga fila di vite spezzate

le coccola e le ripara dal vento

nei suoi vicoli scuri

Genova le accoglie come accoglie il mare

Come un fato ineluttabile

loro aspettano di scaldarsi

sdraiate sui sedili posteriori,

a posare un bacio sull’ignoranza

e sulla violenza di non sapere amare,

e farlo per poche lire,

per rivedere il sole,

la terra che hanno lasciato

o almeno il passaporto,

per confrontare una vita stuprata

su una vecchia foto.

Fiorenza

aprile 22, 2012 § 32 commenti

Piccola serie di racconti :”Donne si raccontano”

Fiorenza  Brutto scemo

 

Ti ho scelto e ti ho sposato, brutto scemo, per tutto quello che non eri: non eri già sposato, tanto per incominciare, e quindi non eri bugiardo, come tutti quelli che avevo incontrato prima di te e che mi avevano nascosto moglie, figli e magari una o più amanti in carica. E poi non eri cattivo, non eri prepotente, non eri maleducato, non eri brutto, non eri stupido, non eri uno dei quei puzzolenti alternativi con la maglia bucata e i capelli un po’ sporchi, ma non eri neanche uno di quegli schifosi uomini in carriera sempre in blu, cravatta regimental e due cellulari in tasca e alla vita.

Non eri e non mi sembravi misogino, di conseguenza ho pensato che forse mi avresti lasciato vivere e lavorare da essere umano e non solo da “moglie e madre dei tuoi figli”. Non ho preso in considerazione tutte le altre cose che non eri: non eri allegro, non sapevi farmi ridere, non sapevi giocare e farmi giocare, non sapevi ballare, non sapevi e non volevi spendere né spenderti: Non sapevi neanche far tanto bene all’amore. Ma soprattutto non sapevi vivere e farmi vivere.

E adesso?

 

Hey …..a quante è successo?

Ferdinando

aprile 22, 2012 § 23 commenti

Piccola serie di racconti : “Uomini si raccontano”
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Ferdinando          L’ex play boy

 

Io amo le donne. Tutte. Non proprio tutte, diciamo amo le donne belle. Ho un debole per la bellezza femminile, e un’ammirazione infinita per il delicato e misterioso mondo femminile. Io le capisco, so quello che vogliono e allora facilmente le conquisto. A dire il vero preferisco quando la seduzione si protrae e lei non è subito disposta a cedere, questo succede con quelle donne che oltre ad essere attraenti sono pure intelligenti e colte, allora diventa un gioco raffinato, fatto di sottintesi, ammiccamenti, sguardi e premure. Decisamente preferisco la donna elegante, che ha carattere un suo stile per questo ho sempre frequentato ambienti mondani di un certo livello sociale, è stato così che mi sono ritrovato play boy. Nella mia vita ho collezionato una quantità infinita di storie galanti, alcune brevi altre più durature, tutte condotte con classe, galanteria:  cene in ristoranti costosi, alberghi  di elite, inviti a concerti, fiori, il meglio. A dire il vero mi sono fatto anche molte belle scopate, fanno bene al corpo e allo spirito. Ho imparato molto sull’arte dell’amore. Mi sono innamorato veramente una volta sola nella mia vita, ero giovane, lei era bellissima e apparteneva ad una buona famiglia, ho fatto follie per lei mi sono persino trasferito di città per starle vicino, poi lei ha sposato un altro. Capita.  E’ stato meglio così. Io non sono adatto al matrimonio…..intendo a quell’unione d’amore unica ed esclusiva . Eppure a un certo punto mi sono sposato, lei è la figlia del mio capo, molto bella, ricca, e allora mi sono detto perché no, farsi una famiglia conviene sempre. Insieme conduciamo una buona vita, ognuno non interferisce nelle cose personali dell’altro, abbiamo una casa grande, persino due camere da letto, sono nati  anche due figli, un maschio e una femmina, ora sono adulti entrambi e stanno fuori casa. Da quando siamo rimasti soli io e mia moglie a volte non ci incrociamo per giorni interi, però ci amiamo, a nostro modo. Nei primi tempi del matrimonio ho cercato di essere fedele, vi assicuro ce l’ho messa tutta, ma come resistere a quel solleticante desiderio che ti invade quando intravedi una certa luce negli occhi di una bella donna. Io sono come una calamita le attiro. Ulimamente ho ricominciato e questa volta è stato ancora più intrigante, perché devo pianificare, trovare delle scuse, dei sotterfugi, stare attento a non fare passi falsi, a lasciare tracce,  senza molta difficoltà del resto, mia moglie non ha mai chiesto nulla, o non se ne è accorta o fa finta di niente. Lei lo sa io sono un ex play boy, e mi va bene ma cosa mi è rimasto? è una domanda a cui non voglio rispondere.

Gianni

aprile 20, 2012 § 39 commenti

Piccola serie di racconti : “Uomini si raccontano”

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Gianni           Un uomo normale

Lavoro in banca, faccio il cassiere ,si ci sono riuscito, una piccola spinta l’ho avuta, dal parroco del mio paese, del resto funziona in questo modo. Ora sono soddisfatto, ho un buon impiego con tutte le sue mensilità assicurate, le ferie, e tutto il resto, poi mi piace, i colleghi sono cordiali con me, andiamo insieme a mangiare nell’intervallo ora con l’uno ora con l’altro e si parla di calcio, di donne, solito. Fra un mese mi sposo,  finalmente ci siamo decisi io e la mia fidanzata, una brava ragazza, ci frequentiamo da un po’ ormai, ci vogliamo bene e dopo anni siamo riusciti ad acquistare un appartamentino, è piccolo, grazioso, senza pretese, per adesso a noi va bene. Abbiamo dovuto accendere un mutuo e per far fronte a tutte le spese abbiamo dato fondo ai nostri risparmi, ci si sposa una volta sola e allora quel giorno deve essere indimenticabile. E’ ultimato anche l’arredamento, bei mobili di legno massiccio, devono durare, mancano solo i soprammobili, le stoviglie, ma arriveranno con i regali, è già aperta una lista nozze in una rinomata cristalleria.

L’unica cosa che non ho voluto acquistare è la televisione. A chi mi chiede come mai, rispondo solo che la sera preferisco leggere, i classici, e poi mi dedico al modellismo, mi diletto a costruire velieri, ne ho già fatti parecchi.  

Io ho pianificato nel  giro di circa 15 anni tutti i debiti saranno pagati, ho messo tutto su un’agenda, ben chiaro, dopo penseremo a una casetta in campagna, i risparmi vanno investiti.

A proposito dimenticavo anche la mia fidanzata lavora in banca, lì ci siamo conosciuti, e abbiamo iniziato a parlare,  si sa come va a finire, abbiamo iniziato ad uscire insieme e scoperto di avere le stesse aspirazioni, gli stessi progetti nella vita. Ed eccoci arrivati a un passo dal matrimonio, sono contento, in fondo non è poi un gran cambiamento, ci vediamo tutte le sere anche adesso, mangiamo insieme a volte, o andiamo al cinema, abbiamo fatto un abbonamento, almeno finché non arriverà un figlio, non ne vogliamo di più. 

Per il viaggio di nozze abbiamo deciso una crociera nel Mediterraneo, è costata un po’, suvvia.

La scorsa estate siamo andati in Sardegna, quindici giorni in un villaggio, ci siamo divertiti, un pacchetto completo, io non bado a spese per le vacanze.

Tutto a posto non resta che aspettare.

L’altro giorno mi è successa una cosa strana, mai capitata prima, mentre contavo i soldi per la chiusura di fine giornata (denaro degli altri), osservo il mio collega, lui è più anziano, ha i capelli grigi, porta gli occhiali, ma si vedono lo stesso gli occhi tristi: gli è venuto il collo stretto, sarà perché porta sempre la cravatta (?), e un sorriso fisso sulle labbra, magari per compiacere il direttore. Mi è venuto da pensare: non starò facendo delle scelte sbagliate?

 No io no, so quel che faccio! Ho avuto l’esempio dei miei genitori, sono ancora insieme dopo tanti anni, certo gli alti e bassi ce li hanno tutti, mio padre lavorava in una grande azienda e senza scialacquare ha sempre fatto fronte alle spese della famiglia, la sera ci si ritrovava a tavola, la televisione accesa per il telegiornale, e poi ci si metteva in salotto per guardare qualche bel film (sarà per questo che ora non ho voluto la tv?). Ma guarda cosa vado a pensare. A ripensarci una televisione in casa ci vuole, chi ce l’ha il tempo per leggere il giornale, domani vado alla Metro e mi prendo quella panoramica a parete…….starà bene in sala e fatti due conti ci sta!

Tanto è lo stesso ! 

Serena

aprile 20, 2012 § 34 commenti

Piccola serie di racconti : “Donne si raccontano”

Serena  Tanga e guepière

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Io l’ho vissuta la stagione del rogo dei reggiseni: andavamo in giro con le gonnelline a fiori, gli zoccoli, e con i seni – belli, brutti, piccoli o grossi – che facevamo allegramente ballare, liberi, dentro i pullover slabbrati: Avevamo tutte le teste grandi di ricci naturali e scomposti, lavati in casa sotto la doccia: “Tremate, tremate le streghe son tornate”. Qualcuna pensava di essere ancor più trasgressiva non facendosi la ceretta: la libertà per le donne era anche dire e mostrare finalmente “ebbene sì, ho anch’io i peli sulle gambe: e allora?”. E sfilavamo nei cortei con le braccia alzate, inneggiando con i gesti e le parole, al nostro utero, alla nostra vagina che finalmente cessava di essere “patatina”, “farfallina” o al più, con affettuosa volgarità dialettale, “la gnocca”. “L’utero è mio e lo gestisco io”.

Mia madre anche in quel periodo è rimasta chiusa nel suo busto color carne con le stecche che mia nonna le aveva fatto indossare da quando aveva quattordici anni, e di cui non ha mai neppure immaginato di poter fare a meno scegliendo di rimanere bloccata lì dentro per tutta la vita: infilarsi e togliersi il busto era il primo e l’ultimo gesto della sua giornata, l’appuntamento con la bustaia un rito da compiere almeno due volte l’anno. Come se non bastasse, portava anche la retina sui capelli,sottile, quasi invisibile,e finalmente, dalla fine della guerra, di nailon, così non si rompeva: aveva i capelli a grandi onde naturali, li aveva avuti neri prima e poi grigi, sempre ordinati, un po’ schiacciati, mortificati dentro la sua retina. Mio padre glielo diceva sempre: “Una donna, prima di tutto, deve essere in ordine”.

Mia figlia vuol contare, farsi rispettare, far carriera: come gli uomini. Ma sotto i jeans e la giacca firmata porta reggiseno a balconcino colorati, e al posto degli slip, superati,usa il tanga, così sotto i pantaloni, sembra proprio nuda. Non so come fa a sopportare la tortura quotidiana di quella striscia sottile, magari di pizzo, che sega il sedere, infilandosi in mezzo alle natiche. Non mi è chiaro, non ho ancora capito: la sua scelta non assomiglierà in qualche modo a quella di sua nonna: chiusa per tutta la vita nel suo busto con le stecche? Sta di fatto che anche lei, proprio come la nonna, a domanda risponde: “ma sì, ma sì, in un primo momento dà fastidio, poi è solo questione di abitudine….”.

Jolanda

aprile 19, 2012 § 24 commenti

Piccola serie di racconti : “Donne si raccontano”

Jolanda   Quando avevamo le mani

 

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Dalla clava in poi gli uomini hanno sempre avuto bisogno di protesi: bastoni, zappe, falci, martelli, e poi pistole, fucili, mitragliatrici, cannoni, automobili. Date a un uomo una protesi ..e solleverà se non il mondo, sé stesso.

Noi donne, no, noi donne abbiamo fatto fino a oggi tutto e sempre con le mani: con le mani abbiamo piantato, raccolto, pulito, cucinato, cucito, ricamato, lavorato a maglia, e anche curato, accarezzato. Fino a oggi.

Mi piace lavorare con le mani, con le mani hai sempre il contatto con la realtà, le mani sanno sempre, toccandolo, quello che può far bene o far male.

A me, anche a scuola, quando ancora c’era l’ora settimanale di economia domestica, hanno insegnato a lavorare con le mani: duellavo con l’ago e la matassa dei fili colorati da cui finì con l’uscire un improbabile centrino a punto croce che ancora esiste, in fondo a qualche cassetto.

Con le mani ho vissuto e lavorato per i due terzi della mia vita. Ero poco più di una bambina, era l’immediato dopoguerra, povero o poverissimo per noi, la mia famiglia, come per tantissimi altri. Vivevamo in un seminterrato e su un malfermo tavolo di cucina, facevamo in casa, con la nonna, la pasta che non potevamo comperare già fatta, o forse neanche si trovava: avevamo anche imparato a fare le penne. La nonna tirava la pasta, io la tagliavo a quadrettino, poi mettevo ogni quadrettino di sbieco, facendolo diventare un rombo, e lo arrotolavo intorno al manico di un mestolo di legno.

Mi fanno tenerezza quelle penne, quando le ripenso nei grandi piatti bianchi, ricoperte di sugo e un pizzico, solo un pizzico di parmigiano, anche quello grattugiato a mano: di più non si poteva, non si doveva.

Sono passati gli anni. Ho lavorato tantissimo a maglia: il completo di lana color albicocca, maglietta e sacchetto con i bottoni da allacciare sulla maglia, per il vestitino, fuori regola e fuori norma, con il quale è stata battezzata mia figlia; il golfino bianco con i bordi verdi e rosa, che è stato il primo indumento indossato da mio figlio quando è nato, ed era cianotico perché aveva rischiato di morire strozzato dal cordone ombelicale. Ho cucinato, continuando a tagliare a mano gli arrosti perché il coltello elettrico mi ha sempre fatto paura.

Adesso devo arrendermi: mi hanno detto e ridetto che non posso esistere, non posso continuare a vivere e lavorare senza protesi. Come gli uomini, anch’io devo sforzarmi di diventare tutt’uno con le protesi: cellulari, personal computer, stampanti, macchine per pensare o per fare la crema e la minestra di verdure. Anche in macchina non posso tirar giù il finestrino a mano: devo premere un tasto, la freccetta a destra per abbassare, quella a sinistra per alzare il vetro. E se sbaglio, i finestrini si alzano e si abbassano tutti insieme. Io che ero abituata a misurare il valore di quello che facevo dalla fatica, anche fisica, che mi costava, devo “riciclarmi” invece di comandare le mie mani, devo imparare a comandare una serie di tasti. Mi piaceva andare a chiedere gli orari dei treni in agenzia: era un modo per fare due chiacchiere con quel ragazzo sempre un po’ distratto o con quella bella ragazza dai capelli neri e l’aria gentile, adesso mi dicono che c’è tutto su Internet, pigi un po’ di tasti, devi solo ricordarti quali sono quelli giusti, ed ecco fatto.

Scrivo: mi piaceva – ai tempi della scrittura a mano o al massimo a macchina con il rumore infernale dei tasti quando li premevo di più perché rispondessero alla pressione interna dei pensieri e delle passioni che mi spingevano a scrivere – toccare la carta, i fogli, e mi piaceva, nonostante la fatica anche fisica e il disordine che procurava sul mio tavolo, tagliare i fogli a metà per eliminare, fisicamente, le cose, i pensieri, che, dopo averli scritti, non mi somigliavano più e per giorni e giorni lavoravo a quello che definivo il “taglia e incolla”, un racconto, una lettera, un articolo come un vestito su misura per una sarta.

Tutti e due i miei figli volevano far  diventare una professione la loro passione per il disegno, hanno combattuto per anni per imparare a disegnare, disegno geometrico e dal vero: Adesso hanno affidato a una discarica i tavoli da disegno: devono solo imparare a spingere dei bottoni, quelli giusti. Mio figlio, che è un uomo, lo fa con una grande felicità: ha la sua brava protesi a disposizione, lui comanda, lei obbedisce. Mia figlia, che è una donna, non lo dice perché non si deve dire, è politically incorrect, e però la verità è che si è solo rassegnata: avrebbe voluto che la sua protesi al massimo fosse una matita da tenere in mano, con la quale non impartire ordini, ma toccare concretamente dei fogli sui quali imprimere, non il segno realizzato dal comando di un computer, ma il proprio segno, la pressione che doveva passare direttamente dalla sua testa, forse dalla sua anima, al braccio e alla mano.

Mia madre ricamava. Ho ancora in un sacchetto in fondo al mio armadio il suo ultimo ricamo rimasto a metà: un centrino a filet, che lei realizzava con un certo tipo di aghi lunghi dalla cruna ovale, passando e ripassando intorno a un ordito di piccoli chiodi su un telaio di legno. Ho i sacchetti di perline colorate con le quali realizzava un numero spropositato di borsette da sera a righe, stelle e fiori, che poi, per quanti regali facesse, non riusciva mai a smaltire.

Io non faccio, non devo più fare : devo ordinare al mio computer di fare al mio posto, i suoi tasti, simboli e comandi al posto delle mie mani. Io mi rapporto male a lui, vorrei non averne bisogno, e lui si vendica non riconoscendo in me il segno del comando: fa di testa sua, mi cambia il carattere mentre scrivo, mi dà segnali di scontento e di disobbedienza. Così, non lo dico, che lui non lo sappia, perché so che non mi vuole bene, come io non gliene voglio. Forse, dico forse, io non avevo davvero bisogno di lui, è piuttosto lui che aveva bisogno di me, di noi tutti. Dicono è un oggetto che semplifica un’infinità di cose, tu comandi e lui fa. E’ che a me non piace comandare, e mi è sempre piaciuta la concretezza materiale del fare. Da sola.

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