Pakistan, fuggire per vivere

aprile 15, 2012 § 18 commenti

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Il chai mi scaldava le mani , il fuoco scoppiettava nel braciere di pietre  il brusio

di voci si fermò di colpo e una voce di donna si fece chiara. Il suo volto incorniciato

da uno scarf di lana pesante era illuminato dalle fiamme.

Il mio accompagnatore pakistano mi traduceva sottovoce e io interpretavo così.

La luce scacciava gli ultimi refoli del buio portandosi dietro il lezzo di
un giorno nato già morto. La mente si riempiva del terrore del vivere
un altro giorno con lo spettro della morte dietro ad ogni angolo.
Questo senso di precarietà limitava ogni movimento , il futuro era una
chimera e il tempo di previsione era nello spazio tra un buio e l’altro.

Oggi avevo deciso di ripetere l’esperienza di portare i bambini in quel
campetto a pochi metri da casa , appena fuori dal quartiere. La fobia
dei luoghi affollati ormai era imperante, nei mercati la morte arrivava
improvvisa , falciava corpi senza selezione non distingueva giovani o
vecchi li accomunava nella condivisione del viaggio senza ritorno.

Stringevo i bambini attorno al mio chador , la strada era poco frequentata e ogni
movimento era guardato con sospetto. Prima le donne erano obbligate a
camminare con gli occhi bassi adesso ogni passo era seguito da uno
sguardo attento e sospettoso. Il campetto , circondato da una rete rugginosa e devastata, era già frequentato .

Un gruppetto di bimbi correva dietro a un pallone deforme, alcune bimbe
vezzeggiavano stracci legati a forma di bambola e giocavano alle mamme
, su tutti lo sguardo vigile di un gruppetto di donne avvolte nelle
vesti nere che mormoravano sommesse. Mi avvicinai lentamente e una di
loro mi fece posto su una larga pietra che fungeva da panchina, il
maschietto prese a rincorrere la palla mentre le due femminucce
rimasero qualche tempo attaccate alla veste per poi avvicinarsi a
partecipare alla creazione di qualche torta di terra.

Il luogo dava una sensazione di zona franca come se si potesse estraniarsi
dal massacro quotidiano, la mia vicina aveva gli occhi asciutti senza
più lacrime . Aveva perso il marito e un figlio in un attentato al
mercato mentre comperavano del cibo , lei si era salvata per caso
insieme alla figlia sbattute dallo spostamento d’aria dietro al bancone
del negozio. Da allora l’angoscia la soffocava , mi rivolse la parola
senza muovere lo sguardo, la sua voce era atona e dovevo concentrarmi
per capire le parole coperte dalle urla dei maschietti e dal cicaleccio
delle bimbe . Era preoccupata del futuro, crescere una figlia senza
padre in un paese dove le donne contano niente e le vedove ancora meno,
faceva considerazioni  con poco costrutto , non faceva domande , esemplificava situazioni.

Un vecchio pick up si accostò alla rete , il motore tossicchiava, i nostri
sguardi si alzarono allarmati. La donna vicino a me smise di parlare e
per la prima volta da quando ero lì  alzò gli occhi dove si leggeva il terrore.

Il motore si spense , scese un uomo che senza alzare lo sguardo  raccolse
un sacco dal cassone e si incamminò zoppicante verso l’angolo del
palazzo sbrecciato che si trovava davanti a noi. La tensione si stava
attenuando , i bambini avevano continuato i loro giochi senza
flessione, la donna al mio fianco aveva riabbassato lo sguardo e aveva
ripreso a parlare ma io avevo perso la concentrazione non riuscivo a
distinguere le parole. Il boato arrivò improvvisamente, lacerante ,
potente, mi ritrovai spostata come da una mano violenta , una percossa
inattesa , i timpani offesi , aprii gli occhi e solo un cielo sporco
sopra di me , un puzzo tremendo infestava l’aria. La mia mente non
riusciva a connettere velocemente ero imbambolata , stordita , si fece
strada il pensiero dei bambini ma non riuscivo a muovermi, sentivo un
peso che mi opprimeva , il corpo non rispondeva. Il tempo era denso
come la melassa , sentivo la stessa appicicosità tra le dita  ,
dovevo sforzarmi ad alzarmi. Lentamente riuscii a mettermi seduta, un
corpo era riverso su di me , lo spostai lentamente .non avrebbe più
avuto paura del futuro.. il sangue aveva intriso le mie vesti ma non
sapevo di chi era , non sentivo dolore, probabilmente mi aveva salvato.

Gli occhi cercavano di mettere a fuoco l’ambiente circostante, tra il fumo
vedevo corpi straziati , rottami contorti, un pensiero ritorno
prepotente “i miei figli”, riuscivo a percepire nuovamente i suoni  .
I lamenti saliva alti come una cantilena ondulante , mi alzai in piedi
cercando di non perdere l’equilibrio, cercavo di capire se ero ferita ,
sentivo scorrere qualcosa lungo le cosce , improvvisamente le due bimbe
corsero urlando verso di me e ci stringemmo in un abbraccio , avevano
delle abrasioni ma niente di importante . Mancava solo Hassan , mi
muovevo in quella carneficina con difficoltà impedita dalle bimbe che
non si staccavano . Guardavo con disperazione i volti dei corpi
strapazzati dal burattinaio sperando di non vedere quello di Hassan.

Poco distante un bimbo con le vesti strappate stava seduto con la faccia tra
le mani, mi avvicinai e vidi che tra le dita scorreva il rosso sangue ,
era Hassan ferito tremante  ma vivo.

Tutto intorno a me perse i contorni , mi estraniai completamente, presi ad
accarezzarlo lentamente e a parlargli, strappai una striscia di tessuto
dallo Chador , dolcemente levai le sue mani dal viso . Un largo taglio
apriva la sua fronte e il sangue colava copioso, con la striscia di
tessuto tamponavo il taglio e controllavo che non avesse altre ferite.
Lo presi in braccio e con le bimbe sempre strette alla mia veste  cercai
di avviarmi verso casa. Nel frattempo erano arrivati dei soccorsi , un
uomo cercò di strapparmi Hassan dalle braccia per portarlo in ospedale
ma riuscii ad impedirlo, lo avrei perso nuovamente. Sempre stordita
arrivai in casa , mi liberai delle vesti ingombranti e fradice di
sangue, lavai Hassan delicatamente . Aveva solo quel taglio di
importante e una miriade di graffi , lo medicai alla meglio , lavai le
bambine e poi me stessa. La paura si stava diffondendo , saliva densa a
chiudermi la gola , un tremito squassava il corpo, non potevo lasciarmi
sopraffare  avevo tre creature da accudire.

Il pensiero correva a quell’uomo che era sceso da quel pick up , che aveva
scelto l’obbiettivo, alla coscienza di quell’essere non paragonabile neanche

alle bestie , perché quelle uccidono per sfamarsi .

Figli dello stesso Dio che non ha mai detto di uccidere per lui, dove qualcuno

si arroga il diritto di levare il dono della vita a chi non ne ha neanche assaporato

il gusto agrodolce.  Dove andrà questo mondo se si sceglie di uccidere dei bambini perché domani saranno uomini.

Mio marito entrò in casa , non so dopo quanto tempo, si guardò intorno …il tanfo della paura saturava la stanza.

La notte stessa buttammo le nostre povere cose su uno sgangherato furgone
e ci allontanammo dalla città per andare a vivere nel villaggio dove
abitava mia sorella e dove tutti si conoscono e saremmo stati più
sicuri .

Continuare a vivere sapendo che anche gli altri hanno bisogno di noi

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