Lucia

aprile 25, 2012 § 15 commenti

Piccola serie di racconti :”Donne si raccontano”
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Lucia  La prima e l’ultima

 

Lui mi ha tradita.  Io no.

Lui credo che continui a tradirmi, ma io faccio finta di non saperlo: a che mi serve saperlo?

Infelici l’uno dell’altra siamo rimasti insieme. Sono venticinque anni che stiamo insieme. Prima era perché i figli erano piccoli e non volevamo, sapevamo che non era giusto,far pagare ai bambini il prezzo di una separazione. Poi i figli sono cresciuti, oggi sono indipendenti, sono anche usciti di casa. E noi siamo ancora insieme. Siamo anche arrivati a festeggiare con tutti gli amici, miei e suoi, le nozze d’argento: “auguri”, “evviva”. Tutti ci hanno portato il loro regalo: d’argento naturalmente: chi un braccialetto per me, chi un vaso, una coppa, un vassoio. E anche noi, davanti a tutti che ci applaudivano, ci siamo scambiati un dono: una coppia di bicchieri d’argento, con incise le nostre iniziali, la data del nostro matrimonio e quella del “venticinquennale”. Ho un cassetto pieno zeppo dell’argento che testimonia la durata del nostro matrimonio.

Qua e là capita che mi interroghi, ma non più di tanto: una cosa che ho capito vivendo, è che qualche volta farsi troppe domande può essere pericoloso. Perché stiamo insieme? Perché siamo rimasti sposati? Che cosa abbiamo festeggiato con gli amici in occasione delle nozze d’argento?La forza dell’abitudine, la paura mia e sua, di ricominciare, o peggio, di rimanere da soli, il terrore degli avvocati, l’orrore di dover spartire la casa, i libri, i mobili, l’argenteria? Abbiamo brindato alla nostra vigliaccheria, o non invece al suo contrario, vale a dire il coraggio? E poi: ci vuole più coraggio a restare, o ad andarsene? Domande senza risposta: ognuno ha la sua.

La mia è nelle scelte concrete che ho fatto: sono qui con lui e lui è qui con me. E voglio che sia per sempre: altrimenti, a che cosa sono serviti tutta questa fatica, questo dolore,la depressione, a che sono servite anche le delusioni, le infedeltà, le reciproche bugie?

Adesso voglio continuare ad essere sua moglie, e voglio che lui continui ad essere mio marito. E qualche volta mi sorprendo, nelle cene con gli amici, durante le chiacchiere del dopo cena, a tessere le lodi del matrimonio “che dura”. Senza essere cattolica praticante, mi sono fatta in qualche modo sacerdotessa dell’indissolubilità, costi quel che costi: viviamo, come si legge dappertutto nella società della comunicazione, e allora a che serve fare le cose, se poi non si è capaci di farne partecipi gli altri? E poi, diciamo la verità, parlarne con gli altri, dire le cose ad alta voce, serve soprattutto a me stessa: sono io che devo convincermi di aver fatto bene, di far bene, di essere nel giusto, ho scelto il potere non l’amore.  Anzi, adesso ne sono proprio convinta.

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