Latente

aprile 14, 2017 § 1 Commento

 

La luce del tramonto soffusa filtra tra le tende arancioni spargendosi nella cucina, da lei stessa allestita. La casa era sua. Come sua era pure la vetrina a doppio sportello in cristallo ,che occupava una parete del salone; come sue erano le coppe vinte nelle gare di cicloturismo e le coppe vinte al tiro a segno , le targhe  in cui ricorrevano le sue immagini e il suo nome sotto la dicitura primo classificato; come suoi erano gli oggetti indiani provenienti dall’ashram che aveva frequentato; come sue erano le cornici intarsiate che esibivano l’attestato di laurea e master in psicologia; come suo era il batik appeso sopra la porta che rappresentava l’albero della vita , dai colori tenui; come suo era l’altare buddista che aveva realizzato lei stessa nel tempio del suo maestro in Birmania; come sua era la libreria a mensoloni di noce ideata da lei stessa, che copriva per tre quarti la grande stanza , come suoi erano tutti i libri che la riempivano.

E’ seduta a gambe divaricate su un tavolino intarsiato, con le ginocchia piegate ad angolo retto; i piedi nudi sono saldamente piantati sul pavimento in legno; due fili di perle di fiume in conflitto cromatico con la pelle bronzea, ornano il collo, le braccia magre e nervose spuntano dalle maniche di un kimono da arti marziali in seta bianca lucida; le mani rivolte in basso sono immerse nella fascia d’ombra tra le cosce e il costato, una striscia di luce sfuggita dal filtro delle tende accarezza la curva del collo e illumina la punta del mento regolare proteso verso l’alto; due occhi di ghiaccio fissano immobili davanti a sé, i corti capelli neri cadono leggermente verso le spalle.
Sulla scrivania d’epoca scelta da lei stessa, appeso alla pinza  portacarte comprata da lei stessa, un biglietto in carta azzurrina scritto con la stilografica così recita: “scusami, un imprevisto, sono atteso in sede a Roma, vengo a prenderti stasera alle venti, si va da Malyan’s per il nostro anniversario, ti amo”; sul video al plasma del portatile di lui una scritta:

“ Conferma per la prenotazione della camera al “Quisisana” di Chianciano  per il giorno 28 ,la ringraziamo per la sua scelta”.

Naturalmente era bastata una telefonata , fatta da lei stessa, in sede a Roma per appurare che lui non era là e non doveva andarci e un’altra telefonata per avere la conferma che lui era chiuso nella stanza a Chianciano in buona compagnia.
La porta si apre  e sbatte leggermente nel richiudersi, passi leggeri percorrono il corridoio, una assicella del parquet scricchiola, la pendola a muro suona le otto in punto.
Un sorriso altera l’immobilità del viso e le mani affusolate che impugnano una pistola, con il calcio di madreperla già pronta a sparare , si alzano  mettendo la canna a livello  delle spalle.

Lui si trova davanti alla scena , come paralizzato, la paura sale lentamente dallo stomaco si diffonde e si trasforma in terrore, la voce non riesce a passare il groppo della gola . Tre colpi in rapida successione saturano lo spazio, non sente nessun dolore, resta attonito per qualche secondo poi un senso di languore lo pervade , un calore al petto anticipa una fitta che lo trapassa come una stilettata, le mani scattano a contenere il petto , le gambe cedono e il corpo schianta sul parquet con un gorgoglio.

Lei si scuote dalla sua immobilità , si alza dal tavolino abbassando l’arma , raccoglie i bossoli  delle pallottole a salve e si avvia ad aprire la finestra per eliminare l’odore di cordite che rende irrespirabile l’aria. Senza rivolgere lo sguardo verso il corpo caduto scomposto si avvia verso la sua camera. Si sfila il chimono rivelando il suo corpo completamente nudo , fa scorrere le ante dell’armadio ornate di figure giapponesi, sceglie un tubino nero e si veste con cura . Lo specchio riflette la sua figura snella e flessuosa , si passa una mano tra i capelli  e sorride alla propria immagine. Raccoglie il telefonino sul basso comodino  che affianca un  futon  matrimoniale e compone il numero del “118” e appena sente il collegamento dichiara le proprie generalità e poi :

“ Mio marito deve avere avuto un attacco cardiaco venite subito”

Raccoglie la pistola e la ripone nella sua cassetta , prende due bastoncini di incenso li pone sul supporto inclinato ed avvicina la fiamma dell’accendino.

Il profumo di incenso cerca di coprire un odore nauseabondo che si sta propagando.

Questo era quello che sarebbe stato se qualcuno non lo avesse avvertito e lui non fosse più tornato e non avesse più dato segni di sé ma ad ogni anniversario lei lo aspetta esattamente alle venti con la pistola in pugno sperando di eseguire il suo piano.

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