No, l’anti-sionismo non è anti-semitismo

aprile 10, 2012 § 12 commenti

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Oggi si fa molta confusione tra antisemitismo e antisionismo, chiunque si metta contro Israele viene tacciato di antisemitismo e razzista. Vi è una differenza ben chiara tra le due cose e allora sarà il caso di fare un po’ di storia. Sin dall’inizio, il sionismo politico è
stato un movimento controverso persino tra gli ebrei. L’opposizione, in nome dell’ebraismo, dei rabbini ortodossi e riformati tedeschi all’idea sionista era così forte da spingere Theodor Herzl a spostare il luogo del primo congresso sionista nel 1897 da Monaco a Basilea, in Svizzera.
Venti anni dopo, quando il ministro degli esteri britannico Arthur
Balfour (nel 1905 sponsor dell’Alien Act per limitare l’immigrazione
ebraica nel Regno unito) voleva che il governo si impegnasse per una patria ebraica in Palestina, la sua dichiarazione venne rimandata non a causa degli antisemiti ma degli esponenti della comunità ebraica. Tra cui un esponente ebreo del governo che disse che il filo-sionismo di Balfour avrebbe «finito per rivelarsi anti-semita». La creazione dello stato di Israele nel 1948 non ha posto fine al dibattito anche se il problema è cambiato.
Oggi si tratta del futuro di Israele.

Israele dovrà divenire uno stato «post-sionista», uno stato che si definisce nei termini dei suoi abitanti attuali o si vede come appartenente all’intero popolo ebraico? Si tratta di una domanda del tutto legittima e certo non anti-semita. Quando qualcuno sostiene il contrario e finisce per aumentare ancor più il livello di confusione e sostiene che «il sionismo comprende anche la credenza che gli ebrei sono una nazione, e come tali hanno diritto all’autodeterminazione come tutte le altre nazioni». Ciò è doppiamente sconcertante. Innanzitutto l’ideologia del nazionalismo ebraico era del tutto irrilevante per molti ebrei così come per molti simpatizzanti non ebrei, che vennero attratti dall’obiettivo sionista di creare uno stato ebraico in Palestina. Essi vedevano Israele in termini umanitari o pratici: un rifugio sicuro dove gli ebrei potessero vivere come tali dopo secoli di emarginazione e di persecuzioni.
Il susseguirsi delle ondate di immigrazione, l’aggressività con cui il gruppo dirigente sionista movimento nazionale palestinese,
avevano creato, già alla vigilia della seconda guerra mondiale, una
conflittualità talmente aspra da compromettere ogni prospettiva di
convivenza.
La proposta britannica, avanzata nel 1937, per una spartizione del
territorio in due Stati fu respinta da entrambe le parti contendenti.
Nel maggio del ’42, la conferenza sionista di New York approvava il
“programma del Biltmore”, con la richiesta di uno Stato ebraico
sull’intero territorio palestinese. All’interno del sionismo si erano
delineate, in realtà, due “anime” e due correnti: una, maggioritaria,
con David Ben Gurion come suo massimo esponente, socialisteggiante, consapevole dell’importanza decisiva che l’esistenza di un vasto consenso internazionale ai suoi obiettivi assumeva per la loro realizzazione, e quindi pragmatica nel definirli e gradualista; un’altra, minoritaria, politicamente a destra o all’estrema destra, intransigente nella rivendicazione dell’intera Palestina di prima del mandato britannico, compresa la parte a Est del Giordano, e legata al mito della “conquista” e alla pratica del terrorismo, nonché a una visione antagonistica del rapporto con la comunità mondiale; i maggiori esponenti di questa tendenza erano
Menachem Begin e Itzhak Shamir.
La maggioranza avrebbe scelto, cinque anni dopo il Biltmore, il compromesso territoriale, come prezzo per la realizzazione dello Stato, e avrebbe governato quest’ultimo nel suo primo ventennio e oltre. L’opposizione avrebbe avuto la sua rivincita negli anni Settanta. Il movimento del sionismo ha portato alla creazione e allo sviluppo di diverse associazioni nei diversi stati dove forte è la presenza degli ebrei.
Queste sono realtà.
Questa motivazione venne rafforzata dall’uccisione da parte dei nazisti di un terzo della popolazione ebraica del mondo, l’intera distruzione delle comunità ebraiche in
Europa e la sorte delle masse di rifugiati ebrei che non avevano alcun posto dove andare. In secondo luogo non bisogna certo essere anti-semiti per respingere l’idea che gli ebrei costituiscano una nazione a parte nel senso moderno della parola o che Israele è lo stato nazione ebraico. Ironia della storia il fatto che gli ebrei sono un popolo a parte che formano «uno stato nello stato» è uno degli ingredienti base del discorso anti-semita. Ed è anche per questo che alcuni anti-semiti europei pensano che la soluzione della «questione ebraica» possa essere per gli ebrei uno stato per loro conto. Herzl di certo pensò che avrebbe potuto fare affidamento sul sostegno di alcuni settori anti-semiti. Ma cos’è l’anti-semitismo?
Anche se questo termine risale agli anni `70 del
XIX secolo, l’anti-semitismo è un antico pregiudizio europeo sugli
ebrei. Il compositore Richard Wagner l’ha espresso assai bene quando disse: «Ritengo che la razza ebraica sia il nemico della pura umanità e tutto quel che di nobile vi è in essa». E’ così che gli anti-semiti vedono gli ebrei: si tratta di una presenza aliena, parassiti che vivono sulle spalle dell’umanità e vogliono dominare il mondo. In tutto il mondo la loro mano invisibile controllerebbe le banche, i mercati ei media. Persino i governi sarebbero sotto il loro dominio. E quando ci sono delle rivoluzioni o quando delle nazioni vanno in guerra sarebbero sempre gli ebrei a muovere i fili – astuti, spietati, compatti- e a trarne vantaggio. Quando questo pregiudizio viene proiettato su Israele in quanto stato ebraico, allora possiamo dire che l’anti-sionismo è anti-semita. E quando zelanti critici di Israele, senza essere anti-semiti, usano distrattamente frasi come «l’influenza ebraica», evocando quelle fantasie, essi alimentano una corrente anti-semita nel mondo della cultura. Ma l’occupazione israeliana della West Bank e della striscia di Gaza non è una fantasia. Il diffondersi degli insediamenti ebraici in quei territori non è una fantasia. Non è una fantasia il diverso, ineguale, trattamento riservato ai colonizzatori ebrei e agli abitanti palestinesi. Non è fantasia le discriminazioni istituzionalizzate in varie sfere della vita sociale ai danni dei cittadini arabi in Israele.
  

Chissà cosa pensava Ferrara(qualche anno fa) quando ha indetto la marcia in favore di Israele ,forse non si è reso conto di quanti palestinesi sono stati sterminati dallo stato di Israele  e se è stata una cosa voluta allora si può considerare un sionista come del resto la buona parte dei direttori del panorama giornalistico italiano.
E’ cosa ben diversa opporsi a Israele o al sionismo sulla base di una fantasia anti-semita o farlo sulla base della realtà. In questo secondo caso non si può parlare di anti-semitismo. Ma una critica eccessiva ad Israele o al sionismo non è forse testimonianza di un pregiudizio anti-semita? Coloro che sostengono questa linea sostengono che essa viene passata quando i critici rivolgono le loro critiche ad Israele, isolando il suo caso, in modo scorretto; quando applicano due pesi e due misure e giudicano Israele sulla base di criteri più duri di quelli usati nei confronti di altri stati; quando riportano i fatti in modo distorto in modo da presentare Israele sotto una cattiva luce; quando denigrano lo stato ebraico; e così via. Tutto ciò è indubbiamente scorretto ma si tratta necessariamente di anti-semitismo? No penso proprio di no. Il conflitto israelo-palestinese è un’amara lotta politica . I problemi sono molto complessi, le passioni brucianti e grandi sono le sofferenze. In queste circostanze i membri dei due schieramenti possono essere di parte e «passare la linea tra il corretto e lo scorretto». Quando coloro che si sono schierati con Israele passano quella linea non è detto che siano anti-musulmani. E quando altri, in sostegno della causa palestinese fanno lo stesso questo non li trasforma in anti-ebrei. Ciò vale per entrambi. Ma c’è anche qualche altra cosa che vale per entrambi: il razzismo. Sentimenti anti-ebraici e sentimenti anti-musulmani sembrano in crescita. Ciascuno ha le sue peculiarità ma antrambi sono esacerbati dal conflitto israelo-palestinese, l’invasione dell’Iraq, la «guerra contro il terrorismo» e altri conflitti.

Dovremmo unirci tutti per respingere il razzismo in ogni sua forma: l’islamofobia che demonizza i musulmani così come i discorsi anti-semiti che possono infettare l’anti-sionismo e avvelenare
il dibattito politico. Tuttavia uomini di buona volontà possono non
essere d’accordo tra di loro a livello politico – sino al punto
discutere del futuro di Israele come stato ebraico. Senza dimenticare che anche l’equiparazione dell’anti-sionismo con l’anti-semitismo può avvelenare, a suo modo, il dibattito politico.

Da una guerra all’altra

marzo 12, 2012 § 1 Commento

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Risveglio a Teheran, niente di nuovo sotto il sole ,il solito smog che opprime questa megalopoli che si delinea all’orizzonte con quel suo colore grigio-violaceo. Le gazze che continuano imperterrite nella loro ricerca di cibo e di oggetti luccicanti e battibeccano tra loro nella disputa di un pezzo di carta stagnola. Scendo in strada e percorro le strade alberate non ancora intasate dal traffico dei pendolari, le scuole sono ancora chiuse , si viaggia abbastanza bene ma….qualcosa di nuovo c’è …..le torrette della contraerea sono in movimento , le parabole dei radar scandagliano il cielo con una frenesia inusuale, alcune squadre di soldati ingrassano le rampe dei missili che si intravedono attraverso le aperture mimetizzate.
Le Compagnie straniere hanno alzato il livello di rischio e aumentato di uno scalino il codice di allerta. Si sente qualcosa fermentare , non è ben definito ma si percepisce, non è certo per le future elezioni o per la dichiarazione che in Iran il programma nucleare va avanti comunque, c’è qualcosa di diverso , come se fosse in atto una esibizione di forza , di pettorali , contro le intimidazioni esterne. Il pericolo che l’Iran rappresenta per l’America non sono i suoi progetti nucleari, le armi di distruzione di massa, o il suo sostegno alle “organizzazioni terroristiche”, come pretende l’Amministrazione Americana. No, il vero pericolo è rappresentato dal suo tentativo di modificare il sistema economico mondiale utilizzando il petro-euro al posto del petrodollaro. Un tale cambiamento viene considerato, nei circoli americani, come una vera e propria dichiarazione di guerra economica che appiattirebbe i profitti delle aziende americane provocando anche un probabile collasso economico e questo colpirebbe anche gli amici israeliani .
Nel giugno del 2004 l’Iran aveva già manifestato la sua intenzione di creare un centro di scambio petrolifero internazionale (una borsa) basata sull’euro. L’iniziativa trovava il favore sia di molti paesi produttori sia di molti paesi consumatori. Secondo le dichiarazioni iraniane tale borsa doveva iniziare la sua attività agli inizi del 2012. Naturalmente questa borsa si sarebbe trovata a competere con la borsa petrolifera di Londra (International Petroleum Exchange – IPE-), e con quella di New York (New York Mercantile Exchange – NYMEX-), ambedue in mano americana ma l’embargo ne ha rinviato la partenza.
I paesi consumatori oggi non hanno scelta e sono obbligati ad utilizzare il dollaro quale moneta di acquisto del petrolio, dal momento che si tratta dell’unica valuta accettata nel settore. Di conseguenza le banche centrali sono costrette ad alimentare le loro riserve mediante l’acquisto di dollari, rafforzando in tal modo l’economia americana.
Se l’Iran, seguito da altri paesi produttori, accettasse solo l’Euro al posto del Dollaro l’economia americana si troverebbe ad affrontare una vera e propria crisi. Alcuni paesi hanno cercato di studiare gli effetti della conversione da un dollaro sempre più debole ad un euro sempre più forte. La debolezza del dollaro è stata causata dal fatto che l’economia americana ha ridotto la propria base produttiva, esportando all’estero i propri impianti, con l’eccezione delle industrie delle armi, e affidando a paesi terzi la propria produzione. Ormai l’economia americana interna si fonda sui posti di lavoro nei servizi e sulle grosse spese necessarie per le due guerre che ha in corso. Gli investitori stranieri hanno incominciato a ritirare i loro capitali, provocando un ulteriore indebolimento del dollaro.

La guerra economica dell’Iran è simile a quella di Saddam Hussein che, nel 2000, aveva convertito tutte le sue riserve di dollari in euro, richiedendo il pagamento del petrolio in euro. Gli economisti dell’epoca si fecero beffe di Saddam perché con la sua mossa aveva avuto ingenti perdite. Però gli stessi economisti furono molto sorpresi quando Saddam ha potuto recuperare tutte le perdite in meno di un anno, a causa della rivalutazione dell’euro. L’amministrazione americana era pienamente consapevole del rischio quando le banche centrali di altri paesi cominciarono a diversificare le loro riserve di dollari con l’euro e a formare un fondo per l’acquisto del petrolio con la stessa valuta (Banche centrali della Russia e della Cina nel 2003). Per evitare un collasso economico Bush si affrettò a invadere e a distruggere il paese, sotto falsi pretesti, per dare un esempio a quei paesi che avessero voluto abbandonare il Dollaro, e per cercare di influenzare le decisioni dell’OPEC avendo il controllo del secondo paese produttore. La vendita del petrolio iracheno è quindi tornata a essere quotata in petro-dollari.
Per utilizzare l’euro quale moneta di scambio dei prodotti petroliferi esiste un solo problema tecnico, e cioè l’assenza di uno standard di quotazione dei prezzi in euro, un “indicatore” del petrolio, come viene utilizzato dagli industriali del settore. Gli attuali tre indicatori utilizzati sono tutti in dollari, sono il West Texas Intermediate Crude(greggio) (WTI), il Norway Brent crude, e il UAE Dubai crude. Però questo non ha impedito all’Iran di richiedere il pagamento in euro nelle sue vendite di petrolio all’Europa e all’Asia, sin dalla primavera del 2003.
La determinazione dell’Iran di utilizzare il petro-euro risulta invitante anche per altri paesi come la Russia e i paesi del Sud-america, come anche per l’Arabia Saudita, dato il recente deteriorarsi dei rapporti USA/Sauditi. Allo stesso tempo questa decisione ha anche provocato una politica americana sempre più aggressiva che utilizza le stesse scuse usate contro l’Irak: armi di distruzione di massa sotto forma delle ricerche nucleari, aiuto all’organizzazione “terroristica” degli Hezbollah, e minacce alla pace in Medio Oriente.
Il problema adesso è: come reagirà l’amministrazione americana sollecitata da Israele? Invaderanno l’Iran come per l’Irak? Però l’esercito americano è impantanato nella palude irachena. L’Iran non è l’Irak; ha un esercito molto più robusto. E’ fornito di missili anti-nave basati nell’isola di “Abu Mousa” che controlla lo stretto di Hormuz all’ingresso del Golfo Persico. L’Iran è in grado di chiudere lo stretto bloccando tutto il traffico navale petrolifero che rifornisce il mondo intero, provocando così una crisi petrolifera mondiale. Gli USA non possono rovesciare il regime di Teheran provocando il caos come hanno già fatto nel 1953 con Mossadeck, dal momento che gli iraniani ormai conoscono il trucco. In più gli Iraniani nutrono un orgoglio patriottico riguardo a quello che essi chiamano “la nostra bomba”. L’America si è dovuta rivolgere al suo figlioccio militare, Israele, per istigarlo e incoraggiarlo a colpire gli impianti nucleari dell’Iran, come fecero con l’Irak. Secondo indiscrezioni gli Israeliani si stanno esercitando a colpire i reattori iraniani per un prossimo ipotetico attacco. Israele ha paura della bomba iraniana. Una bomba atomica “islamica” rappresenta una grossa minaccia per l’egemonia militare israeliana nel Medio Oriente. La sua esistenza può provocare qualche concessione da parte di Israele oltre a una corsa agli armamenti che può impegnare tutte le spese israeliane per la difesa. Peggio ancora la presenza della bomba può obbligare gli USA a intavolare dei negoziati con l’Iran che potrebbero limitare ancor di più le ambizioni espansioniste di Israele.
L’Iran ormai ha fatto grossi sforzi e investito molte risorse per soddisfare le sue ambizioni nucleari e non è certo disposta ad abbandonarle, come risulta anche dalla sua retorica politica e dal fatto che ieri ha aperto la sua centrale nucleare a Isfahan, sotto il controllo degli ispettori internazionali. A differenza dell’Irak l’Iran non rimarrà inerte di fronte a un attacco di Israele contro i suoi siti nucleari. Sicuramente reagirebbe in modo aggressivo con la destabilizzazione dell’intera regione medio orientale, compresi Israele, gli Stati del Golfo, l’Irak e anche l’Afghanistan.
Io posso fare delle supposizioni, ma la guerra contro l’Iran è già iniziata…..Obama deve trovare una scusa più credibile di quella “delle armi di distruzione di massa” ormai è una menzogna che non sta in piedi ma le elezioni sono alle porte gli ebrei americani premono.
Il fatto che la contraerea sia in allarme avvalora alcune tesi che fanno cenno a dei velivoli senza pilota che stanno sorvolando il territorio iraniano con strumentazioni sempre più moderne e efficaci.
La violazione dello spazio aereo di una nazione sovrana è, di per sé, un atto di guerra. Ma la guerra con l’Iran è andata ben al di là di una semplice raccolta di informazioni. Il presidente Obama approfitta degli enormi poteri conferitigli in seguito ai fatti del 11 settembre, per condurre una guerra mondiale contro il terrore e per iniziare delle operazioni segrete all’interno dell’Iran.
Altre voci danno la responsabilità delle azioni recentemente intraprese dai Mujahadeen el-Khalk, o MEK, un gruppo di opposizione iraniano sostenuto dalla CIA, un tempo guidato dai temibili servizi segreti di Saddam Hussein, oggi totalmente sostituito dalla Direzione delle Operazioni della CIA.
E’ questa sarebbe una amara ironia della sorte constatare che oggi la CIA si serve di un gruppo appartenente a una organizzazione terrorista, addestrato in attentati dinamitardi dalle stesse forze dell’ex dittatore Saddam, che oggi stanno uccidendo i soldati americani in Irak, per condurre operazioni dinamitarde in Iran, quando Obama condanna ogni giorno le stesse cose però in Irak.
Forse il detto che “il terrorista per uno è il combattente per la libertà per l’altro” è stato finalmente accolto anche dalla Casa Bianca, rendendo evidente tutta la vergognosa ipocrisia che guida l’andamento dell’attuale guerra globale al terrore.
Ma altre voci danno per certo che ci sono altre azioni che avvalorano le ipotesi di un attacco imminente e si riferiscono agli stati vicini ormai sganciati dall’egemonia sovietica.
Nel Nord, nel vicino Azerbaijan, i militari USA stanno preparando una base di operazioni per una presenza militare massiccia posta a preludio di una campagna terrestre avente lo scopo di catturare Teheran.
L’interesse del segretario di Stato Americano per l’Azerbaijan può essere sfuggito agli addormentati media occidentali, ma la Russia e le nazioni del Caucaso hanno capito anche troppo bene che ormai i dadi sono stati tratti per quanto riguarda il ruolo dell’Azerbaijan nei confronti della prossima guerra con l’Iran.
I legami etnici fra gli Azeri dell’Iran del nord e l’Azerbaijan sono stati a lungo sfruttati dall’ex URSS durante la guerra fredda, e questa possibilità di manipolazione interna è stata afferrata dagli agenti paramilitari della CIA e dalle unità speciali che si stanno addestrando con le forze dell’Azerbaijan per formare dei gruppi speciali capaci di operare all’interno dell’Iran sia per raccogliere informazioni, sia per condurre delle azioni dirette, sia per mobilitare l’opposizione interna ai Mullah di Teheran.
Ma questo è soltanto uno dei compiti che gli USA hanno programmato per l’Azebijan. Le forze aeree americane, operanti dalle basi dell’Azebaijan, dovranno percorrere un tragitto molto più breve per colpire obiettivi sia a Teheran che nei dintorni.
Gli Stati Uniti non hanno più bisogno di ricorrere ai vecchi piani della guerra fredda che prevedevano di arrivare a Teheran attraverso il Golfo Persico e le città di Chah Bahar e Bandar Abbas, I Marines possono prendere queste due città solo per proteggere il vitale stretto di Hormuz, senza la necessità di proseguire l’invasione via terra.
Adesso esiste una strada per Teheran molto più breve, e cioè la strada che corre lungo il mare Caspio dall’Azerbaijan a Teheran. .
Considerato il fatto che la maggior parte del lavoro logistico necessario per condurre le operazioni di supporto e comando a sostegno delle operazioni della guerra in Iran è già operativo nella regione, grazie alla massiccia presenza USA in Irak, il tempo per mettere tutto in azione per una guerra contro l’Iran sarà considerevolmente ridotto rispetto anche ai già ridotti tempi di esecuzione richiesti per l’invasione dell’Irak nel 2002-03.
L’America e le nazioni occidentali continuano ad occuparsi della fallimentare tragedia che si sta svolgendo in Irak. Finalmente sia negli USA che altrove sta crescendo un dibattito e una riflessione molto necessari sulle cause della guerra in Irak e sul conseguente fallimento della occupazione post-bellica e delle forti pressioni per ritirare le truppe.
Normalmente questo costituirebbe una piega favorevole degli eventi. Ma con i pensieri rivolti esclusivamente al passato non ci si accorge del nuovo crimine che si sta per ripetere in Iran da parte di una corporazione economica a capo di una delle nazioni più potenti della terra, e cioè una guerra illegale di aggressione, fondata su delle falsità, e portata avanti senza rispetto sia verso il popolo iraniano che quello americano.
La maggior parte degli americani, in compagnia del grosso dei mezzi di informazioni, non vedono gli ormai evidenti preparativi di guerra, e si aspettano, invece, una qualche forma di sanzione.
Ora non ci resta che sperare che tutta questa ridda di voci siano infondate e che tutto si risolva nei canali della diplomazia e prevalga il buon senso e non ancora una volta la logica del dio denaro.

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