MA IL TEMPO….?

maggio 28, 2017 § 11 commenti

TEMPO

A Istanbul c’è un museo piccolo dove sono esposti i meccanismi degli orologi e in una stanza c’è una grande clessidra montata su una basculla che ruota quando si vuota da una parte, come a simboleggiare lo scorrimento perpetuo del tempo.

La sabbia che rotola verso il basso da come una suggestione ipnotica, se ti soffermi a guardare questo movimento ti viene difficile staccarti e quando ci riesci per qualche attimo sei frastornato, bellissimo.

Una sensazione particolare molto sottile ma intensa; il tempo che scorre ineluttabile e ci porta in una dimensione temporale che va oltre la nostra comprensione ,è questo che crea la suggestione.

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Tutti noi diamo per scontato il concetto di infinito……del non inizio e della non fine del tempo …questi due concetti hanno sempre fatto riflettere, senza poi riuscire a trovare una ragione e difatti poi il pensiero si nasconde in un angolo e resta lì sopito fino a spuntare improvviso davanti a un tramonto…una eclisse….una falce di luna che sorride.

Oppure al mare la sera quando vicino all’acqua si sente il movimento del mare, la risacca e questo moto continuo porta una strana sensazione come di appartenenza a un mistero così grande e nello stesso tempo dà il senso dei nostri limiti e anche dell’importanza dell’essere al mondo, la vita come un dono da non sprecare e ci mostra la nostra fragilità …quel nostro essere insignificanti al cospetto di tanta grandezza e magnificenza ma allo stesso tempo partecipi e consci che se non fossimo vivi questo non ci sarebbe dato di vedere e che facciamo parte di un tutto un …..io.

Ma cosa misura il tempo passato?.. La trasformazione delle montagne , il movimento delle faglie tettoniche. Troppo grande questo lasso di tempo ,è fuori dalle nostre capacità di apprendimento , lo accettiamo come un dogma ma ne restiamo fuori, lo guardiamo come una cosa estranea. Il tempo che ci riguarda…. come lo misuriamo? ..gli anni che senso hanno, guardiamo il nostro corpo che si modifica, cresce , si modifica , decade ma siamo sempre noi .

Guardiamo le modificazioni di chi è intorno a noi …vediamo le evoluzioni che il tempo porta ma ne abbiamo la netta sensazione ? Dovremmo sceglierci un albero e ogni tanto andarlo a guardare . Quando nasce un bimbo dovremmo piantare un albero e regalarglielo. Lui potrebbe andare a vederlo una volta all’anno , guardare come si evolve , i rami che svettano verso il cielo . Curarlo, eliminare i nidi di filossera , accarezzare i rami contorti , guardare le foglie che cadono , contare i nidi che albergano nella chioma.

Ogni cosa allora si ridimensiona passa come in un setaccio e resta poi solo il cuore delle cose che hanno veramente importanza, ma…. abbiamo la memoria corta come il nostro tempo.

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Baku- Azerbaijan

maggio 15, 2017 § 7 commenti

 

BAKU Torre

Stare lontano da casa incomincia a pesarmi, forse perché ho incominciato la ricostruzione del tessuto umano che mi circonda ed i miei interessi culturali e ricreativi. Ho passato un paio di mesi nel caldo dell’Oman e ho già rifiutato un paio di contratti . Devo abituarmi a stare a casa e il mio orto mi aiuta ,devo dissodarlo , il terreno è ancora freddo ma la motozappa macina tranquilla.

La mia mente si rilassa e la musica nelle cuffie copre il rumore del motore , penso al lavoro successivo, dovrei potare la vigna. Interrompo per fumarmi una sigaretta e il telefonino lampeggia “chiamata persa” .Controllo , è il numero di una delle compagnie per le quali lavoro, sarà un nuovo contratto che non ho voglia di accettare , richiameranno.

In quel momento ronza nuovamente , eccoli, la voce della segretaria mi comunica che L’Ing.Lup.Mann.Cav. di GranCroce deve parlarmi.

ho un lavoro per Lei “

Forse avete bisogno di me ? attualmente sono impegnato” (devo potare la vigna)

Ci sarebbe un lavoro di pochi giorni che richiede una figura professionale come la sua”

Quando e dove?”

Tra un paio di settimane e per un paio di settimane”

Dove?”

A Baku Azerbaijan”

Segue una serie di particolari sul tipo di lavoro ,piattaforma petrolifera, la cosa non mi entusiasma , conosco la sensazione di solitudine di quel tipo di locazione ma Baku mi attrae ci sono già stato qualche anno fa, il tempo di permanenza è corto e il lavoro interessante , accetto.

Volo diretto Genova _ Instambul pernottamento e altra tratta Instambul- Baku

L’aeroporto di Instambul è coperto di neve per andare in Hotel è un problema perché i taxi sono rari ,riesco a prenderne uno e senza grossi problemi mi porta a destinazione, volevo approfittare di questa sosta per fare un giro in questa capitale ma la sorte non mi è stata amica , la neve continua a cadere copiosa ed è meglio non avventurarsi per la strade anzi sono preoccupato per la mattina quando dovrei ripartire. La mattina il pulmino dell’Hotel mi porta in aeroporto dove arriviamo in ritardo a causa di slittamenti vari e una velocità ridottissima.

Il volo è in ritardo , ci fanno salire ma sulle ali c’è una crosta di ghiaccio, quando siamo pronti l’aereo lentamente si sposta verso un hangar dove esce un macchinario che soffia sulle ali eliminando il ghiaccio e il tutto dura circa una ora. Una novità ,dopo tanti anni di voli nei paesi più strani è la prima volta che assisto ad un simile trattamento. Finalmente in volo ed arrivo a Baku.

La città è stranamente pulita e la temperatura accettabile , chissà mi aspettavo di trovare neve invece c’è solo un vento molto forte. Mi portano in un bel Hotel vicino al lungomare e mi dicono che mi verranno a prendere il mattino dopo alle ore 06,00, benissimo ho il pomeriggio e la sera a disposizione.

Quando ero stato a Baku ,anni fa, era stato un viaggio in automobile da Rasht in Iran seguendo la costa del mar Caspio fino a Baku circa 500 km ma della città avevo visto poco e mi era rimasta la curiosità.

Un modo veloce per vedere i punti salienti di una città è accordarsi con un tassista e farsi portare in giro e così faccio anche questa volta avendo unicamente un punto fermo ,voglio vedere il tempio degli adoratori del fuoco. So che a Baku c’è un centro della religione Zoroastriana e avendo visitato un altro di questi punti di riferimento in Iran nella città di Yazd voglio vedere anche questo. La mia guida mi mostra le moschee e le costruzioni della città vecchia e mi porta a visitare un vecchio caravanserraglio molto ben tenuto e sentendolo parlare scopro che sta parlando in Farsi . Il mio è un po’ arrugginito ma riesco a capire la conversazione e quando parlano di me intervengo impedendogli di sparlare e tra il loro stupore salgo i ripidi scalini della torre del vento che correda l’edificio e salgo ad ammirare la città dall’alto.

Quando scendo il custode mi vuole restituire parte del prezzo che mi aveva chiesto per visitare la costruzione ma sono spiccioli e non voglio niente .

Il tassista è quasi offeso per il fatto che non gli ho detto che parlavo Farsi

E vuole ricontrattare quello che abbiamo pattuito per quelle ore ma a me va bene così. Ci lanciamo sui viali del lungomare , potrebbe essere una Rimini del Mar Caspio ma il turismo latita comunque si nota che la popolazione ha un certo benessere dovuto allo sfruttamento delle risorse naturali. Mentre ci dirigiamo verso l’Ateshgan sfioriamo un brutto quartiere che mostra evidenti i segni della dominazione russa e il mio driver mi dice che il sindaco sta pensando di raderlo al suolo e di ricostruire un quartiere più adatto alle mutate condizioni…chissà cosa intendeva.

fire temple

La corsa del taxi termina oltre la stazione ferroviaria di Suraxani, dalla quale attraversati i binari si raggiunge il Tempio del Fuoco (Ateshgah). Le sue origini sono antichissime, legate a culti zoroastriani, anche se la costruzione attuale è opera di religiosi indù. Al centro del cortile brucia la fiamma eterna, sotto un padiglione quadrangolare di pietra. Una giovane guida si avvicina subito e ne approfitta per scambiare quattro chiacchiere in inglese e per illustrarmi la storia del tempio. La sorgente naturale si è esaurita: oggi il gas arriva dalle tubature, ma non si nota! Nelle celle attorno al cortile alcuni manichini illustrano la vita degli asceti che si sottoponevano a forme estreme di mortificazione, come sdraiarsi sui carboni ardenti o trascinare pesanti catene. Altre celle espongono immagini del passato, quando le fiamme bruciavano anche dai quattro “camini” agli angoli del padiglione centrale. Sono citati i racconti di viaggiatori che visitarono il tempio, divenuto un luogo di sosta lungo la via dei commerci: il tedesco Kempher nel 1683 trovò ancora gli asceti indù in preghiera davanti al fuoco. Terminata la visita, mi parla dell’Azerbaijan, toccando due temi per lui “caldi”: i quindici milioni di azeri che vivono nell’Iran settentrionale (più che in Azerbaijan!) e il dramma del Nagorno Karabakh. Il suo amico sul cellulare ha una cartina con il Grande Azerbaijan che include entrambe le regioni. Io so poco di questo dramma e cerco di farmelo spiegare e mi raccontano di una lunga guerra tra l’Armenia e l’ Azerbaijan per la annessione di questa regione che allo sfaldamento dell’URSS era riuscita ad avere l’indipendenza. Fanno parecchia confusione e mi perdo ,cerco di chiudere e gli lascio qualche banconota.

ateshgah-of-baku-12

Mi soffermo ad assaporare la suggestione del luogo , la luce sta calando il fuoco crea ombre che si perdono nella volta ,quanta gente avrà pregato quì, questa religione monoteista poco conosciuta che mi ha fatto nascere una domanda a Yazd e ancora ora non ha trovato risposta: Zoroastro morto a 33 anni ucciso a bastonate, Gesù , crocifisso a 33 anni , Ali ben Ussein (sciiti) ,decapitato a 33 anni perchè queste religioni sono iniziate con profeti così simili?

Con questi pensieri lascio il tempio e raggiungo il mio taxi , ormai è buio e mi faccio portare in Hotel cercando di farmi spiegare il dramma del Nagorno Karabakh ma il punto di vista è diverso dai ragazzi che facevano da guida e la cosa si confonde ancora di più ma apprendo che la guerra ha fatto migliaia di vittime. E tutto per ragioni di petrolio ….la solita storia.

Cena in Hotel,niente di particolare , solo il caviale da un certo tono al menu , qui è abbondante e costa relativamente poco d’altronde se non lo mangi qui ,dove?

La perturbazione sta arrivando anzi credo sia arrivata da come sento tambureggiare la pioggia . Cambio nuovamente i miei piani : volevo fare un giro sui viali del lungomare ma credo di rintanarmi nella Longue ,bermi qualcosa ed andare a dormire . Mi siedo su un alto sgabello vicino al bancone del bar e mi guardo intorno. Ci sono parecchi tavoli occupati e nella maggior parte vedo un uomo grasso e una giovane donna che oltre ad essere della metà del peso ha anche la metà degli anni. Questo sembra essere la cosa comune ai bar degli Hotel di mezzo mondo. Dovrei dedicarmi alla statistica , quanti uomini raggiunto uno stato di benessere si accoppiano con ragazze con la metà dei loro anni? . Immagino una alta percentuale da quello che ho visto in giro e qui certamente si contribuisce ad aumentare la media. Ora non resta che controllare un’altra nota statistica e..Ordino una Vodka –Lemmon e appena il bicchiere appare davanti a me conto con la mente guardando fisso il bicchiere . Arrivo a 20 e come per magia si materializza sullo sgabello a fianco al mio una splendida creatura di genere femminile avvolta da una nuvola di profumo da farti venire l’allergia. La statistica è confermata ,appena appare il bicchiere davanti ad un uomo solo al banco del bar ,entro 30 secondi appare una donna che non ha altro posto da sedersi se non vicino a te. Per verificare l’efficienza dell’Hotel c’è un’altra verifica. Mi giro lentamente a guardarla e il suo viso si illumina con uno sfavillio di occhi ,con delle ciglia di una lunghezza preoccupante, le labbra si schiudono ,la punta della lingua scorre sulle labbra e con una voce suadente , anche se leggermente indurita da un accento russo, mi dice:

Sicuramente tu devi essere Italiano”

Si,ma come hai fatto a capirlo”

Voi italiani avete un certo modo di fare, di vestirvi….”

Tu devi essere russa”

No,Ucraina”

Come mai qui?”

Per affari e tu?”

Affari ….ma non volendo farti perdere tempo ..visto che il tempo è denaro ….ti dico subito che finito di bere vado a dormire e …da solo, buonanotte”

Non è il caso ..possiamo parlarne …non credi”

Conversazione chiusa …non voglio essere maleducato”

Efficienza confermata ,la ragazza parla italiano , le notizie volano veloci e ognuna ha il suo campo …Lei opera con gli italiani , si è specializzata .

Mi giro lentamente dall’altra parte e sullo sgabello a sinistra c’è seduto un uomo sulla sessantina con un vestito che lo fascia strettamente e trastulla in una mano un rosario islamico e nell’altra un largo bicchiere con un liquido d’orato ,non lo avevo visto arrivare ma deve aver assistito a tutta la scena .

I nostri sguardi si incrociano e in contemporanea alza un sopraciglio e il bicchiere , io rispondo mimando l’alzata del bicchiere .

BAKU PECORE

Sarò mica caduto dalla padella nella brace, riporto lo sguardo sullo specchio sul retro del bancone , andrò a dormire . La ragazza si è allontanata e sta parlando con un’altra vicino a un tavolino , l’uomo si rivolge a me in un inglese aspro e mi chiede di dove sono e se sono li per affari, non ho molta voglia di rispondere e potrei anche far finta di niente ma voglio vedere come si svolge la sequenza.

La conversazione va avanti abbastanza fluente e mi racconta che ha ereditato qualche pozzo di petrolio e da allora la sua vita è cambiata .

Qualche pozzo di petrolio?”

Può essere tanto o poco,a queste latitudini , ci sono pozzi molto piccoli o grandi giacimenti, sono curioso e vorrei sapere di più ma non voglio porre domande dirette lascio continuare il discorso e cerco di indirizzare l’argomento.

Ha 6 pozzi molto piccoli dei quali si occupa personalmente con la famiglia ma rispetto alla media guadagna un sacco di soldi , vende i suoi barili ad un intermediario che viene a caricarli ogni 3 giorni ,prende i pieni e gli lascia i vuoti e guadagna circa 1000$ al giorno ma tiene i piedi per terra sa benissimo che il pozzo si può esaurire e deve pensare al futuro . Una volta ogni 15 giorni viene a cena qui e a bere un paio di drink con la moglie che in quel momento arriva. Una donna ormai sfiorita ,i capelli sono bloccati da fermagli lucidi,le guance rubizze ,segno di permanenza all’esterno per la maggior parte del tempo, le mani non sono molto curate , sono mani che lavorano.

Mi invitano al tavolo con loro per un bicchiere e mentre fa le presentazioni sento che parlano una lingua che conosco e allora accetto.

La signora si meraviglia che io parli il Farsi e io chiedo loro come mai anche loro lo parlino e mi raccontano che provengono da una regione che confina con l’Iran e che tempo fa apparteneva alla Persia.

La conversazione va avanti sui soliti binari ,famiglia ,parenti,cibo ma rimango ben impressionato da questa coppia che nonostante abbia avuto fortuna non si è montata la testa ed ha mantenuto uno stile di vita abbastanza umile levandosi qualche piccola soddisfazione …sentire certe cose fa bene e fa conciliare con la vita anche se la pioggia è diventata un uragano.

Il telefono trilla nella notte ,lo cerco sul comodino ,una voce mi comunica che è l’ora della sveglia .Mi serve qualche attimo per capire dove sono . Guardo dalla finestra ,la pioggia ha rallentato ma arriva a folate ,il buio è ancora denso.

Scendo nella hall , qualcuno dovrebbe recuperarmi. I camerieri sono già attivi e chiedo se si può fare colazione ma mi rispondono che la sala colazioni è chiusa. Ormai rassegnato mi siedo ad aspettare ma una giovane ragazza mi dice che se voglio mi porta un caffè e qualcosa da mangiare, bene le cose incominciano a girare per il verso giusto.

L’ora dell’appuntamento è abbondantemente passata e non ho nessuna notizia, probabilmente dovrei essere preoccupato ma in realtà non me ne frega niente , la mia paga è iniziata quando sono partito , se si dimenticano di me va bene lo stesso. Dopo 2 ore arriva un tizio con una uniforme strana e chiede di me . Ha un sacco in mano e me lo porge dicendomi di indossare la tuta che è dentro.

Dentro c’è una specie di tuta tutta di un pezzo con una cerniera in diagonale ,un paio di calzerotti e degli stivaletti bassi con all’interno del pelo. Indosso il tutto e mi guardo nello specchio e mi sento un po’ ridicolo anche se non so come hanno azzeccato le taglie.

Salgo su un grosso fuoristrada ed usciamo dalla città ed arriviamo nella sede della compagnia petrolifera, li salgo su un grosso elicottero di fabbricazione russa con doppio rotore. Nel vano posteriore ci sono molte casse e attrezzature varie . Mi guardo in giro e continua a piovere a tratti di traverso e sento le gocce sbattere violentemente sulla carlinga “un bel giorno per volare”.

Arriva il pilota e mi lancia un paio di cuffie e mette in moto, il rumore è veramente forte e nonostante la protezione è veramente fastidioso.

Il grosso bestione si alza in volo e lentamente ,a me sembra fin troppo lentamente, si avvia verso il Mar Caspio. Quando ci siamo sopra riesco a vedere che veramente incazzato , ci sono onde alte e il cielo è cupo.

Dopo quasi 2 ore intravedo negli spruzzi la piattaforma , cazzo come sembra piccola …chi me lo ha fatto fare .

L’elicottero si predispone sulla piattaforma di atterraggio ma il vento continua a spostarlo. Mi fanno capire che praticamente devo scendere al volo o meglio con l’elicottero non ancora posato. Quando aprono il portello capisco l’utilità della tuta , fa un freddo cane . Scendo con i piedi sulle barre di atterraggio , il ponte sarà a un metro ed è tutto bagnato , sono sicuro che cadrò lungo.

Mi incitano a scendere ma sono titubante e..ho anche paura . Finalmente mi decido e salto , riesco a stare in piedi e mi dirigo verso le scalette dove vengo accolto ed accompagnato dal responsabile .Sono ancora frastornato e non riesco a capire cosa mi dice l’ingegnere capo.

Non ti ricordi di me?”

Veramente no ma se mi dai un attimo …me la sono quasi fatta addosso e non connetto “

Ti aiuto . Vratza – Bulgaria “

Adesso si …ma hai cambiato mestiere, prima non ti occupavi di stabilimenti chimici”

La mia compagnia si occupa anche di petrolio e anch’io da qualche anno”

Ma tu in Danimarca non ti trovi bene che sei sempre in giro?”

E tu in Italia ?”

Sai com’è…”

il tuo bagaglio dovrebbe essere nella tua cabina, credo che tu conosca già la situazione logistica delle piattaforme , tra un’ora dovrai partecipare a un corso di sicurezza , i tuoi colleghi dovrebbero arrivare domani , stasera sei invitato al mio tavolo per cena.”

La cabina merita una descrizione : un loculo con un letto lungo 1,70 mt considerando che io sono 1,84 , dovevo dormire in diagonale ,un microscopico lavandino e gli altri servizi in comune fuori , uno splendore.

Il mio amico Sorrens è stato un ospite squisito, una piccola consolazione che i miei tre colleghi americani erano più grossi di me e nel letto ci stavano ancora più scomodi, i turni di lavoro non ti lasciavano spazio a tanti pensieri .

Il turno 6 ore di lavoro e 6 ore di riposo è massacrante e cerchi di dormire in ogni condizione.

Quando ho finito il lavoro e con questo la mia permanenza su quella piattaforma, il sole splendeva, il mare era calmo  e mi sono goduto il viaggio in elicottero,  in lontananza cercavo di intravedere la costa.

I miei pensieri tornavano a Sorrens , ci eravamo conosciuti nell’80 in Bulgaria , abbiamo lavorato assieme quasi 2 anni ma non abbiamo mai legato , sul lavoro avevamo un buon feeling ma fuori avevamo frequentazioni diverse . Eravamo due giovani di belle speranze e non avrei mai pensato di incontrarlo nuovamente ma forse è proprio vero che il mondo è veramente piccolo.

Il periodo è stato corto ma questa volta ho sentito veramente la mancanza dei miei affetti…

dovrò decidermi..

Sahara 3

giugno 29, 2012 § 23 commenti

Dal Sahara al Tènèrè

Mi trovo ad Hassi Messaud , un centro di estrazione del metano , 1200 km dalla costa e ben all’interno nel deserto del Sahara. Qui non esiste nessuna oasi ma soltanto un agglomerato di basi delle varie compagnie straniere impegnate con gli algerini nello sfruttamento delle loro risorse naturali. Il nostro campo è abbastanza confortevole, anche se dopo qualche tempo la routine ti logora e senti il bisogno di comunicare , di vedere movimento, di gente …folla. Il villaggio è composto da una serie di baracche realizzate sovrapponendo dei barili da 200 lt e riempendoli di sabbia per dargli stabilità, il tutto ha un aspetto squallido, soltanto una tenda, abitata da un tuareg,  ricorda  questo popolo fiero. Quest’uomo, completamente vestito di nero, mi aveva incuriosito nei giorni precedenti ed avevo pensato alla sua vita trascorsa in terre così poco ospitali e alle sue traversate per raggiungere oasi lontane. Una sera, mentre passeggiavo poco distante dal campo, mi ha avvicinato e con la scusa di chiedermi una sigaretta si è messo a parlare, come se avesse voglia di comunicare qualcosa al mondo.  Mi ha parlato del deserto, dei suoi dromedari, delle notti fredde e delle sue donne dolci come il miele, poi ad un tratto si è zittito ..come se avesse avuto l’impressione di aver detto troppo  e si è allontanato nell’imbrunire stagliandosi nello skyline delle dune…..un uomo solo. Mi comunicano che devo fare un intervento ad Agadés , un migliaio di km più a Sud. Il pensiero di questa traversata , se da una parte mi stimola , dall’altra mi da una leggera ansia  di precarietà, i preparativi mi distolgono da questi pensieri. Si parte e si lasciano indietro i pensieri e le preoccupazioni ; una leggera euforia mi pervade e la mente corre alla meta così lontana ed a quello che il viaggio offrirà. Dopo un lungo colloquio informativo con la guida , decido di prendere l’aereo per il tragitto fino ad Agadés e una volta terminato il lavoro fare una escursione con il fuoristrada attraverso il  Ténéré ,il mitico deserto. La fantasia scioglie le briglie e galoppa sulle dune.  Agadés è una città carovaniera e di mercato e, seppur decaduta e modernizzata, conserva ancora l’impronta di capitale del sultanato tuareg dei Kel Air ricordandoci che oggi non tutto il Sahara è asfalto e omologazione. In Agadés i mastri orafi tramandano le tradizioni d’appartenenza tribale forgiando i classici gioielli a croce, dalle forme più svariate, che tutto hanno tranne che un simbolismo cristiano. Agadés è, soprattutto, il punto di riferimento per quanti si apprestano ad attraversare il deserto. Lo è tanto per noi, alla ricerca dell’emozione di una traversata che, pur col supporto dei fuoristrada, ha ancora il sapore dell’avventura, quanto per chi ancora continua caparbiamente ad attraversare il Ténéré a dorso di cammello, per mestiere e antichissima consuetudine, conducendo grandi carovane di dromedari pezzati capaci di sopportare ciascuno un carico che può raggiungere il quintale. Sono le ultime carovane del sale, chiamate in Mali “Azalai” e in Niger “Tarlamt”, in grado di percorrere sino a 40 km al giorno. In poche settimane coprono la distanza tra le oasi del Kaouar e Agadés, con una lunga e faticosa marcia che inizia all’alba e termina ben oltre il tramonto. Nessuna sosta, tranne quella per le cinque preghiere giornaliere. Un mese duro ed estenuante, trascorso cavalcando i dromedari e riposando accovacciati in equilibrio sulle cavalcature per recuperare le forze. Un’avventura al limite della resistenza umana che presuppone grande familiarità con il severo ambiente del deserto unita a notevole resistenza fisica. Il Madugu è il capo carovana. In prima fila, lo sguardo fisso in avanti a scrutare l’invisibile pista. Il commercio triangolare dei prodotti agricoli dell’Air in cambio di datteri e sale, sopravvive verso oriente, in direzione del Ténéré, sostenuto dagli infaticabili Kel Ouei, una tribù di tuareg dell’Air da sempre dedita agli scambi in partecipazione con i Kel Gress, allevatori originari del sud, proprietari degli animali. Gli Azalai, parola tamascek che vuol dire separazione, compaiono nel deserto come fantasmi dal passato e sembrano dirigersi verso il nulla, scomparendo tra i cordoni di basse dune parallele che si susseguono come onde, confondendosi in lontananza nella foschia dell’harmattan. Ci hanno regalato la nostalgia d’un incontro irripetibile tra epoche lontane e inconciliabili. Sostiamo presso una piccola oasi con un Hassi (pozzo) e qui sotto un boschetto di palme c’è, disposta su un letto di sabbia, una esposizione di minerali recuperati nel deserto. Ci sono delle rose del deserto spettacolari di tutte le dimensioni . Forme contorte , elaborate, alcune più spesse , altre delicate come trine, mi sto perdendo nell’ammirare queste forme quando da sotto una specie di tenda improvvisata esce un bimbo ,bardato con alcuni stracci e con l’immancabile copricapo attorcigliato. Mi guarda curioso con due occhi neri e profondi e dal naso gli pende uno spettacolare moccio. Mi si avvicina, mi prende per mano e mi mostra i pezzi più belli in esposizione, sempre senza parlare mi evidenzia i particolari, poi soddisfatto della sua tecnica fa cadere la mia attenzione sulle sue calzature che mi mostra alzando un piede verso di me. Scarpe particolari , probabilmente nuove , di pelle di cammello , fatte a mano. Io gli faccio qualche complimento in francese, lui si passa l’avambraccio sul moccio , spalmandoselo su tutta la faccia. Guardando la sua espressione scoppio a ridere , lui rimane un attimo perplesso poi il sorriso illumina il suo volto. A quel punto arriva un uomo che evidentemente era il padre e mi invita ad effettuare qualche acquisto. Dopo una lunga trattativa, ritorno al mio fuoristrada accompagnato dal bimbo al quale regaliamo un pacco di biscotti. Dopo la mia partenza il mio pensiero si è soffermato sulle condizioni di vita in queste aree così inospitali ma che comunque lasciano spazi per diversi modi di concepire la vita.  Proseguiamo oltre l’oasi di Fachi con le sue saline. Motivi di sicurezza ci hanno indotto a non imboccare la pista che da Bilma porta a Djado e poi a Djanet, ma di ripiegare a nord in direzione della falesia d’Achegour e dell’Adrar Madet. Scelta felice, perché la parte orientale dell’Air cela la Riserva Naturale Nazionale dell’Air e del Ténéré, nota anche come Santuario degli Addax, uno degli angoli più affascinanti del deserto. Qui l’erosione, dovuta dagli sbalzi termici e dal tempo, ha modellato le estese rocce affioranti dal mare di sabbia formando sagome bizzarre, giganteschi archi naturali, picchi, guglie e torrioni che affiorano tra le dune dorate, nell’erg infinito. Tetri pinnacoli rocciosi si alzano da basse depressioni piatte di sabbia e ciottoli. Il basalto nero dell’Air si frantuma in creste seghettate e pinnacoli, guglie e organi di pietra che delimitano pianure desolate dove è sufficiente chiudere gli occhi per immaginare, confuso al brusio del vento, l’eco della corsa dei mastodonti delle ere passate. Qui il pensiero corre ad immaginare epoche lontane e rimbomba di battaglie , clangori di lame che si scontrano per il predominio tribale, e si spinge ancora più in là nel tempo, quando forse questa area era abitata da popoli primitivi.  I siti d’arte rupestre danno solo un’idea di come il clima fosse diverso e di come fosse più vivibile l’intera area oggi occupata dal deserto del Ténéré. Reperti d’ossa di dinosauro, vissuti milioni d’anni fa in delta di fiumi oggi fossili, sono visibili nelle località di Gadufaua e Ingal. Le dune rosa e quelle dorate si contendono Arakao, una formazione semicircolare di colline rocciose invasa dalle sabbie la cui forma ricorda le chele di un granchio. Le sabbie colorate di Arakao fanno da preludio alle barcane alte come colline di Temet, dune di 300 metri, le più grandi del Sahara. Per arrivarci abbiamo attraversato le Montagne Blu, rupi di marmo traslucido e levigato che emergono dalle sabbie come ossa d’animali morti, solcati da venature d’azzurro che paiono riflettere i cieli di turchese. Il deserto , stranamente ti riempie l’anima con i suoi spazi che sembrano senza fine, e quando la sua monotonia è rotta dall’apparizione di formazioni naturali la loro spettacolarità ti lascia senza fiato. Quando ritorni alla civiltà, la mancanza del deserto si fa sentire intensamente , forse perché nel deserto hai il tempo per stare intimamente con te stesso. Il sogno di un tramonto sul deserto con ledune infuocate ti accompagna nelle giornate uggiose scaldandoti il cuore

IL VIAGGIO – Il Deserto.

giugno 28, 2012 § 12 commenti

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Narra un’antica leggenda che Allah, in collera con gli uomini, decise un giorno di punirli facendo cadere sulla terra un granello di sabbia per ogni loro peccato; e dove un tempo c’erano foreste e savane, nacque il Sahara, il deserto più grande.

Deserto deriva dal verbo latino deserere ,ovvero lasciare abbandonare. Diventa quindi metafora del malessere di vivere, simboleggia l’abbandono  – un atto di spoliazione – dei condizionamenti culturali e ambientali, un’avventura al centro di sé stessi nella speranza di cogliere il vero senso, il valore autentico dell’esistenza umana. Sahara è una parola araba che significa grande vuoto.

Gian Carlo Castelli Gattinara, professore di antropologia culturale, affascinato dalla civiltà tuareg ha vissuto a lungo con loro e ha tradotto e trascritto alcune poesie sui temi dell’amore della guerra e dell’onore. I tuareg sono una popolazione nomade, parlano la lingua dei berberi da cui discendono, sono riconoscibili dalla carnagione chiara e dai turbanti blu scuro che indossano. Le donne tuareg si adornano di magnifici gioielli in argento. Sono padroni del tempo. Ne hanno tanto e lo spendono per dare valore alle cose belle della vita: come la conversazione con gli amici, le ridenti fanciulle, il vento del deserto, il comporsi e lo scomporsi della carovana, il fresco della sera. I tuareg non si pongono limiti. Non inseguono il denaro, la loro ricchezza è la mandria. Persino il loro nomadismo esula dal movimento, il tuareg è nomade anche da fermo,l’essere nomade come modo di vivere ma anche modo di pensare. I tuareg sono attenti osservatori della vita e i versi affascinanti delle loro poesie cantano i turbamenti dell’anima, ma anche il brusio dei piccoli fatti quotidiani. Attraverso i racconti recitati la sera intorno ai fuochi i giovani della tribù imparano a diventare adulti, a incontrare una donna, a conoscere l’onore, la vergogna, il prestigio e il valore di un cammello.

Innaji, sprona il tuo cavallo in nome di colei cui forgiasti un anello!

Come per te meravigliosa è la tua donna, Fatima per me fra tutte è la più bella,

non somigliano alle altre le sue mani, i suoi piedi, l’aspetto del volto,

la forma dei fianchi, i suoi occhi truccati con cura

su cui scendono sopracciglia di un nero profondo

il suo naso ben modellato che ferisce il cuore

il pensiero di lei diventa al mio cuore come l’erba nel fuoco.

Il seno risplende sul busto e illumina il collo,

come piume di struzzo i capelli ricoprono il capo,

sulle spalle ricadono, agli amuleti confusi,

se guardi i suoi fianchi, la follia ti rapisce,

le anche racchiudono un florido ventre,

le cosce son quelle di ben nutrita puledra

lunghe e robuste le gambe, ben alti i suoi glutei

ondeggianti quand’ella cammina………

 

                                                                 (traduzione di G.C.Castelli Gattinara)

Sahara 2

giugno 25, 2012 § 3 commenti

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Tutto questo tran tran mi venne sconvolto dalla comunicazione che dovevo andare ad Hassi Messaoud che è a 1200km all’interno del Sahara e da solo con partenza immediata.

Qui mi aspettava una sorpresa  perché mentre ero in viaggio sono stato colto da una tempesta di sabbia e dopo aver constatato che non riuscivo ad andare più avanti senza correre il rischio di perdermi o di rimanere bloccato ,ho chiesto asilo in una base della SAIPEM che è una ditta italiana specializzata in ricerche petrolifere che mi hanno accolto volentieri anche perché anche loro non potevano lavorare e sono rimasto bloccato lì per tre giorni senza poter comunicare perché ogni collegamento era impossibile  ma lì è normale …succedesse una cosa così in Italia sarebbe inconcepibile ma lì il tempo è una entità astratta. Quando la tempesta è cessata e la transahariana era coperta di sabbia ho scoperto cosa servivano dei lunghi pali verniciati di bianco piazzati ad intervalli lungo i lati della strada ….per segnare la pista come facciamo noi con i pali rossi dove c’è tanta neve,percorsi gli ultimi 200km che mi separavano dalla mia destinazione arrivai finalmente in questa sequela di dune di sabbia molto fine  senza soluzione di continuità.

Questo posto si trova vicino ad una depressione desertica -186 mt sotto il livello del mare e l’acqua affiora e dove non c’era acqua c’era gas e parecchie compagnie erano piazzate nella zona per sfruttare i vari giacimenti e io ho avuto qualche difficoltà   a trovare la base nella quale ero destinato. Qui sono stato accolto da un capo base un po’ troppo espansivo per i miei gusti e sospettavo che avrei avuto qualche sorpresa .Dopo essermi rinfrescato mi sono presentato nell’ufficio del capo base ,un  ingegnere di mezza età  che aveva passato parecchi anni nell’area il quale dopo i soliti convenevoli mi comunicò che dovevo lavorare con personale giapponese e la cosa mi sembrava strana perché di solito i giapponesi non vogliono specialisti occidentali ed io non amo la mentalità Giap.

La mattina ebbi la sorpresa che aspettavo ,il personale Giap erano dei detenuti  che scontavano la pena lavorando e dato che il contratto era di una ditta Giap loro usavano questo sistema.

Il problema è che questi uomini devono lavorare legati a gruppi di 4 e una guardia armata li controlla ,io avevo due gruppi e le difficoltà di movimento erano ovvie.

La cosa non mi andava assolutamente ma avevo poco da fare se non finire rapidamente per cambiare la mia situazione.

Tra questi uomini che non si guardavano neanche in faccia ce ne era uno che nei momenti di riposo aveva sempre gli occhi lucidi e qualche volta gli usciva una lacrima e notavo che gli uomini di guardia non lo  sgridavano quasi mai anzi a volte lo aiutavano.

Essendo a contatto tutto il giorno, ho preso qualche informazione e poi mi sono rivolto a lui direttamente e tra mille difficoltà sono riuscito a farmi raccontare la sua storia;

Lui era un saldatore di professione e lavorava in una ditta nei pressi di Tokio ,aveva una famiglia normale composta da moglie e due figli ,una ragazzetta e un maschio, la sua vita correva sul  binario della normalità poi un giorno la sua vita è stata sconvolta da un drogato che ha violentato la sua figlioletta nel giardino di casa e lui gli ha spezzato l’osso del collo ed è stato condannato a  8 anni di prigione di cui due li aveva trascorsi in carcere e poi aveva scelto di fare questo lavoro che gli permetteva di guadagnare qualche spicciolo per la famiglia . Il pensiero della famiglia lontana lo costernava e lo lasciava in uno stato di depressione costante . Io a quel punto ho capito il comportamento delle guardie e dei suoi compagni perché rispecchia il mio modo di pensare  ,nel mondo civile non si può permettere che ognuno si faccia giustizia da solo ma in caso del genere lui aveva tutta la mia solidarietà e comprensione e mi lasciava una certa avversione verso la rigidità della legge .

Il lavoro volgeva al termine ed io ho allungato il mio turno per poter finire il lavoro senza dover ritornare nel Sahara visto che avevo già un altro contratto quando ho salutato quell’uomo del quale non conoscevo il nome ho visto una tristezza sconfinata che mi ha contagiato e per qualche giorno non mi ha lasciato anche se mitigata dal ritorno a casa e dall’entusiasmo  o ansia che dir si voglia per il nuovo contratto. Chissà che fine ha fatto quell’uomo.

Oggi è così e questa storia che purtroppo è vera rispecchia il mio stato d’animo ma ora che ho finito di scriverla mi sembra di cambiare direzione e considerando che sicuramente c’è chi sta peggio di me ,mi sento un fortunato

I pensieri sono volati come tortore nel cielo, le nubi si sono aperte e un raggio di sole mi raggiunge e i cattivi pensieri si sciolgono come neve

Sahara

giugno 24, 2012 § 11 commenti

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Mi sento un po’ giù di corda e i pensieri si rincorrono nella mia mente  si presenta dalle nebbie e dai tumulti della mente dei ricordi prima sbiaditi dal tempo e poi bruciati dal sole del deserto.

Algeria 1991………..750km all’interno del Sahara……….Hassi’rmell a 150 km si trova  l’oasi di Ghardaia è un grande centro per l’estrazione del gas metano.

Mi trovavo già da due turni da 45gg cadauno in questa regione assolata conosciuta come i Monti dell’Atlante vivevo all’hotel “Scorpion” ed era un nome azzeccato perché ogni sera passo in rivista lo scarno arredamento per non trovarmi sorprese indesiderate; di giorno il caldo si faceva sentire ma la notte la temperatura scendeva molto vicino allo zero e la mattina sentivamo scricchiolare la sabbia sotto i nostri piedi. Questa specie di baracca da tante stelle era situato ad un incrocio della transahariana ed era meta di viaggiatori che perduto il senso del tempo aspettavano anche due giorni che un pullman li raccattasse o che qualche camionista bisognoso di compagnia li traesse a bordo.

La sera era l’unico momento che frequentavamo  la sala dove servivano un caffè ripugnante che ribolliva 24 ore al giorno e guardavamo questa umanità, che in una regione così inospitale, si muoveva comunque e vi erano tipi di ogni genere con vestiti anacronistici ma buoni per ogni tempo. Tabarri pesanti che proteggono dai raggi del sole e dal freddo della notte ma che si impregnano dell’odore dei corpi poco avvezzi ad essere lavati, e che hai nostri nasi non erano graditi .Si stringevano tra di loro per non disperdere il calore dei loro corpi. Inoltre da pochi mesi nelle città Algerine erano state aperte la case chiuse e le gentili dispensatrici di sesso mercenario si erano disperse come una diaspora ogni dove era richiesta la loro presenza .Due di queste scimmiette si trovavano in una ala posteriore  di questa specie di postribolo e prestavano la loro opera distribuendola per pochi spiccioli…. ma i clienti erano piuttosto turbolenti e noi quando sentivamo il volume  delle urla superare una certa soglia che indicava rissa ci allontanavamo e ci ritiravamo per dormire ed visto che eravamo gli unici ospiti fissi ci avevano sistemato lontano che se da una parte era un bene era anche lontano dalle luci e più di una sera abbiamo trovato qualcuno che dormiva sulla soglia della nostra porta. La vita lavorativa scorreva lenta e senza scossoni e  il venerdì vagavamo per il deserto seguendo piste appena segnate ed indicazioni labili ma spesso ritornavamo senza aver concluso niente. Un giorno il mio collega non stava bene e aveva bisogno di una medicina che io mi offrii di andare a comperare all’oasi dove c’era una specie di farmacia che mi accorsi era gestita da una bella signora , che aveva studiato in Francia che si era ritirata in questo buco del mondo probabilmente per espiare qualche colpa ,la quale si offri di venire  a vedere il mio collega. Durante il viaggio tra l’oasi e l’hotel sembrava un fiume in piena ,mi raccontò che era innamorata dell’Italia e che aveva visitato molte città e si era innamorata di Venezia e visto che eravamo in mezzo al Sahara si offrì di farci da guida nei giorni di festa per visitare i reperti Romani.

Il venerdì successivo ci presentammo all’appuntamento   e la trovammo ad aspettarci con un volto radioso ,era contenta di avere una compagnia europea. Cinguettava come una cinciallegra e ci ha portato a vedere le terme Romane raccontandoci storie bellissime in un francese sciolto e flautato.

Le terme sono una costruzione in mattoni cotti e nelle sue viscere scende una scala a più rampe che raggiunge la falda acquifera in una atmosfera surreale e un fresco inimmaginabile dove gli antichi romani riposavano le membra  affaticate dalla pugna e scendevano nell’acqua  attraverso scalinate dove si stava seduti a chiacchierare . Con la signora abbiamo visitato anche Ghardaia che è l’oasi delle sette città e tra queste c’è la città delle donne di malaffare dove gli uomini non possono entrare .Non bisogna essere tratti in inganno da queste sette città in effetti sono sette canaloni che scendono da un altipiano e sono riparati dal vento del deserto , ci sono una serie di costruzioni e tra queste un Hotel per turisti  e un’altro ricavato dalla ristrutturazione di un vecchio fortino della legione straniera che era il mio preferito ma la cosa più affascinante era il Suk dove una moltitudine di persone si scambia merce ,vende ,compra e ci si ritrova per scambiarsi convenevoli……tutta la merce in esposizione è posata in terra o al massimo su dei carretti malandati ed i clienti rivoltano la merce in cerca di quello che vogliono salvo poi perdersi in contrattazioni epiche.

To be continued

Nukus – Uzbekistan

giugno 10, 2012 § 12 commenti

Foto presa dal sito…e per approfondimenti

 

Nukus – Uzbekistan

– Un lavoro a Nukus o meglio nelle vicinanze-

– Scusa ma dov’è Nukus?-

– Nella repubblica autonoma del Karakalpakstan , in Uzbekistan-

– Bene adesso è tutto chiaro , ne so quanto prima –

La conversazione continua addentrandosi in particolari tecnici e tempo di permanenza , breve , per fortuna . Non so se ho voglia di accettare , non mi entusiasmano queste ex repubbliche russe , in effetti non ne so molto anche se in un paio ci ho già lavorato.

Del Uzbekistan  so solo che ci sono Samarcanda e il Mar d’Aral che hanno fatto parte dei miei giochi da bambino e delle mie fantasie da adolescente . Camminavo nel più grande suq dell’Asia dove comperavo un cavallo bardato di tutto punto e mi avventuravo nel deserto arrivando sulle sponde del più grande mare interno e li mi imbarcavo su una nave dove liberavo una splendida fanciulla presa prigioniera dai nemici del Grande Tamerlano. Queste fantasie erano alimentate dai racconti della zia Giusy grande conoscitrice del “Milione “ e quando ci raccontava del grande viaggio infarciva i suoi racconti con episodi fantastici.

Tutto questo pensare mi fece decidere di accettare quel lavoro , forse avrei potuto vedere almeno uno di quei posti .

Pochi giorni dopo era tutto pronto, documenti vari  per l’ingresso e lettera di presentazione  e biglietti .

Viaggio piuttosto impegnativo , con vari scali e in aeroporti fatiscenti , macchina allo scalo finale , Nukus , che mi porta in città. Arrivo in mattinata e il tragitto mi fa capire cosa troverò .Delusione anche se non so cosa di diverso mi sarei aspettato ma ha tutto un aspetto così sciatto e scialbo . Gli uomini sono vestiti in varie fogge asiatiche , alcuni hanno un copricapo per lo più di forma mussulmana e le donne sono coperte da scialli. Non ho avuto modo di prendere informazioni perciò mi è quasi tutto alieno.

La città almeno per quello che ho visto è brutta , lo stile è quello sovietico, con palazzoni grigi e con le finestre senza scuri. Scopro che la città è relativamente recente , hanno iniziato a costruirla nel 1932  pianificata dal regime , solo una piccola parte già esistente ha qualche importanza storica.

L’albergo è un rudere ,che mostra qualche piccolo particolare di vecchi fasti ,dove non funziona praticamente nulla. La sera a cena vengo informato che la base dove dovrò lavorare si trova ad un centinaio di Km più a Nord vicino al Mar d’Aral. Dato che il mare si è ritirato sono venuti alla luce dei giacimenti di gas che ora stanno sfruttando. La persona che mi parla mi informa che il mare ha un ciclo di 40 anni che prima si ritira e poi ritorna . La cosa mi lascia perplesso , io avevo sentito che lo sfruttamento dei fiumi che alimentavano questo lago salato aveva ridotto la portata d’acqua e  la dimensione si era ridotta notevolmente.

La mattina mi vengono a prelevare e parto verso al mia meta , il paesaggio che si presenta è prima ricco di vegetazione poi dopo qualche chilometro inizia una distesa di campi di cotone a perdita d’occhio , la terra è grigia sembra malata, triste, un vento polveroso avvolge tutto. L’ultimo tratto di strada corre in un deserto di sabbia con solo il vento a fare da padrone, desolante .

I primi giorni il lavoro mi assorbe anche se è dura tenere sempre la maschera antipolvere e gli occhialoni tipo motociclista , la polvere è da ogni parte , si intrufola sotto i vestiti , da prurito , per levarla non basta una doccia veloce, spesso per avere la sensazione di essere pulito si ripete la doccia. Quando si termina di lavorare vado nel fabbricato che ci ospita e dove si svolge tutta l’attività extra lavoro . Lì abbiamo le nostre camere , c’è la mensa ed alcune sale che dovrebbero essere ricreative e di socializzazione  anche perché non puoi uscire , la polvere è onnipresente.

Li sera per sera scopro una amara verità, il mare si è ritirato per la pianificazione voluta da Mosca che ha realizzato canali di irrigazione per le vaste distese di campi di cotone di cui l’ Uzbekistan è  diventato il maggiore produttore mondiale ma non ha tenuto conto della vita che si svolgeva sul grande mare. I pesci sono morti ,i pescatori sono ridotti sul lastrico , hanno perso le navi , il clima è cambiato …il mare sta morendo . Anche il kazakhstan ha fatto la sua parte sfruttando il fiume che scorre sulle sue terre  , come le altre nazioni che gravitano nella zona.

I vari congressi promossi per salvare il mare sono stati vani ,non si trovano accordi, la guerra per l’acqua va avanti da decenni e il mare muore.

Voglio vedere questo scempio .

La città di Moynaq , che era il maggior porto di pescherecci, dista qualche decina di km devo andarci e organizzo per il primo giorno di riposo ma  vengo sconsigliato caldamente :

“non c’è niente solo sabbia e rottami arrugginiti”

“voglio vedere con i miei occhi, voglio sentire cosa si respira”

“respiri la stessa polvere tossica di qui ”

“Tossica? “

“Si, un misto di sabbia ,sale , pesticidi, DDT, e probabilmente qualche scoria batteriologica di esperimenti russi”

“Cazzo”.

Salgo nella mia stanza e vedo di reperire informazioni, cazzo è tutto vero stanno uccidendo un mare e le popolazioni che stanno li intorno senza la minima preoccupazione , la situazione è impressionante ma non recedo devo andare.

La mattina l’autista con il gippone  mi aspetta con la faccia imbronciata , probabilmente avrebbe preferito passare la giornata a giocare a carte e non certo ad accompagnarmi nel nulla.

Il paese è un piccolo assembramento di casupole di cemento e lamiera si vedono ancora le grandi strutture per la lavorazione e conservazione del pesce che sono state cannibalizzate per recuperare lamiere di copertura e riparo .  Scendiamo per una strada sconnessa  che portava al porto, si vedono ancora le massicciate ma acqua niente , è ancora più impressionante di come lo avevo immaginato, la polvere volteggia in modo perpetuo , i bambini giocano con una bottiglia di plastica prendendola a calci con la bocca avvolta da stracci. Come si fa a vivere in un posto così?

Io non ho idea di come fosse prima ma mi immagino una vita portuale ,navi ancorate , movimento ,gente dedita ai lavori più svariati. Adesso solo facce scure ,solo vecchi e bambini , qualche donna infagottata.

La macchina si avvicina a quello che era stato un porto, mi avvolgo una specie di sciarpa intorno alla bocca e scendo , mi appoggio a una ringhiera arrugginita , il mio sguardo corre sulla desolazione ,il paesaggio appare spettrale. Si vedono le sagome dei pescherecci insabbiati come lapidi di un cimitero alieno. Cammino lentamente sul molo come in trance , a  pochi metri dalla massicciata c’è una imbarcazione disposta come se un gigante ci avesse giocato e poi stanco l’avesse abbandonata li .Si trova in basso rispetto a me e sulla prua vedo qualcosa che assomiglia ad un fagotto , la ruggine e il sale ha mangiato tutto, le lamiere di copertura sono strappate e sottili ,traforate come trine . Mi sposto per vedere meglio, il fagotto è un vecchio con una logora giubba militare di un colore indefinibile e trapuntata di rammendi , le gambe sono coperte da un pezzo di telone dal quale spunta una vecchia scarpa, sulla bocca un pezzo di tela a quadretti grigi. La pelle sembra una ragnatela , grigia e gli occhi sono socchiusi e guardano dove una volta l’acqua rifletteva il sole.

Sta immobile come una statua sul viso grigio solo due solchi scendono su quella striscia di viso… la sola acqua dell’Aral. Mi si è stretto il cuore non riesco a sopportare quella vista , quell’immagine esprime tutto il dolore possibile per un mare che muore e mille e mille vite che si spengono. Sono tornato indietro , volevo andare via lontano , ma una volta salito ho chiesto al driver che trovasse una strada per scendere sul fondo del mare . Cazzo ero li , volevo camminare sul fondo del mare , volevo raccogliere mele verdi dal fondo del mare.

Il gippone si muoveva lentamente , gira intorno a pozze secche , il driver aveva paura di insabbiarsi, la polvere vortica , il paesaggio è lunare, il mio cuore è stretto come in una morsa …lacrima.  Ci inoltriamo sul fondo del mare , indico al driver un peschereccio a qualche centinaio di metri , sembra una barchetta , mentre ci avviciniamo si ingrandisce, il tempo scorre come sospeso, l’ululare del vento copre il rumore del motore. Mi sembra di essere sul modulo lunare, a pochi metri si arresta , mi preparo a questa uscita nello spazio, indosso gli occhialoni, mi sistemo l’elastico, avvolgo la sciarpa sulla testa e la faccio passare sulla bocca. Chiudo bene la giacca e alzo il bavero ,indosso il mio scafandro sono pronto per la missione.

Scendo velocemente incurante di quello che sta biascicando l’autista, sbatto la portiera  faccio alcuni passi verso la fiancata corrosa. Mi guardo intorno ed è uno spettacolo che non dimenticherò mai , la presunzione degli uomini ,l’assenza di scrupoli, la ricerca di profitto ad ogni costo , tutto questo ha portato al più grande disastro ecologico che si possa immaginare ,uccidere un mare , annientarlo.

La mia mano si posa sulla lamiera consunta , la sento abrasa come sabbiata , miliardi di granelli l’hanno colpita ed ognuno ha creato un microscopico danno .Quella barca che ha solcato le acque che ha trasportato uomini al lavoro , che ha pescato tonnellate di pesce , che ha sfamato famiglie ora è li morta come tante altre aspettando che il vento termini la sua impresa e la trasformi in polvere, annullando dalla visione quelle sagome nere , quelle vestige di un passato che non tornerà più.

Oppresso da una tristezza senza fine risalgo sul gippone e chiedo al driver di tornare alla base.

Questa esperienza è stata una sofferenza ma la ritengo necessaria perché certe cose ti rimangono dentro e sono quelle che ti cambiano la vita la fanno deviare leggermente e ti fanno apprezzare dove vivi e quello che hai ma ti fanno capire che le opere dell’uomo devono avere un limite .

Dopo essere stato li mi rendo conto che non avrei potuto rinunciarvi , un bagno nel mare della nefandezza umana e non ho raccolto nemmeno una mela verde.

Ho terminato il lavoro senza neanche più pensare a Samarcanda , chissà come l’hanno ridotta .Non hanno solo ucciso un mare o distrutto un mito di città hanno ucciso il ricordo di una estate della mia vita di bambino dove su un vecchia Graziella scassata vagavo per le vie di Samarcanda come sulla sella di uno splendido destriero  e tra le pozze del fiume combattevo sulle sponde del Mare d’Aral .

Cazzo non si uccidono i sogni …chissà cosa ne pensa il Grande Tamerlano?

Dove sono?

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