MA IL TEMPO….?

Maggio 28, 2017 § 11 commenti

TEMPO

A Istanbul c’è un museo piccolo dove sono esposti i meccanismi degli orologi e in una stanza c’è una grande clessidra montata su una basculla che ruota quando si vuota da una parte, come a simboleggiare lo scorrimento perpetuo del tempo.

La sabbia che rotola verso il basso da come una suggestione ipnotica, se ti soffermi a guardare questo movimento ti viene difficile staccarti e quando ci riesci per qualche attimo sei frastornato, bellissimo.

Una sensazione particolare molto sottile ma intensa; il tempo che scorre ineluttabile e ci porta in una dimensione temporale che va oltre la nostra comprensione ,è questo che crea la suggestione.

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Tutti noi diamo per scontato il concetto di infinito……del non inizio e della non fine del tempo …questi due concetti hanno sempre fatto riflettere, senza poi riuscire a trovare una ragione e difatti poi il pensiero si nasconde in un angolo e resta lì sopito fino a spuntare improvviso davanti a un tramonto…una eclisse….una falce di luna che sorride.

Oppure al mare la sera quando vicino all’acqua si sente il movimento del mare, la risacca e questo moto continuo porta una strana sensazione come di appartenenza a un mistero così grande e nello stesso tempo dà il senso dei nostri limiti e anche dell’importanza dell’essere al mondo, la vita come un dono da non sprecare e ci mostra la nostra fragilità …quel nostro essere insignificanti al cospetto di tanta grandezza e magnificenza ma allo stesso tempo partecipi e consci che se non fossimo vivi questo non ci sarebbe dato di vedere e che facciamo parte di un tutto un …..io.

Ma cosa misura il tempo passato?.. La trasformazione delle montagne , il movimento delle faglie tettoniche. Troppo grande questo lasso di tempo ,è fuori dalle nostre capacità di apprendimento , lo accettiamo come un dogma ma ne restiamo fuori, lo guardiamo come una cosa estranea. Il tempo che ci riguarda…. come lo misuriamo? ..gli anni che senso hanno, guardiamo il nostro corpo che si modifica, cresce , si modifica , decade ma siamo sempre noi .

Guardiamo le modificazioni di chi è intorno a noi …vediamo le evoluzioni che il tempo porta ma ne abbiamo la netta sensazione ? Dovremmo sceglierci un albero e ogni tanto andarlo a guardare . Quando nasce un bimbo dovremmo piantare un albero e regalarglielo. Lui potrebbe andare a vederlo una volta all’anno , guardare come si evolve , i rami che svettano verso il cielo . Curarlo, eliminare i nidi di filossera , accarezzare i rami contorti , guardare le foglie che cadono , contare i nidi che albergano nella chioma.

Ogni cosa allora si ridimensiona passa come in un setaccio e resta poi solo il cuore delle cose che hanno veramente importanza, ma…. abbiamo la memoria corta come il nostro tempo.

Baku- Azerbaijan

Maggio 15, 2017 § 7 commenti

 

BAKU Torre

Stare lontano da casa incomincia a pesarmi, forse perché ho incominciato la ricostruzione del tessuto umano che mi circonda ed i miei interessi culturali e ricreativi. Ho passato un paio di mesi nel caldo dell’Oman e ho già rifiutato un paio di contratti . Devo abituarmi a stare a casa e il mio orto mi aiuta ,devo dissodarlo , il terreno è ancora freddo ma la motozappa macina tranquilla.

La mia mente si rilassa e la musica nelle cuffie copre il rumore del motore , penso al lavoro successivo, dovrei potare la vigna. Interrompo per fumarmi una sigaretta e il telefonino lampeggia “chiamata persa” .Controllo , è il numero di una delle compagnie per le quali lavoro, sarà un nuovo contratto che non ho voglia di accettare , richiameranno.

In quel momento ronza nuovamente , eccoli, la voce della segretaria mi comunica che L’Ing.Lup.Mann.Cav. di GranCroce deve parlarmi.

ho un lavoro per Lei “

Forse avete bisogno di me ? attualmente sono impegnato” (devo potare la vigna)

Ci sarebbe un lavoro di pochi giorni che richiede una figura professionale come la sua”

Quando e dove?”

Tra un paio di settimane e per un paio di settimane”

Dove?”

A Baku Azerbaijan”

Segue una serie di particolari sul tipo di lavoro ,piattaforma petrolifera, la cosa non mi entusiasma , conosco la sensazione di solitudine di quel tipo di locazione ma Baku mi attrae ci sono già stato qualche anno fa, il tempo di permanenza è corto e il lavoro interessante , accetto.

Volo diretto Genova _ Instambul pernottamento e altra tratta Instambul- Baku

L’aeroporto di Instambul è coperto di neve per andare in Hotel è un problema perché i taxi sono rari ,riesco a prenderne uno e senza grossi problemi mi porta a destinazione, volevo approfittare di questa sosta per fare un giro in questa capitale ma la sorte non mi è stata amica , la neve continua a cadere copiosa ed è meglio non avventurarsi per la strade anzi sono preoccupato per la mattina quando dovrei ripartire. La mattina il pulmino dell’Hotel mi porta in aeroporto dove arriviamo in ritardo a causa di slittamenti vari e una velocità ridottissima.

Il volo è in ritardo , ci fanno salire ma sulle ali c’è una crosta di ghiaccio, quando siamo pronti l’aereo lentamente si sposta verso un hangar dove esce un macchinario che soffia sulle ali eliminando il ghiaccio e il tutto dura circa una ora. Una novità ,dopo tanti anni di voli nei paesi più strani è la prima volta che assisto ad un simile trattamento. Finalmente in volo ed arrivo a Baku.

La città è stranamente pulita e la temperatura accettabile , chissà mi aspettavo di trovare neve invece c’è solo un vento molto forte. Mi portano in un bel Hotel vicino al lungomare e mi dicono che mi verranno a prendere il mattino dopo alle ore 06,00, benissimo ho il pomeriggio e la sera a disposizione.

Quando ero stato a Baku ,anni fa, era stato un viaggio in automobile da Rasht in Iran seguendo la costa del mar Caspio fino a Baku circa 500 km ma della città avevo visto poco e mi era rimasta la curiosità.

Un modo veloce per vedere i punti salienti di una città è accordarsi con un tassista e farsi portare in giro e così faccio anche questa volta avendo unicamente un punto fermo ,voglio vedere il tempio degli adoratori del fuoco. So che a Baku c’è un centro della religione Zoroastriana e avendo visitato un altro di questi punti di riferimento in Iran nella città di Yazd voglio vedere anche questo. La mia guida mi mostra le moschee e le costruzioni della città vecchia e mi porta a visitare un vecchio caravanserraglio molto ben tenuto e sentendolo parlare scopro che sta parlando in Farsi . Il mio è un po’ arrugginito ma riesco a capire la conversazione e quando parlano di me intervengo impedendogli di sparlare e tra il loro stupore salgo i ripidi scalini della torre del vento che correda l’edificio e salgo ad ammirare la città dall’alto.

Quando scendo il custode mi vuole restituire parte del prezzo che mi aveva chiesto per visitare la costruzione ma sono spiccioli e non voglio niente .

Il tassista è quasi offeso per il fatto che non gli ho detto che parlavo Farsi

E vuole ricontrattare quello che abbiamo pattuito per quelle ore ma a me va bene così. Ci lanciamo sui viali del lungomare , potrebbe essere una Rimini del Mar Caspio ma il turismo latita comunque si nota che la popolazione ha un certo benessere dovuto allo sfruttamento delle risorse naturali. Mentre ci dirigiamo verso l’Ateshgan sfioriamo un brutto quartiere che mostra evidenti i segni della dominazione russa e il mio driver mi dice che il sindaco sta pensando di raderlo al suolo e di ricostruire un quartiere più adatto alle mutate condizioni…chissà cosa intendeva.

fire temple

La corsa del taxi termina oltre la stazione ferroviaria di Suraxani, dalla quale attraversati i binari si raggiunge il Tempio del Fuoco (Ateshgah). Le sue origini sono antichissime, legate a culti zoroastriani, anche se la costruzione attuale è opera di religiosi indù. Al centro del cortile brucia la fiamma eterna, sotto un padiglione quadrangolare di pietra. Una giovane guida si avvicina subito e ne approfitta per scambiare quattro chiacchiere in inglese e per illustrarmi la storia del tempio. La sorgente naturale si è esaurita: oggi il gas arriva dalle tubature, ma non si nota! Nelle celle attorno al cortile alcuni manichini illustrano la vita degli asceti che si sottoponevano a forme estreme di mortificazione, come sdraiarsi sui carboni ardenti o trascinare pesanti catene. Altre celle espongono immagini del passato, quando le fiamme bruciavano anche dai quattro “camini” agli angoli del padiglione centrale. Sono citati i racconti di viaggiatori che visitarono il tempio, divenuto un luogo di sosta lungo la via dei commerci: il tedesco Kempher nel 1683 trovò ancora gli asceti indù in preghiera davanti al fuoco. Terminata la visita, mi parla dell’Azerbaijan, toccando due temi per lui “caldi”: i quindici milioni di azeri che vivono nell’Iran settentrionale (più che in Azerbaijan!) e il dramma del Nagorno Karabakh. Il suo amico sul cellulare ha una cartina con il Grande Azerbaijan che include entrambe le regioni. Io so poco di questo dramma e cerco di farmelo spiegare e mi raccontano di una lunga guerra tra l’Armenia e l’ Azerbaijan per la annessione di questa regione che allo sfaldamento dell’URSS era riuscita ad avere l’indipendenza. Fanno parecchia confusione e mi perdo ,cerco di chiudere e gli lascio qualche banconota.

ateshgah-of-baku-12

Mi soffermo ad assaporare la suggestione del luogo , la luce sta calando il fuoco crea ombre che si perdono nella volta ,quanta gente avrà pregato quì, questa religione monoteista poco conosciuta che mi ha fatto nascere una domanda a Yazd e ancora ora non ha trovato risposta: Zoroastro morto a 33 anni ucciso a bastonate, Gesù , crocifisso a 33 anni , Ali ben Ussein (sciiti) ,decapitato a 33 anni perchè queste religioni sono iniziate con profeti così simili?

Con questi pensieri lascio il tempio e raggiungo il mio taxi , ormai è buio e mi faccio portare in Hotel cercando di farmi spiegare il dramma del Nagorno Karabakh ma il punto di vista è diverso dai ragazzi che facevano da guida e la cosa si confonde ancora di più ma apprendo che la guerra ha fatto migliaia di vittime. E tutto per ragioni di petrolio ….la solita storia.

Cena in Hotel,niente di particolare , solo il caviale da un certo tono al menu , qui è abbondante e costa relativamente poco d’altronde se non lo mangi qui ,dove?

La perturbazione sta arrivando anzi credo sia arrivata da come sento tambureggiare la pioggia . Cambio nuovamente i miei piani : volevo fare un giro sui viali del lungomare ma credo di rintanarmi nella Longue ,bermi qualcosa ed andare a dormire . Mi siedo su un alto sgabello vicino al bancone del bar e mi guardo intorno. Ci sono parecchi tavoli occupati e nella maggior parte vedo un uomo grasso e una giovane donna che oltre ad essere della metà del peso ha anche la metà degli anni. Questo sembra essere la cosa comune ai bar degli Hotel di mezzo mondo. Dovrei dedicarmi alla statistica , quanti uomini raggiunto uno stato di benessere si accoppiano con ragazze con la metà dei loro anni? . Immagino una alta percentuale da quello che ho visto in giro e qui certamente si contribuisce ad aumentare la media. Ora non resta che controllare un’altra nota statistica e..Ordino una Vodka –Lemmon e appena il bicchiere appare davanti a me conto con la mente guardando fisso il bicchiere . Arrivo a 20 e come per magia si materializza sullo sgabello a fianco al mio una splendida creatura di genere femminile avvolta da una nuvola di profumo da farti venire l’allergia. La statistica è confermata ,appena appare il bicchiere davanti ad un uomo solo al banco del bar ,entro 30 secondi appare una donna che non ha altro posto da sedersi se non vicino a te. Per verificare l’efficienza dell’Hotel c’è un’altra verifica. Mi giro lentamente a guardarla e il suo viso si illumina con uno sfavillio di occhi ,con delle ciglia di una lunghezza preoccupante, le labbra si schiudono ,la punta della lingua scorre sulle labbra e con una voce suadente , anche se leggermente indurita da un accento russo, mi dice:

Sicuramente tu devi essere Italiano”

Si,ma come hai fatto a capirlo”

Voi italiani avete un certo modo di fare, di vestirvi….”

Tu devi essere russa”

No,Ucraina”

Come mai qui?”

Per affari e tu?”

Affari ….ma non volendo farti perdere tempo ..visto che il tempo è denaro ….ti dico subito che finito di bere vado a dormire e …da solo, buonanotte”

Non è il caso ..possiamo parlarne …non credi”

Conversazione chiusa …non voglio essere maleducato”

Efficienza confermata ,la ragazza parla italiano , le notizie volano veloci e ognuna ha il suo campo …Lei opera con gli italiani , si è specializzata .

Mi giro lentamente dall’altra parte e sullo sgabello a sinistra c’è seduto un uomo sulla sessantina con un vestito che lo fascia strettamente e trastulla in una mano un rosario islamico e nell’altra un largo bicchiere con un liquido d’orato ,non lo avevo visto arrivare ma deve aver assistito a tutta la scena .

I nostri sguardi si incrociano e in contemporanea alza un sopraciglio e il bicchiere , io rispondo mimando l’alzata del bicchiere .

BAKU PECORE

Sarò mica caduto dalla padella nella brace, riporto lo sguardo sullo specchio sul retro del bancone , andrò a dormire . La ragazza si è allontanata e sta parlando con un’altra vicino a un tavolino , l’uomo si rivolge a me in un inglese aspro e mi chiede di dove sono e se sono li per affari, non ho molta voglia di rispondere e potrei anche far finta di niente ma voglio vedere come si svolge la sequenza.

La conversazione va avanti abbastanza fluente e mi racconta che ha ereditato qualche pozzo di petrolio e da allora la sua vita è cambiata .

Qualche pozzo di petrolio?”

Può essere tanto o poco,a queste latitudini , ci sono pozzi molto piccoli o grandi giacimenti, sono curioso e vorrei sapere di più ma non voglio porre domande dirette lascio continuare il discorso e cerco di indirizzare l’argomento.

Ha 6 pozzi molto piccoli dei quali si occupa personalmente con la famiglia ma rispetto alla media guadagna un sacco di soldi , vende i suoi barili ad un intermediario che viene a caricarli ogni 3 giorni ,prende i pieni e gli lascia i vuoti e guadagna circa 1000$ al giorno ma tiene i piedi per terra sa benissimo che il pozzo si può esaurire e deve pensare al futuro . Una volta ogni 15 giorni viene a cena qui e a bere un paio di drink con la moglie che in quel momento arriva. Una donna ormai sfiorita ,i capelli sono bloccati da fermagli lucidi,le guance rubizze ,segno di permanenza all’esterno per la maggior parte del tempo, le mani non sono molto curate , sono mani che lavorano.

Mi invitano al tavolo con loro per un bicchiere e mentre fa le presentazioni sento che parlano una lingua che conosco e allora accetto.

La signora si meraviglia che io parli il Farsi e io chiedo loro come mai anche loro lo parlino e mi raccontano che provengono da una regione che confina con l’Iran e che tempo fa apparteneva alla Persia.

La conversazione va avanti sui soliti binari ,famiglia ,parenti,cibo ma rimango ben impressionato da questa coppia che nonostante abbia avuto fortuna non si è montata la testa ed ha mantenuto uno stile di vita abbastanza umile levandosi qualche piccola soddisfazione …sentire certe cose fa bene e fa conciliare con la vita anche se la pioggia è diventata un uragano.

Il telefono trilla nella notte ,lo cerco sul comodino ,una voce mi comunica che è l’ora della sveglia .Mi serve qualche attimo per capire dove sono . Guardo dalla finestra ,la pioggia ha rallentato ma arriva a folate ,il buio è ancora denso.

Scendo nella hall , qualcuno dovrebbe recuperarmi. I camerieri sono già attivi e chiedo se si può fare colazione ma mi rispondono che la sala colazioni è chiusa. Ormai rassegnato mi siedo ad aspettare ma una giovane ragazza mi dice che se voglio mi porta un caffè e qualcosa da mangiare, bene le cose incominciano a girare per il verso giusto.

L’ora dell’appuntamento è abbondantemente passata e non ho nessuna notizia, probabilmente dovrei essere preoccupato ma in realtà non me ne frega niente , la mia paga è iniziata quando sono partito , se si dimenticano di me va bene lo stesso. Dopo 2 ore arriva un tizio con una uniforme strana e chiede di me . Ha un sacco in mano e me lo porge dicendomi di indossare la tuta che è dentro.

Dentro c’è una specie di tuta tutta di un pezzo con una cerniera in diagonale ,un paio di calzerotti e degli stivaletti bassi con all’interno del pelo. Indosso il tutto e mi guardo nello specchio e mi sento un po’ ridicolo anche se non so come hanno azzeccato le taglie.

Salgo su un grosso fuoristrada ed usciamo dalla città ed arriviamo nella sede della compagnia petrolifera, li salgo su un grosso elicottero di fabbricazione russa con doppio rotore. Nel vano posteriore ci sono molte casse e attrezzature varie . Mi guardo in giro e continua a piovere a tratti di traverso e sento le gocce sbattere violentemente sulla carlinga “un bel giorno per volare”.

Arriva il pilota e mi lancia un paio di cuffie e mette in moto, il rumore è veramente forte e nonostante la protezione è veramente fastidioso.

Il grosso bestione si alza in volo e lentamente ,a me sembra fin troppo lentamente, si avvia verso il Mar Caspio. Quando ci siamo sopra riesco a vedere che veramente incazzato , ci sono onde alte e il cielo è cupo.

Dopo quasi 2 ore intravedo negli spruzzi la piattaforma , cazzo come sembra piccola …chi me lo ha fatto fare .

L’elicottero si predispone sulla piattaforma di atterraggio ma il vento continua a spostarlo. Mi fanno capire che praticamente devo scendere al volo o meglio con l’elicottero non ancora posato. Quando aprono il portello capisco l’utilità della tuta , fa un freddo cane . Scendo con i piedi sulle barre di atterraggio , il ponte sarà a un metro ed è tutto bagnato , sono sicuro che cadrò lungo.

Mi incitano a scendere ma sono titubante e..ho anche paura . Finalmente mi decido e salto , riesco a stare in piedi e mi dirigo verso le scalette dove vengo accolto ed accompagnato dal responsabile .Sono ancora frastornato e non riesco a capire cosa mi dice l’ingegnere capo.

Non ti ricordi di me?”

Veramente no ma se mi dai un attimo …me la sono quasi fatta addosso e non connetto “

Ti aiuto . Vratza – Bulgaria “

Adesso si …ma hai cambiato mestiere, prima non ti occupavi di stabilimenti chimici”

La mia compagnia si occupa anche di petrolio e anch’io da qualche anno”

Ma tu in Danimarca non ti trovi bene che sei sempre in giro?”

E tu in Italia ?”

Sai com’è…”

il tuo bagaglio dovrebbe essere nella tua cabina, credo che tu conosca già la situazione logistica delle piattaforme , tra un’ora dovrai partecipare a un corso di sicurezza , i tuoi colleghi dovrebbero arrivare domani , stasera sei invitato al mio tavolo per cena.”

La cabina merita una descrizione : un loculo con un letto lungo 1,70 mt considerando che io sono 1,84 , dovevo dormire in diagonale ,un microscopico lavandino e gli altri servizi in comune fuori , uno splendore.

Il mio amico Sorrens è stato un ospite squisito, una piccola consolazione che i miei tre colleghi americani erano più grossi di me e nel letto ci stavano ancora più scomodi, i turni di lavoro non ti lasciavano spazio a tanti pensieri .

Il turno 6 ore di lavoro e 6 ore di riposo è massacrante e cerchi di dormire in ogni condizione.

Quando ho finito il lavoro e con questo la mia permanenza su quella piattaforma, il sole splendeva, il mare era calmo  e mi sono goduto il viaggio in elicottero,  in lontananza cercavo di intravedere la costa.

I miei pensieri tornavano a Sorrens , ci eravamo conosciuti nell’80 in Bulgaria , abbiamo lavorato assieme quasi 2 anni ma non abbiamo mai legato , sul lavoro avevamo un buon feeling ma fuori avevamo frequentazioni diverse . Eravamo due giovani di belle speranze e non avrei mai pensato di incontrarlo nuovamente ma forse è proprio vero che il mondo è veramente piccolo.

Il periodo è stato corto ma questa volta ho sentito veramente la mancanza dei miei affetti…

dovrò decidermi..

Sahara 3

giugno 29, 2012 § 23 commenti

Dal Sahara al Tènèrè

Mi trovo ad Hassi Messaud , un centro di estrazione del metano , 1200 km dalla costa e ben all’interno nel deserto del Sahara. Qui non esiste nessuna oasi ma soltanto un agglomerato di basi delle varie compagnie straniere impegnate con gli algerini nello sfruttamento delle loro risorse naturali. Il nostro campo è abbastanza confortevole, anche se dopo qualche tempo la routine ti logora e senti il bisogno di comunicare , di vedere movimento, di gente …folla. Il villaggio è composto da una serie di baracche realizzate sovrapponendo dei barili da 200 lt e riempendoli di sabbia per dargli stabilità, il tutto ha un aspetto squallido, soltanto una tenda, abitata da un tuareg,  ricorda  questo popolo fiero. Quest’uomo, completamente vestito di nero, mi aveva incuriosito nei giorni precedenti ed avevo pensato alla sua vita trascorsa in terre così poco ospitali e alle sue traversate per raggiungere oasi lontane. Una sera, mentre passeggiavo poco distante dal campo, mi ha avvicinato e con la scusa di chiedermi una sigaretta si è messo a parlare, come se avesse voglia di comunicare qualcosa al mondo.  Mi ha parlato del deserto, dei suoi dromedari, delle notti fredde e delle sue donne dolci come il miele, poi ad un tratto si è zittito ..come se avesse avuto l’impressione di aver detto troppo  e si è allontanato nell’imbrunire stagliandosi nello skyline delle dune…..un uomo solo. Mi comunicano che devo fare un intervento ad Agadés , un migliaio di km più a Sud. Il pensiero di questa traversata , se da una parte mi stimola , dall’altra mi da una leggera ansia  di precarietà, i preparativi mi distolgono da questi pensieri. Si parte e si lasciano indietro i pensieri e le preoccupazioni ; una leggera euforia mi pervade e la mente corre alla meta così lontana ed a quello che il viaggio offrirà. Dopo un lungo colloquio informativo con la guida , decido di prendere l’aereo per il tragitto fino ad Agadés e una volta terminato il lavoro fare una escursione con il fuoristrada attraverso il  Ténéré ,il mitico deserto. La fantasia scioglie le briglie e galoppa sulle dune.  Agadés è una città carovaniera e di mercato e, seppur decaduta e modernizzata, conserva ancora l’impronta di capitale del sultanato tuareg dei Kel Air ricordandoci che oggi non tutto il Sahara è asfalto e omologazione. In Agadés i mastri orafi tramandano le tradizioni d’appartenenza tribale forgiando i classici gioielli a croce, dalle forme più svariate, che tutto hanno tranne che un simbolismo cristiano. Agadés è, soprattutto, il punto di riferimento per quanti si apprestano ad attraversare il deserto. Lo è tanto per noi, alla ricerca dell’emozione di una traversata che, pur col supporto dei fuoristrada, ha ancora il sapore dell’avventura, quanto per chi ancora continua caparbiamente ad attraversare il Ténéré a dorso di cammello, per mestiere e antichissima consuetudine, conducendo grandi carovane di dromedari pezzati capaci di sopportare ciascuno un carico che può raggiungere il quintale. Sono le ultime carovane del sale, chiamate in Mali “Azalai” e in Niger “Tarlamt”, in grado di percorrere sino a 40 km al giorno. In poche settimane coprono la distanza tra le oasi del Kaouar e Agadés, con una lunga e faticosa marcia che inizia all’alba e termina ben oltre il tramonto. Nessuna sosta, tranne quella per le cinque preghiere giornaliere. Un mese duro ed estenuante, trascorso cavalcando i dromedari e riposando accovacciati in equilibrio sulle cavalcature per recuperare le forze. Un’avventura al limite della resistenza umana che presuppone grande familiarità con il severo ambiente del deserto unita a notevole resistenza fisica. Il Madugu è il capo carovana. In prima fila, lo sguardo fisso in avanti a scrutare l’invisibile pista. Il commercio triangolare dei prodotti agricoli dell’Air in cambio di datteri e sale, sopravvive verso oriente, in direzione del Ténéré, sostenuto dagli infaticabili Kel Ouei, una tribù di tuareg dell’Air da sempre dedita agli scambi in partecipazione con i Kel Gress, allevatori originari del sud, proprietari degli animali. Gli Azalai, parola tamascek che vuol dire separazione, compaiono nel deserto come fantasmi dal passato e sembrano dirigersi verso il nulla, scomparendo tra i cordoni di basse dune parallele che si susseguono come onde, confondendosi in lontananza nella foschia dell’harmattan. Ci hanno regalato la nostalgia d’un incontro irripetibile tra epoche lontane e inconciliabili. Sostiamo presso una piccola oasi con un Hassi (pozzo) e qui sotto un boschetto di palme c’è, disposta su un letto di sabbia, una esposizione di minerali recuperati nel deserto. Ci sono delle rose del deserto spettacolari di tutte le dimensioni . Forme contorte , elaborate, alcune più spesse , altre delicate come trine, mi sto perdendo nell’ammirare queste forme quando da sotto una specie di tenda improvvisata esce un bimbo ,bardato con alcuni stracci e con l’immancabile copricapo attorcigliato. Mi guarda curioso con due occhi neri e profondi e dal naso gli pende uno spettacolare moccio. Mi si avvicina, mi prende per mano e mi mostra i pezzi più belli in esposizione, sempre senza parlare mi evidenzia i particolari, poi soddisfatto della sua tecnica fa cadere la mia attenzione sulle sue calzature che mi mostra alzando un piede verso di me. Scarpe particolari , probabilmente nuove , di pelle di cammello , fatte a mano. Io gli faccio qualche complimento in francese, lui si passa l’avambraccio sul moccio , spalmandoselo su tutta la faccia. Guardando la sua espressione scoppio a ridere , lui rimane un attimo perplesso poi il sorriso illumina il suo volto. A quel punto arriva un uomo che evidentemente era il padre e mi invita ad effettuare qualche acquisto. Dopo una lunga trattativa, ritorno al mio fuoristrada accompagnato dal bimbo al quale regaliamo un pacco di biscotti. Dopo la mia partenza il mio pensiero si è soffermato sulle condizioni di vita in queste aree così inospitali ma che comunque lasciano spazi per diversi modi di concepire la vita.  Proseguiamo oltre l’oasi di Fachi con le sue saline. Motivi di sicurezza ci hanno indotto a non imboccare la pista che da Bilma porta a Djado e poi a Djanet, ma di ripiegare a nord in direzione della falesia d’Achegour e dell’Adrar Madet. Scelta felice, perché la parte orientale dell’Air cela la Riserva Naturale Nazionale dell’Air e del Ténéré, nota anche come Santuario degli Addax, uno degli angoli più affascinanti del deserto. Qui l’erosione, dovuta dagli sbalzi termici e dal tempo, ha modellato le estese rocce affioranti dal mare di sabbia formando sagome bizzarre, giganteschi archi naturali, picchi, guglie e torrioni che affiorano tra le dune dorate, nell’erg infinito. Tetri pinnacoli rocciosi si alzano da basse depressioni piatte di sabbia e ciottoli. Il basalto nero dell’Air si frantuma in creste seghettate e pinnacoli, guglie e organi di pietra che delimitano pianure desolate dove è sufficiente chiudere gli occhi per immaginare, confuso al brusio del vento, l’eco della corsa dei mastodonti delle ere passate. Qui il pensiero corre ad immaginare epoche lontane e rimbomba di battaglie , clangori di lame che si scontrano per il predominio tribale, e si spinge ancora più in là nel tempo, quando forse questa area era abitata da popoli primitivi.  I siti d’arte rupestre danno solo un’idea di come il clima fosse diverso e di come fosse più vivibile l’intera area oggi occupata dal deserto del Ténéré. Reperti d’ossa di dinosauro, vissuti milioni d’anni fa in delta di fiumi oggi fossili, sono visibili nelle località di Gadufaua e Ingal. Le dune rosa e quelle dorate si contendono Arakao, una formazione semicircolare di colline rocciose invasa dalle sabbie la cui forma ricorda le chele di un granchio. Le sabbie colorate di Arakao fanno da preludio alle barcane alte come colline di Temet, dune di 300 metri, le più grandi del Sahara. Per arrivarci abbiamo attraversato le Montagne Blu, rupi di marmo traslucido e levigato che emergono dalle sabbie come ossa d’animali morti, solcati da venature d’azzurro che paiono riflettere i cieli di turchese. Il deserto , stranamente ti riempie l’anima con i suoi spazi che sembrano senza fine, e quando la sua monotonia è rotta dall’apparizione di formazioni naturali la loro spettacolarità ti lascia senza fiato. Quando ritorni alla civiltà, la mancanza del deserto si fa sentire intensamente , forse perché nel deserto hai il tempo per stare intimamente con te stesso. Il sogno di un tramonto sul deserto con ledune infuocate ti accompagna nelle giornate uggiose scaldandoti il cuore

IL VIAGGIO – Il Deserto.

giugno 28, 2012 § 12 commenti

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Narra un’antica leggenda che Allah, in collera con gli uomini, decise un giorno di punirli facendo cadere sulla terra un granello di sabbia per ogni loro peccato; e dove un tempo c’erano foreste e savane, nacque il Sahara, il deserto più grande.

Deserto deriva dal verbo latino deserere ,ovvero lasciare abbandonare. Diventa quindi metafora del malessere di vivere, simboleggia l’abbandono  – un atto di spoliazione – dei condizionamenti culturali e ambientali, un’avventura al centro di sé stessi nella speranza di cogliere il vero senso, il valore autentico dell’esistenza umana. Sahara è una parola araba che significa grande vuoto.

Gian Carlo Castelli Gattinara, professore di antropologia culturale, affascinato dalla civiltà tuareg ha vissuto a lungo con loro e ha tradotto e trascritto alcune poesie sui temi dell’amore della guerra e dell’onore. I tuareg sono una popolazione nomade, parlano la lingua dei berberi da cui discendono, sono riconoscibili dalla carnagione chiara e dai turbanti blu scuro che indossano. Le donne tuareg si adornano di magnifici gioielli in argento. Sono padroni del tempo. Ne hanno tanto e lo spendono per dare valore alle cose belle della vita: come la conversazione con gli amici, le ridenti fanciulle, il vento del deserto, il comporsi e lo scomporsi della carovana, il fresco della sera. I tuareg non si pongono limiti. Non inseguono il denaro, la loro ricchezza è la mandria. Persino il loro nomadismo esula dal movimento, il tuareg è nomade anche da fermo,l’essere nomade come modo di vivere ma anche modo di pensare. I tuareg sono attenti osservatori della vita e i versi affascinanti delle loro poesie cantano i turbamenti dell’anima, ma anche il brusio dei piccoli fatti quotidiani. Attraverso i racconti recitati la sera intorno ai fuochi i giovani della tribù imparano a diventare adulti, a incontrare una donna, a conoscere l’onore, la vergogna, il prestigio e il valore di un cammello.

Innaji, sprona il tuo cavallo in nome di colei cui forgiasti un anello!

Come per te meravigliosa è la tua donna, Fatima per me fra tutte è la più bella,

non somigliano alle altre le sue mani, i suoi piedi, l’aspetto del volto,

la forma dei fianchi, i suoi occhi truccati con cura

su cui scendono sopracciglia di un nero profondo

il suo naso ben modellato che ferisce il cuore

il pensiero di lei diventa al mio cuore come l’erba nel fuoco.

Il seno risplende sul busto e illumina il collo,

come piume di struzzo i capelli ricoprono il capo,

sulle spalle ricadono, agli amuleti confusi,

se guardi i suoi fianchi, la follia ti rapisce,

le anche racchiudono un florido ventre,

le cosce son quelle di ben nutrita puledra

lunghe e robuste le gambe, ben alti i suoi glutei

ondeggianti quand’ella cammina………

 

                                                                 (traduzione di G.C.Castelli Gattinara)

Sahara 2

giugno 25, 2012 § 3 commenti

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Tutto questo tran tran mi venne sconvolto dalla comunicazione che dovevo andare ad Hassi Messaoud che è a 1200km all’interno del Sahara e da solo con partenza immediata.

Qui mi aspettava una sorpresa  perché mentre ero in viaggio sono stato colto da una tempesta di sabbia e dopo aver constatato che non riuscivo ad andare più avanti senza correre il rischio di perdermi o di rimanere bloccato ,ho chiesto asilo in una base della SAIPEM che è una ditta italiana specializzata in ricerche petrolifere che mi hanno accolto volentieri anche perché anche loro non potevano lavorare e sono rimasto bloccato lì per tre giorni senza poter comunicare perché ogni collegamento era impossibile  ma lì è normale …succedesse una cosa così in Italia sarebbe inconcepibile ma lì il tempo è una entità astratta. Quando la tempesta è cessata e la transahariana era coperta di sabbia ho scoperto cosa servivano dei lunghi pali verniciati di bianco piazzati ad intervalli lungo i lati della strada ….per segnare la pista come facciamo noi con i pali rossi dove c’è tanta neve,percorsi gli ultimi 200km che mi separavano dalla mia destinazione arrivai finalmente in questa sequela di dune di sabbia molto fine  senza soluzione di continuità.

Questo posto si trova vicino ad una depressione desertica -186 mt sotto il livello del mare e l’acqua affiora e dove non c’era acqua c’era gas e parecchie compagnie erano piazzate nella zona per sfruttare i vari giacimenti e io ho avuto qualche difficoltà   a trovare la base nella quale ero destinato. Qui sono stato accolto da un capo base un po’ troppo espansivo per i miei gusti e sospettavo che avrei avuto qualche sorpresa .Dopo essermi rinfrescato mi sono presentato nell’ufficio del capo base ,un  ingegnere di mezza età  che aveva passato parecchi anni nell’area il quale dopo i soliti convenevoli mi comunicò che dovevo lavorare con personale giapponese e la cosa mi sembrava strana perché di solito i giapponesi non vogliono specialisti occidentali ed io non amo la mentalità Giap.

La mattina ebbi la sorpresa che aspettavo ,il personale Giap erano dei detenuti  che scontavano la pena lavorando e dato che il contratto era di una ditta Giap loro usavano questo sistema.

Il problema è che questi uomini devono lavorare legati a gruppi di 4 e una guardia armata li controlla ,io avevo due gruppi e le difficoltà di movimento erano ovvie.

La cosa non mi andava assolutamente ma avevo poco da fare se non finire rapidamente per cambiare la mia situazione.

Tra questi uomini che non si guardavano neanche in faccia ce ne era uno che nei momenti di riposo aveva sempre gli occhi lucidi e qualche volta gli usciva una lacrima e notavo che gli uomini di guardia non lo  sgridavano quasi mai anzi a volte lo aiutavano.

Essendo a contatto tutto il giorno, ho preso qualche informazione e poi mi sono rivolto a lui direttamente e tra mille difficoltà sono riuscito a farmi raccontare la sua storia;

Lui era un saldatore di professione e lavorava in una ditta nei pressi di Tokio ,aveva una famiglia normale composta da moglie e due figli ,una ragazzetta e un maschio, la sua vita correva sul  binario della normalità poi un giorno la sua vita è stata sconvolta da un drogato che ha violentato la sua figlioletta nel giardino di casa e lui gli ha spezzato l’osso del collo ed è stato condannato a  8 anni di prigione di cui due li aveva trascorsi in carcere e poi aveva scelto di fare questo lavoro che gli permetteva di guadagnare qualche spicciolo per la famiglia . Il pensiero della famiglia lontana lo costernava e lo lasciava in uno stato di depressione costante . Io a quel punto ho capito il comportamento delle guardie e dei suoi compagni perché rispecchia il mio modo di pensare  ,nel mondo civile non si può permettere che ognuno si faccia giustizia da solo ma in caso del genere lui aveva tutta la mia solidarietà e comprensione e mi lasciava una certa avversione verso la rigidità della legge .

Il lavoro volgeva al termine ed io ho allungato il mio turno per poter finire il lavoro senza dover ritornare nel Sahara visto che avevo già un altro contratto quando ho salutato quell’uomo del quale non conoscevo il nome ho visto una tristezza sconfinata che mi ha contagiato e per qualche giorno non mi ha lasciato anche se mitigata dal ritorno a casa e dall’entusiasmo  o ansia che dir si voglia per il nuovo contratto. Chissà che fine ha fatto quell’uomo.

Oggi è così e questa storia che purtroppo è vera rispecchia il mio stato d’animo ma ora che ho finito di scriverla mi sembra di cambiare direzione e considerando che sicuramente c’è chi sta peggio di me ,mi sento un fortunato

I pensieri sono volati come tortore nel cielo, le nubi si sono aperte e un raggio di sole mi raggiunge e i cattivi pensieri si sciolgono come neve

Sahara

giugno 24, 2012 § 11 commenti

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Mi sento un po’ giù di corda e i pensieri si rincorrono nella mia mente  si presenta dalle nebbie e dai tumulti della mente dei ricordi prima sbiaditi dal tempo e poi bruciati dal sole del deserto.

Algeria 1991………..750km all’interno del Sahara……….Hassi’rmell a 150 km si trova  l’oasi di Ghardaia è un grande centro per l’estrazione del gas metano.

Mi trovavo già da due turni da 45gg cadauno in questa regione assolata conosciuta come i Monti dell’Atlante vivevo all’hotel “Scorpion” ed era un nome azzeccato perché ogni sera passo in rivista lo scarno arredamento per non trovarmi sorprese indesiderate; di giorno il caldo si faceva sentire ma la notte la temperatura scendeva molto vicino allo zero e la mattina sentivamo scricchiolare la sabbia sotto i nostri piedi. Questa specie di baracca da tante stelle era situato ad un incrocio della transahariana ed era meta di viaggiatori che perduto il senso del tempo aspettavano anche due giorni che un pullman li raccattasse o che qualche camionista bisognoso di compagnia li traesse a bordo.

La sera era l’unico momento che frequentavamo  la sala dove servivano un caffè ripugnante che ribolliva 24 ore al giorno e guardavamo questa umanità, che in una regione così inospitale, si muoveva comunque e vi erano tipi di ogni genere con vestiti anacronistici ma buoni per ogni tempo. Tabarri pesanti che proteggono dai raggi del sole e dal freddo della notte ma che si impregnano dell’odore dei corpi poco avvezzi ad essere lavati, e che hai nostri nasi non erano graditi .Si stringevano tra di loro per non disperdere il calore dei loro corpi. Inoltre da pochi mesi nelle città Algerine erano state aperte la case chiuse e le gentili dispensatrici di sesso mercenario si erano disperse come una diaspora ogni dove era richiesta la loro presenza .Due di queste scimmiette si trovavano in una ala posteriore  di questa specie di postribolo e prestavano la loro opera distribuendola per pochi spiccioli…. ma i clienti erano piuttosto turbolenti e noi quando sentivamo il volume  delle urla superare una certa soglia che indicava rissa ci allontanavamo e ci ritiravamo per dormire ed visto che eravamo gli unici ospiti fissi ci avevano sistemato lontano che se da una parte era un bene era anche lontano dalle luci e più di una sera abbiamo trovato qualcuno che dormiva sulla soglia della nostra porta. La vita lavorativa scorreva lenta e senza scossoni e  il venerdì vagavamo per il deserto seguendo piste appena segnate ed indicazioni labili ma spesso ritornavamo senza aver concluso niente. Un giorno il mio collega non stava bene e aveva bisogno di una medicina che io mi offrii di andare a comperare all’oasi dove c’era una specie di farmacia che mi accorsi era gestita da una bella signora , che aveva studiato in Francia che si era ritirata in questo buco del mondo probabilmente per espiare qualche colpa ,la quale si offri di venire  a vedere il mio collega. Durante il viaggio tra l’oasi e l’hotel sembrava un fiume in piena ,mi raccontò che era innamorata dell’Italia e che aveva visitato molte città e si era innamorata di Venezia e visto che eravamo in mezzo al Sahara si offrì di farci da guida nei giorni di festa per visitare i reperti Romani.

Il venerdì successivo ci presentammo all’appuntamento   e la trovammo ad aspettarci con un volto radioso ,era contenta di avere una compagnia europea. Cinguettava come una cinciallegra e ci ha portato a vedere le terme Romane raccontandoci storie bellissime in un francese sciolto e flautato.

Le terme sono una costruzione in mattoni cotti e nelle sue viscere scende una scala a più rampe che raggiunge la falda acquifera in una atmosfera surreale e un fresco inimmaginabile dove gli antichi romani riposavano le membra  affaticate dalla pugna e scendevano nell’acqua  attraverso scalinate dove si stava seduti a chiacchierare . Con la signora abbiamo visitato anche Ghardaia che è l’oasi delle sette città e tra queste c’è la città delle donne di malaffare dove gli uomini non possono entrare .Non bisogna essere tratti in inganno da queste sette città in effetti sono sette canaloni che scendono da un altipiano e sono riparati dal vento del deserto , ci sono una serie di costruzioni e tra queste un Hotel per turisti  e un’altro ricavato dalla ristrutturazione di un vecchio fortino della legione straniera che era il mio preferito ma la cosa più affascinante era il Suk dove una moltitudine di persone si scambia merce ,vende ,compra e ci si ritrova per scambiarsi convenevoli……tutta la merce in esposizione è posata in terra o al massimo su dei carretti malandati ed i clienti rivoltano la merce in cerca di quello che vogliono salvo poi perdersi in contrattazioni epiche.

To be continued

Nukus – Uzbekistan

giugno 10, 2012 § 12 commenti

Foto presa dal sito…e per approfondimenti

 

Nukus – Uzbekistan

– Un lavoro a Nukus o meglio nelle vicinanze-

– Scusa ma dov’è Nukus?-

– Nella repubblica autonoma del Karakalpakstan , in Uzbekistan-

– Bene adesso è tutto chiaro , ne so quanto prima –

La conversazione continua addentrandosi in particolari tecnici e tempo di permanenza , breve , per fortuna . Non so se ho voglia di accettare , non mi entusiasmano queste ex repubbliche russe , in effetti non ne so molto anche se in un paio ci ho già lavorato.

Del Uzbekistan  so solo che ci sono Samarcanda e il Mar d’Aral che hanno fatto parte dei miei giochi da bambino e delle mie fantasie da adolescente . Camminavo nel più grande suq dell’Asia dove comperavo un cavallo bardato di tutto punto e mi avventuravo nel deserto arrivando sulle sponde del più grande mare interno e li mi imbarcavo su una nave dove liberavo una splendida fanciulla presa prigioniera dai nemici del Grande Tamerlano. Queste fantasie erano alimentate dai racconti della zia Giusy grande conoscitrice del “Milione “ e quando ci raccontava del grande viaggio infarciva i suoi racconti con episodi fantastici.

Tutto questo pensare mi fece decidere di accettare quel lavoro , forse avrei potuto vedere almeno uno di quei posti .

Pochi giorni dopo era tutto pronto, documenti vari  per l’ingresso e lettera di presentazione  e biglietti .

Viaggio piuttosto impegnativo , con vari scali e in aeroporti fatiscenti , macchina allo scalo finale , Nukus , che mi porta in città. Arrivo in mattinata e il tragitto mi fa capire cosa troverò .Delusione anche se non so cosa di diverso mi sarei aspettato ma ha tutto un aspetto così sciatto e scialbo . Gli uomini sono vestiti in varie fogge asiatiche , alcuni hanno un copricapo per lo più di forma mussulmana e le donne sono coperte da scialli. Non ho avuto modo di prendere informazioni perciò mi è quasi tutto alieno.

La città almeno per quello che ho visto è brutta , lo stile è quello sovietico, con palazzoni grigi e con le finestre senza scuri. Scopro che la città è relativamente recente , hanno iniziato a costruirla nel 1932  pianificata dal regime , solo una piccola parte già esistente ha qualche importanza storica.

L’albergo è un rudere ,che mostra qualche piccolo particolare di vecchi fasti ,dove non funziona praticamente nulla. La sera a cena vengo informato che la base dove dovrò lavorare si trova ad un centinaio di Km più a Nord vicino al Mar d’Aral. Dato che il mare si è ritirato sono venuti alla luce dei giacimenti di gas che ora stanno sfruttando. La persona che mi parla mi informa che il mare ha un ciclo di 40 anni che prima si ritira e poi ritorna . La cosa mi lascia perplesso , io avevo sentito che lo sfruttamento dei fiumi che alimentavano questo lago salato aveva ridotto la portata d’acqua e  la dimensione si era ridotta notevolmente.

La mattina mi vengono a prelevare e parto verso al mia meta , il paesaggio che si presenta è prima ricco di vegetazione poi dopo qualche chilometro inizia una distesa di campi di cotone a perdita d’occhio , la terra è grigia sembra malata, triste, un vento polveroso avvolge tutto. L’ultimo tratto di strada corre in un deserto di sabbia con solo il vento a fare da padrone, desolante .

I primi giorni il lavoro mi assorbe anche se è dura tenere sempre la maschera antipolvere e gli occhialoni tipo motociclista , la polvere è da ogni parte , si intrufola sotto i vestiti , da prurito , per levarla non basta una doccia veloce, spesso per avere la sensazione di essere pulito si ripete la doccia. Quando si termina di lavorare vado nel fabbricato che ci ospita e dove si svolge tutta l’attività extra lavoro . Lì abbiamo le nostre camere , c’è la mensa ed alcune sale che dovrebbero essere ricreative e di socializzazione  anche perché non puoi uscire , la polvere è onnipresente.

Li sera per sera scopro una amara verità, il mare si è ritirato per la pianificazione voluta da Mosca che ha realizzato canali di irrigazione per le vaste distese di campi di cotone di cui l’ Uzbekistan è  diventato il maggiore produttore mondiale ma non ha tenuto conto della vita che si svolgeva sul grande mare. I pesci sono morti ,i pescatori sono ridotti sul lastrico , hanno perso le navi , il clima è cambiato …il mare sta morendo . Anche il kazakhstan ha fatto la sua parte sfruttando il fiume che scorre sulle sue terre  , come le altre nazioni che gravitano nella zona.

I vari congressi promossi per salvare il mare sono stati vani ,non si trovano accordi, la guerra per l’acqua va avanti da decenni e il mare muore.

Voglio vedere questo scempio .

La città di Moynaq , che era il maggior porto di pescherecci, dista qualche decina di km devo andarci e organizzo per il primo giorno di riposo ma  vengo sconsigliato caldamente :

“non c’è niente solo sabbia e rottami arrugginiti”

“voglio vedere con i miei occhi, voglio sentire cosa si respira”

“respiri la stessa polvere tossica di qui ”

“Tossica? “

“Si, un misto di sabbia ,sale , pesticidi, DDT, e probabilmente qualche scoria batteriologica di esperimenti russi”

“Cazzo”.

Salgo nella mia stanza e vedo di reperire informazioni, cazzo è tutto vero stanno uccidendo un mare e le popolazioni che stanno li intorno senza la minima preoccupazione , la situazione è impressionante ma non recedo devo andare.

La mattina l’autista con il gippone  mi aspetta con la faccia imbronciata , probabilmente avrebbe preferito passare la giornata a giocare a carte e non certo ad accompagnarmi nel nulla.

Il paese è un piccolo assembramento di casupole di cemento e lamiera si vedono ancora le grandi strutture per la lavorazione e conservazione del pesce che sono state cannibalizzate per recuperare lamiere di copertura e riparo .  Scendiamo per una strada sconnessa  che portava al porto, si vedono ancora le massicciate ma acqua niente , è ancora più impressionante di come lo avevo immaginato, la polvere volteggia in modo perpetuo , i bambini giocano con una bottiglia di plastica prendendola a calci con la bocca avvolta da stracci. Come si fa a vivere in un posto così?

Io non ho idea di come fosse prima ma mi immagino una vita portuale ,navi ancorate , movimento ,gente dedita ai lavori più svariati. Adesso solo facce scure ,solo vecchi e bambini , qualche donna infagottata.

La macchina si avvicina a quello che era stato un porto, mi avvolgo una specie di sciarpa intorno alla bocca e scendo , mi appoggio a una ringhiera arrugginita , il mio sguardo corre sulla desolazione ,il paesaggio appare spettrale. Si vedono le sagome dei pescherecci insabbiati come lapidi di un cimitero alieno. Cammino lentamente sul molo come in trance , a  pochi metri dalla massicciata c’è una imbarcazione disposta come se un gigante ci avesse giocato e poi stanco l’avesse abbandonata li .Si trova in basso rispetto a me e sulla prua vedo qualcosa che assomiglia ad un fagotto , la ruggine e il sale ha mangiato tutto, le lamiere di copertura sono strappate e sottili ,traforate come trine . Mi sposto per vedere meglio, il fagotto è un vecchio con una logora giubba militare di un colore indefinibile e trapuntata di rammendi , le gambe sono coperte da un pezzo di telone dal quale spunta una vecchia scarpa, sulla bocca un pezzo di tela a quadretti grigi. La pelle sembra una ragnatela , grigia e gli occhi sono socchiusi e guardano dove una volta l’acqua rifletteva il sole.

Sta immobile come una statua sul viso grigio solo due solchi scendono su quella striscia di viso… la sola acqua dell’Aral. Mi si è stretto il cuore non riesco a sopportare quella vista , quell’immagine esprime tutto il dolore possibile per un mare che muore e mille e mille vite che si spengono. Sono tornato indietro , volevo andare via lontano , ma una volta salito ho chiesto al driver che trovasse una strada per scendere sul fondo del mare . Cazzo ero li , volevo camminare sul fondo del mare , volevo raccogliere mele verdi dal fondo del mare.

Il gippone si muoveva lentamente , gira intorno a pozze secche , il driver aveva paura di insabbiarsi, la polvere vortica , il paesaggio è lunare, il mio cuore è stretto come in una morsa …lacrima.  Ci inoltriamo sul fondo del mare , indico al driver un peschereccio a qualche centinaio di metri , sembra una barchetta , mentre ci avviciniamo si ingrandisce, il tempo scorre come sospeso, l’ululare del vento copre il rumore del motore. Mi sembra di essere sul modulo lunare, a pochi metri si arresta , mi preparo a questa uscita nello spazio, indosso gli occhialoni, mi sistemo l’elastico, avvolgo la sciarpa sulla testa e la faccio passare sulla bocca. Chiudo bene la giacca e alzo il bavero ,indosso il mio scafandro sono pronto per la missione.

Scendo velocemente incurante di quello che sta biascicando l’autista, sbatto la portiera  faccio alcuni passi verso la fiancata corrosa. Mi guardo intorno ed è uno spettacolo che non dimenticherò mai , la presunzione degli uomini ,l’assenza di scrupoli, la ricerca di profitto ad ogni costo , tutto questo ha portato al più grande disastro ecologico che si possa immaginare ,uccidere un mare , annientarlo.

La mia mano si posa sulla lamiera consunta , la sento abrasa come sabbiata , miliardi di granelli l’hanno colpita ed ognuno ha creato un microscopico danno .Quella barca che ha solcato le acque che ha trasportato uomini al lavoro , che ha pescato tonnellate di pesce , che ha sfamato famiglie ora è li morta come tante altre aspettando che il vento termini la sua impresa e la trasformi in polvere, annullando dalla visione quelle sagome nere , quelle vestige di un passato che non tornerà più.

Oppresso da una tristezza senza fine risalgo sul gippone e chiedo al driver di tornare alla base.

Questa esperienza è stata una sofferenza ma la ritengo necessaria perché certe cose ti rimangono dentro e sono quelle che ti cambiano la vita la fanno deviare leggermente e ti fanno apprezzare dove vivi e quello che hai ma ti fanno capire che le opere dell’uomo devono avere un limite .

Dopo essere stato li mi rendo conto che non avrei potuto rinunciarvi , un bagno nel mare della nefandezza umana e non ho raccolto nemmeno una mela verde.

Ho terminato il lavoro senza neanche più pensare a Samarcanda , chissà come l’hanno ridotta .Non hanno solo ucciso un mare o distrutto un mito di città hanno ucciso il ricordo di una estate della mia vita di bambino dove su un vecchia Graziella scassata vagavo per le vie di Samarcanda come sulla sella di uno splendido destriero  e tra le pozze del fiume combattevo sulle sponde del Mare d’Aral .

Cazzo non si uccidono i sogni …chissà cosa ne pensa il Grande Tamerlano?

Nicaragua,I sogni non hanno confini

aprile 16, 2012 § 9 commenti

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Inverno, sono appena rientrato in Italia al termine di un contratto, giornate fredde, piovose. Passati i primi giorni a riallacciare rapporti e stanare amici caduti in letargo, mi dedico a qualcosa che mi piace. Ho recuperato un vecchio tavolino malridotto, ricoperto da svariate mani di pittura , ormai butterata e scalcinata e mi dedico al recupero. Sono convinto che nascosto sotto a quell’aria malconcia troverò qualcosa di piacevole. Un altro motivo è che mi piace usare le mani, avere il piacere di creare , di toccare un oggetto , di vederlo crescere , riprendere forma.
Sto aspettando un nuovo contratto, arriverà una telefonata di contatto, un nuovo lavoro , un nuovo paese, ma non ho premura . Questo mio vagabondare mi ha insegnato che la vita va goduta assaporata, e per farlo bisogna fare le cose che ti piacciono , anche le piccole cose . Prendere un aperitivo con gli amici, guardare il mare in burrasca, scivolare sulla cresta di una onda, scartavetrare un tavolino. Le mani si muovono a tempo di blues, nel mangianastri gira un pezzo e Clapton pizzica le corde facendo da base alla voce roca di BB king , non penso a niente , sento i nodi dei nervi che si sciolgono, le tensioni svaniscono, il legno si schiarisce, si leviga, certe incisioni sono profonde ma… le lascerò , danno la sensazione si una svisa sul manico di una chitarra con le dita che strisciano sulle corde ricavando un suono che sale di mezzo tono in mezzo tono.
La chiamata arriva , pochi accordi, e si riparte. In mezzo a questo gelido inverno il pensiero di un lavoro di circa un paio di mesi in Nicaragua mi sembra un miraggio, caldo , sole.
Distribuisco l’impregnante con lunghe pennellate, le striature si fanno evidenti, il legno si tinge , si scurisce, le note del blues riempiono l’aria e si mischiano con l’odore del diluente. Tiro la cera e il legno diventa caldo, la mano ci scivola sopra in cerca di asperità, mi trasmette un certo calore che schiarisce il cielo.
Butto un po’ di cose in una valigia, nella tasca metto un Walkman con la cassetta che ormai è la colonna sonora di questo momento.
Un volo come tanti ,atterro a Miami . Devo attendere il passaggio per Managua, mi guardo attorno e inizio ad entrare nell’atmosfera caraibica.
Vedo pelli con le varie tonalità, da quelle che sembrano solo abbronzate a pigmenti color caffè, e gli abiti si fanno colorati con accostamenti poco canonici.
L’aereo che mi aspetta ha un aspetto poco confortante e scalcinato, mi affido al fatto che il volo è relativamente breve , circa tre ore, e mi subentra un senso di rassegnazione…tanto non ci sarà di meglio…. Scendo a Managua , il caldo è liquido, pesante. Il corpo abituato all’aria condizionata fa fatica ad adattarsi, i vestiti si incollano, arrivo all’uscita come pressato da un peso insopportabile e un paio di persone sono ad aspettarmi. Prendono il mio bagaglio e lo buttano su un gippone posteggiato con il motore acceso, quando entro prendo un’altra mazzata…ho freddo. Tento di far alzare la temperatura inutilmente, il sudore mi si raffredda…iniziamo già bene!!!
Vengo accompagnato in una specie di Hotel residence e mi viene assegnato un appartamentino decente, guardando dalla finestra mi accorgo che non sono distante dal centro…bene.
Il lavoro , i primi giorni assorbe tutta la mia attenzione, lasciandomi solo il tempo di prendere alcune informazioni, voglio andare a fare il bagno nel Pacifico. L’autista del fuoristrada è disponibile a farmi da guida e mi prepara un piano comprensivo di visita a due vulcani e permanenza sulla spiaggia.
La strada nelle vicinanze della città è abbastanza ampia poi si trasforma e a tratti è sterrata, attraversa paesi dove sui muri si vedono i segni della guerra sandinista e noto che molti uomini sono armati di lunghi machete e alcuni nella cintura trattengono dei grossi revolver . I due grossi vulcani incombono su di noi e il fuoristrada si arrampica sulle pendici del primo , il più piccolo . Il cratere è vasto e desertico e dalla cresta si gode di un magnifico panorama che si estende intorno. L’autista ha una specie di frenesia e mi vuole portare a visitare il secondo decantandomi il lago interno. Il fuoristrada non riesce ad arrivare fino in cima e bisogna camminare una quindicina di minuti. La vista è mozzafiato, il lago ha un colore turchese che stacca sulle pareti scure, è di un colore così intenso che fa male agli occhi, cerco una zona d’ombra per ripararmi dal sole che scotta e mi siedo ad ammirare le nubi che si riflettono sulla superficie e corrono veloci spinte da un vento che non si sente.
Metto gli auricolari e BB King mi graffia i timpani, osservo il colore dell’acqua e quello del cielo ogni tanto entrano in fusione come se stessero facendo del sesso. Spettacoli come questi ti riconciliano con la vita, la musica da il ritmo al tempo e lo lascia scorrere senza fine. Scendiamo lungo la carretera in direzione del pacifico, ma abbiamo perso quasi tutto il giorno , mi piacerebbe arrivare in tempo per il tramonto sul mare.
Eccoci finalmente ,giungiamo ad un villaggio riparato dietro ad uno sperone. Scendo appena prima dell’abitato e mi incammino su una spiaggia nera, dura , compatta dove le orme fanno fatica ad imprimersi. Cammino lentamente riparandomi dal vento teso, i miei occhi seguono la direzione del sole che si sta inabissando lontano sull’oceano. Qui vicino all’equatore il tramonto è molto rapido e il sole si sta tuffando, mi sembra quasi di scorgere i gorghi e gli spruzzi biancastri che si elevano nell’aria come a spostarsi , come a lasciargli spazio e il sole si immerge come in una grande ferita e le acque si ritraggono sanguinanti portando il loro rossore a riempire l’orizzonte. La luce si affievolisce rapidamente e ritorno sui miei passi prima che l’oscurità mi avvolga e che il vento mi pieghi come i pochi arbusti che frusciano come anime nere. Raggiungo il fuoristrada , parcheggiato vicino a una delle prime casupole, dove il mio autista , Paco , mi sta aspettando e mi riferisce che ha trovato da mangiare e da dormire. Non faccio domande , come se avessi paura delle risposte, in effetti preferisco non sapere cosa può aver trovato a quell’ora e in così poco tempo. Nella casupola non c’è corrente elettrica , alcune lampade ad olio illuminano fiocamente l’interno, un fuoco scoppietta in una vecchia stufa dove una pentola emette dei sonori borbottii , il vento sulla spiaggia mi ha lasciato una sensazione di freddo in contrapposizione del caldo patito nella giornata.
Dopo pochi minuti la cena è pronta e una frotta di bambini si materializza mettendosi a sedere in un angolo. In una scodella si materializza una brodaglia dal forte odore speziato ho qualche attimo di titubanza ma decido di correre il rischio , nella borsa ho qualche pastiglietta che dovrebbe risolvere gli eventuali problemi.
Il gusto è buono anche se un po’ forte, segue un piatto di pesci che hanno un gusto strano, leggermente amarognolo, rifiuto di bere l’acqua e mando Paco a prenderne una bottiglia in macchina. Insieme all’acqua butto giù un paio di pastiglie , non voglio avere sorprese. Come erano apparsi i bambini spariscono e ci attardiamo a fumare seduti intorno al tavolo e Paco tiene banco in una conversazione che ha tutta l’aria di un monologo, mi accompagnano in una stanzetta con un lume , ma non voglio vedere niente , voglio solo dormire. La mattina è luminosa il vento è sparito il caldo appiccicoso, la spiaggia è un po’ meno nera della sera precedente ma in compenso mi rendo conto che è una striscia molto lunga di cui non si intravede la fine. Le onde vi si buttano a capofitto come a cercare di ghermire le piccole sfere di lava che rotolano senza fine, l’acqua è fredda ma fuori la temperatura è elevata e per poter resistere bisogna fare frequenti immersioni.


La mattina corre veloce , ma non mi sento a mio agio, mangiamo un piatto di pesce fuori dalla casa e saldo il mio conto veramente irrisorio e lasciamo questo posto che non mi ha lasciato nulla se non lo splendido tramonto. Sulla strada del ritorno mi prende il pensiero che domani si ricomincia e cerco di scacciarlo con un sonnellino , impresa epica visto come sono sbattuto da una parte all’altra , con il fuoristrada che salta da una buca all’altra.
Una sera che stavo gironzolando senza meta nei pressi del mercato, aspettando che giungesse l’ora per andare a cena, osservavo le evoluzioni di un carretto in mezzo alle varie ceste posate alla rinfusa. Era trainato da un ragazzino piuttosto esile ma nonostante ciò il movimento era piuttosto rapido e deciso , veniva verso di me e mi sono fermato per seguirne il percorso, pochi metri prima di raggiungermi ,una ruota si impuntava in un pezzo di marciapiede sbrecciato, una stanga lo colpiva nel polso e il carretto perdeva parte della mercanzia. Intorno nessuno sembrava curarsene e il ragazzino tentava faticosamente di rimettere i sacchi sul carretto ma sulla faccia si vedevano evidenti le smorfie di dolore ogni volta tentava di usare il braccio colpito. Mi sono avvicinato , ho buttato i pochi sacchi rimasti a terra e senza parlare mi sono messo ad aiutarlo a spingere il carretto .

Dopo qualche decina di metri siamo giunti a destinazione e il ragazzino a consegnato il carretto ad una donna con il lineamenti da india che gli ha borbottato di scaricarlo. Lui le ha mostrato il polso che ormai era gonfio come un pallone e lei sempre borbottando si è messa a spostare i sacchi, io mi sono avvicinato e le ho chiesto se potevo accompagnare il ragazzino all’ospedale….lei mi ha guardato e con una espressione con un chiarissimo ..chi se ne frega…ha praticamente acconsentito. L’ospedale non era molto distante , ci ero passato qualche volta davanti, e lo raggiungemmo rapidamente. Alla reception c’era un fattorino in una uniforme che sicuramente aveva avuto tempi migliori, cercavo di farmi capire che avevo bisogno di un medico, gli mostravo il polso del ragazzino e lui mi indicava delle panche appoggiate a un muro dove sedevano alcune donne coperte da scialli multicolori. Io non volevo passare la sera ad aspettare e alzavo le voce ripetendogli che avevo bisogno di un medico e non volevo aspettare, lui insisteva a mostrarmi le panche e allora prendendo il ragazzino per il braccio sano mi sono avviato verso la corsia con il fattorino che a quel punto cercava di fermarmi , ed era lui ad alzare la voce . Ero già a metà corridoio quando una giovane donna con il camice si avvicinava verso di me cercando di capire cosa stava succedendo.
Non era una locale , aveva la pelle chiara e una massa di capelli rossi e un paio di occhi molto chiari, prima si rivolse al fattorino con uno spagnolo dall’accento inglese zittendolo, poi si rivolse a me in inglese per domandarmi il motivo del mio ingresso. Io le mostrai il polso del ragazzino che oltre ad essere gonfio era anche bluastro, come le dissi che ero italiano si rivolse a me in un italiano stentato e mi spiegò che lei era la radiologa e che avrebbe fatto immediatamente i raggi al polso e di aspettare. Poco dopo mi raggiunse e mi invitò nello studio medico dove mi presentò un giovane medico italiano, Vincenzo , che lavorava per una ONG . Vincenzo controllò i raggi , mise in atto una steccatura al polso del ragazzino , una puntura di antidolorifico , una serie di pastiglie e lo mandò a casa , aveva finito il turno e lo invitai a bere qualcosa. Aspettammo la radiologa e ci avviammo verso un bar, che diventò il nostro luogo di incontro. La dottoressa si chiamava Kathe , anche lei lavorava per la stessa ONG e avevano fatto il corso preparatorio a Miami e si vedeva chiaramente che tra loro era sorto qualcosa di più di una semplice amicizia. Mi invitarono a casa loro per la cena il sabato successivo. Mi presentai armato di un paio di bottiglie e di un mazzo di fiori per la padrona di casa, mi misero subito a mio agio. La casa era arredata con semplicità e vi era nell’aria qualcosa di provvisorio, come se non avessero voluto personalizzarla, avessero voluta renderla anonima in modo di avere chiaro il concetto che avrebbero dovuto abbandonarla una volta terminato il loro tempo di permanenza. Notai con una certa perplessità che i coperti erano quattro e come per rispondermi il trillo del campanello introdusse l’ospite. Era una giovane donna di età indefinita che mi presentarono come la dottoressa Oriella , lavorava nella stessa organizzazione ma era già al terzo rinnovo di permanenza. Era specializzata in Otorinolaringoiatra e proveniva da un paese vicino a Piacenza che aveva lasciato dopo la morte dei suoi genitori. Dopo questa breve introduzione si chiuse in una riservatezza imbarazzante. Dopo cena mentre sorseggiavamo un liquore , mi chiese che lavoro facevo….Alla mia risposta seguì un silenzio quasi sospetto, poi come se avesse meditato Oriella improvvisamente si fece seria e mi raccontò una cosa che suona più o meno così.
Uno strano racconto
Era andata via la luce. Ancora una volta al buio.. Il buio lì intorno , alla periferia di Managua era proprio nero, denso, senza luna, senza bagliori. Quella sera nella sua casa di un solo piano, circondata da alberi e arbusti, alcuni piantati e altri infestanti, era sola. Fuori l’aria era ferma, non il solito venticello della sera. Forse qualche topolino, di quelli che si nascondevano dietro la credenza, stava trovando il coraggio di fare una passeggiata alla ricerca di qualcosa di meglio dei pochi biscotti secchi che aveva comprato qualche giorno prima. Il fruscio l’avrebbe fatta trasalire. Il gatto con disappunto scese dalla sua sedia preferita e si strusciò alle sue gambe. Aveva percepito qualcosa, ma sembrava non esserne sicuro. Al suo paese , nei pressi di Piacenza, lei avrebbe guardato fuori della finestra per vedere se dalle case accanto filtrasse la luce. Allora si alzò e aprì la porta d’ingresso che dava direttamente sulla strada. L’aria densa e ferma era fresca. Il fascio di luce di una camionetta che passava illuminò la signora della casa di fronte, anche lei sulla porta a chiacchierare con la figlia. Vide un militare che passava con il suo zaino in spalla, che forse era sceso dalla montagna e stava facendo ritorno al comando della Regione e una ragazza con in mano il contenitore del latte. Sicuramente era di ritorno dalla casa di dietro dove anche Oriella lo comprava. Le sembrò di sentirsi più sicura con la porta aperta e tornò a sedersi ad aspettare che tornasse la luce.
Ricordava che, fin da bambina, aveva sempre voluto e forse dovuto sperimentarsi con le situazioni difficili.
Lei, bambina di cinque anni, come tutti i bambini, aveva paura del buio e soprattutto di rimanere sola al buio, ma non avrebbe mai potuto darlo a vedere, anzi non poteva neanche confessarlo a se stessa. I suoi genitori pretendevano da lei sempre un comportamento da grande e i grandi, si sa, non hanno mai paura del buio oppure di rimanere da soli! Ora i suoi erano morti e non pretendevano più nulla da lei.
La sua non era una vera e propria paura: era, per quello che ricordava, una specie di apprensione, di inquietudine, come quella che prende quando s’ha l’impressione che qual cosa di brutto possa verificarsi da un momento all’altro.
Allora in quella grande casa di paese con le finestre addossate alla casa vicina e da dove filtrava poca luce, giorno dopo giorno, nelle ore di pausa dalla scuola, aveva cominciato a costruirsi una storia. Aveva un amico invisibile , molto più affidabile degli animali che aveva come compagnia. Era sempre con Lei , obbediva ai suoi voleri ma un giorno non riuscì più ad immaginarselo e pensò di essere diventata cieca almeno nella fantasia. La paura la pervase e …. se un giorno fosse diventata cieca certamente avrebbe dovuto muoversi al buio, anche da sola, ne sarebbe stata obbligata e la paura sarebbe scomparsa come per magia. A pensarci bene, non aveva mai conosciuto nessun bambino cieco e suo nonno portava solo un cerotto per tenere alzata la palpebra sinistra. Sapeva che i ciechi erano malati e non ci vedevano e, secondo lei, era come se avessero gli occhi sempre chiusi. Così aveva provato a chiudere gli occhi: lo aveva provato tante volte. Sì, era come stare al buio!
Non era sicura che sarebbe diventata cieca. Fino ad allora non aveva mai sofferto di malattie più gravi della febbre per la tonsillite, eppure, di tanto in tanto, la coglieva quello strano stato d’ansia: come avrebbe potuto prepararsi a muoversi al buio senza paura? Come avrebbe potuto prepararsi a non avere paura del buio dei ciechi? Anche senza le malattie, un giorno, forse, avrebbe potuto non vederci più. Sarebbe diventata cieca e sarebbe rimasta al buio per sempre. Paralizzata dalla paura!
Come avrebbe potuto, allora, muoversi nel mondo senza avere paura?
Come avrebbe potuto continuare a fare le cose di tutti i giorni senza vedere?
Con i brividi che le correvano sulla schiena e la pelle d’oca sulle braccia, ora ricordava bene il momento in cui aveva deciso di allenarsi. Sì, si sarebbe allenata per essere pronta a non aver paura nel caso fosse diventata cieca. Si sarebbe allenata a camminare ad occhi chiusi anche di giorno e anche di notte. Quella sventura che le sarebbe potuto capitare tra capo e collo non l’avrebbe trovata impreparata!
Il buio era denso, avvolgente, freddo. Lo sentiva sulla pelle delle mani e quasi pesava sulla maglia e sui calzettoni. Nel buio le scarpe sembravano più strette, piene di piedi. Era ruvido come le pareti che andava toccando per orientarsi nella stanza, ma a volte anche liscio e freddo come quando toccava la porta o sedeva per terra. Era pianeggiante, consistente e senza ostacoli come il pavimento che toccava con la pianta dei piedi, ma era anche duro e compatto come lo scalino che incontrava con la parte superiore della punta dei piedi. Il buio era anche l’ostacolo morbido dove inciampare sull’orlo del tappeto e la terra che ti mancava sotto quando scendeva per le scale. Il buio era il dolore al ginocchio quando inciampava nella sedia. Il buio era viscido quando il cane di zio Tommaso le mollava una leccata e ovattato quando il gatto a casa di nonna le veniva in contro. Nel buio i suoni erano rumori o musiche lontane.
O …forse , siamo tutti ciechi …perché non riusciamo a vedere nell’animo di chi ci sta vicino

Sogni ed altro
Qualche volta ci trovavamo nel locale vicino all’ospedale , veniva anche Oriella ma stava sempre immersa nei suoi pensieri, Kathe era molto più brillante, sicura e immaginava il suo futuro di medico. Vincenzo e io la stavamo a sentire finché una sera mi annunciò che sarebbe volata fino a casa a Miami e si sarebbe fermata per qualche giorno e Vincenzo mi invitò ad una escursione che aveva programmato da tanto tempo ma non era riuscito ad effettuare. Si trattava della discesa di un fiume in barca fino al Mar dei Caraibi. Il mio lavoro volgeva quasi al termine ed accettai con entusiasmo.
Partenza alle prime ore dell’alba, ci dirigiamo verso la città di San Carlos che sonnecchia artigliata al letto del fiume St Juan le cui acque vanno a mischiarsi alla foce con il mare dei Caraibi. Contrattiamo con un barcaiolo il passaggio , la sua faccia sembra di cuoio conciato, non mostra il minimo interesse alla cosa, intasca i soldi pattuiti e ci fa sedere a poppa. Siamo partiti , ci vorranno due giorni e dovremo dormire sul fiume , ci rilassiamo e lo sguardo corre sulle rive. Il barcaiolo comanda sicuro il timone e si porta al centro della corrente per sfruttarne la spinta. La vegetazione intorno è rigogliosa interrotta solo dai campi coltivati. Sulle irte pendici ci sono fitti bananeti per poi lasciare il posto a coltivazioni di caffè e di canna da zucchero. Il fiume si allarga e si restringe con zone di calma e di correnti veloci . Pur essendo il paesaggio molto vario dopo qualche ora ci prende una certa sonnolenza che viene interrotta da un pezzo di pane con qualche pesce salato e da alcune banane fritte. Sopraggiunge il buio e il barcaiolo ormeggia in una ansa tranquilla, scende a terra raccoglie un po’ di arbusti secchi e mentre ci sgranchiamo le membra , accende il fuoco.
La cena è frugale e non da spazio a chiacchiere, mentre ingurgito una brodaglia piccante sento scorrere l’acqua del fiume , nell’aria si sentono versi di uccelli notturni. I miei occhi cercano i contorni del bosco che faceva da confine a questa piccola radura . Le fiamme del fuoco da campo cercano di squarciare le tenebre sempre più fitte e il barcaiolo accende una lampada ad olio e la posa sulla barca per poi distendere una zanzariera, è il segnale che dobbiamo andare a dormire. Posiamo i nostri sacchi a pelo sul fondo della barca e ci appoggiamo sui bordi per fumare, l’acqua ci dondola dolcemente. Vincenzo incomincia a raccontarmi della sua vita. Nato in Puglia da una famiglia modesta percorre tutte le tappe che lo portano fino all’università che decide di frequentare a Ferrara ,perché una sua zia vive lì vicino e lo può ospitare. Laureato in medicina si inserisce nella specializzazione di pediatria in un grande ospedale dove ottiene anche un posto fisso di vice primario ma non si sente a suo agio. Lontano dalla famiglia , accoppiato ad un carattere introverso , si trova spesso in situazioni di solitudine . Il suo pensiero corre ad una ragazza che frequentava il suo liceo della quale era stato invaghito senza mai aver avuto il coraggio di dichiararsi…chissà forse adesso che era quasi affermato avrebbe avuto la forza di farsi avanti.. Il suo sogno era di dirigere una clinica specializzata nella sua città natale . Aiutare i bimbi a risolvere i loro problemi di salute . Dare un punto di riferimento al suo Sud bistrattato. Il tempo passava e l’occasione era di la da venire, poi il suo contatto con questa ONG che gli permetteva di dirigere un ospedale , di farsi una esperienza non comune e poter ritornare al suo paese con dei titoli che avrebbero potuto permettergli di coronare il suo sogno. Le parole correvano lente e fluenti come le acque del fiume rischiarate dalle stelle , le braci delle sigarette sembravano fari nella notte, i sogni sembravano fluttuare e alzarsi nel cielo. Prima di dormire attaccai la mia musica e Clapton scandiva il ritmo dei miei pensieri e pensavo ai sogni di Vincenzo che tra poco si sarebbero tramutati in una bella realtà. Il chiarore del mattino ci penetrò sotto le palpebre , una densa nebbia copriva la porzione di cielo sopra di noi , il barcaiolo stava accendendo nuovamente il fuoco con appeso sopra un bricco di caffè. La discesa proseguì rapida tra quelle sponde incantate e ci scambiammo solo poche parole come se tutto quello che c’era da dire fosse già stato detto. La sera arrivammo al mare dei Caraibi ma il tempo era finito e un autobus scassato ci riportava su a Managua e il viaggio era lungo Arrivammo nella notte inoltrata e ci salutammo e ognuno si avviò verso la propria casa. Il lavoro attraversava una fase che mi lasciava pochi spazi perciò trascorsero alcuni giorni senza poterci frequentare. Una sera ci incontrammo al solito locale, Kathe che era rientrata da Miami , mi sembrava spumeggiante più che mai, teneva banco e mi invitò per la sera successiva a cena da loro, perché aveva delle novità importanti da comunicarci . Invitò anche Oriella che sembrava recalcitrante ma che dovette soccombere dopo molte insistenze.
La sera dopo , c’era qualcosa di strano nell’aria, Vincenzo non alzava gli occhi , Oriella era chiusa in un mutismo assoluto, Kathe era incontenibile.
Verso la fine Kathe mi comunicò la novità , dopo una settimana avrebbero finito la loro permanenza , Lei e Vincenzo sarebbe rientrati a Miami dove suo padre aveva costruito un nuovo padiglione in aggiunta alla sua clinica e questo padiglione era di pediatria e Vincenzo ne sarebbe stato il primario.
Oriella mi guardava fisso negli occhi , senza nessuna espressione, Kathe era la felicità in persona, Io non riuscii a complimentarmi con lei e mi limitai ad alcune frasi di circostanza che la lasciarono leggermente perplessa ma solo per qualche attimo ma era talmente piena di se che passò subito ad altro. Trovai una scusa per andarmene rapidamente , mi sembrava di assistere ad una scena dove una bimba incosciente prende a martellate lo specchio dei sogni riducendo i frammenti in pezzi così piccoli che non si possa ricostruire neanche la più piccola immagine.
Alcuni giorni dopo incontrai Vincenzo e Oriella , lui faceva discorsi banali come se avesse vergogna di aver condiviso con me i suoi sogni e che io fossi un testimone scomodo che assistevo alla sua resa. Restai qualche minuto con Oriella e prima di salutarci lei mi disse : “ Un uomo non dovrebbe mai permettere che qualcuno lo allontani dai propri sogni, i sogni possono rimanere sogni per tutta la vita , ma gli deve rimanere la possibilità di sperare che il sogno si avveri”.
Ma quali sono i tuoi sogni………..”Io sto vivendo il mio sogno”
Da allora non ho più visto nessuno di loro ..ma ogni tanto un sogno lo vivo anch’io

Pakistan, fuggire per vivere

aprile 15, 2012 § 18 commenti

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Il chai mi scaldava le mani , il fuoco scoppiettava nel braciere di pietre  il brusio

di voci si fermò di colpo e una voce di donna si fece chiara. Il suo volto incorniciato

da uno scarf di lana pesante era illuminato dalle fiamme.

Il mio accompagnatore pakistano mi traduceva sottovoce e io interpretavo così.

La luce scacciava gli ultimi refoli del buio portandosi dietro il lezzo di
un giorno nato già morto. La mente si riempiva del terrore del vivere
un altro giorno con lo spettro della morte dietro ad ogni angolo.
Questo senso di precarietà limitava ogni movimento , il futuro era una
chimera e il tempo di previsione era nello spazio tra un buio e l’altro.

Oggi avevo deciso di ripetere l’esperienza di portare i bambini in quel
campetto a pochi metri da casa , appena fuori dal quartiere. La fobia
dei luoghi affollati ormai era imperante, nei mercati la morte arrivava
improvvisa , falciava corpi senza selezione non distingueva giovani o
vecchi li accomunava nella condivisione del viaggio senza ritorno.

Stringevo i bambini attorno al mio chador , la strada era poco frequentata e ogni
movimento era guardato con sospetto. Prima le donne erano obbligate a
camminare con gli occhi bassi adesso ogni passo era seguito da uno
sguardo attento e sospettoso. Il campetto , circondato da una rete rugginosa e devastata, era già frequentato .

Un gruppetto di bimbi correva dietro a un pallone deforme, alcune bimbe
vezzeggiavano stracci legati a forma di bambola e giocavano alle mamme
, su tutti lo sguardo vigile di un gruppetto di donne avvolte nelle
vesti nere che mormoravano sommesse. Mi avvicinai lentamente e una di
loro mi fece posto su una larga pietra che fungeva da panchina, il
maschietto prese a rincorrere la palla mentre le due femminucce
rimasero qualche tempo attaccate alla veste per poi avvicinarsi a
partecipare alla creazione di qualche torta di terra.

Il luogo dava una sensazione di zona franca come se si potesse estraniarsi
dal massacro quotidiano, la mia vicina aveva gli occhi asciutti senza
più lacrime . Aveva perso il marito e un figlio in un attentato al
mercato mentre comperavano del cibo , lei si era salvata per caso
insieme alla figlia sbattute dallo spostamento d’aria dietro al bancone
del negozio. Da allora l’angoscia la soffocava , mi rivolse la parola
senza muovere lo sguardo, la sua voce era atona e dovevo concentrarmi
per capire le parole coperte dalle urla dei maschietti e dal cicaleccio
delle bimbe . Era preoccupata del futuro, crescere una figlia senza
padre in un paese dove le donne contano niente e le vedove ancora meno,
faceva considerazioni  con poco costrutto , non faceva domande , esemplificava situazioni.

Un vecchio pick up si accostò alla rete , il motore tossicchiava, i nostri
sguardi si alzarono allarmati. La donna vicino a me smise di parlare e
per la prima volta da quando ero lì  alzò gli occhi dove si leggeva il terrore.

Il motore si spense , scese un uomo che senza alzare lo sguardo  raccolse
un sacco dal cassone e si incamminò zoppicante verso l’angolo del
palazzo sbrecciato che si trovava davanti a noi. La tensione si stava
attenuando , i bambini avevano continuato i loro giochi senza
flessione, la donna al mio fianco aveva riabbassato lo sguardo e aveva
ripreso a parlare ma io avevo perso la concentrazione non riuscivo a
distinguere le parole. Il boato arrivò improvvisamente, lacerante ,
potente, mi ritrovai spostata come da una mano violenta , una percossa
inattesa , i timpani offesi , aprii gli occhi e solo un cielo sporco
sopra di me , un puzzo tremendo infestava l’aria. La mia mente non
riusciva a connettere velocemente ero imbambolata , stordita , si fece
strada il pensiero dei bambini ma non riuscivo a muovermi, sentivo un
peso che mi opprimeva , il corpo non rispondeva. Il tempo era denso
come la melassa , sentivo la stessa appicicosità tra le dita  ,
dovevo sforzarmi ad alzarmi. Lentamente riuscii a mettermi seduta, un
corpo era riverso su di me , lo spostai lentamente .non avrebbe più
avuto paura del futuro.. il sangue aveva intriso le mie vesti ma non
sapevo di chi era , non sentivo dolore, probabilmente mi aveva salvato.

Gli occhi cercavano di mettere a fuoco l’ambiente circostante, tra il fumo
vedevo corpi straziati , rottami contorti, un pensiero ritorno
prepotente “i miei figli”, riuscivo a percepire nuovamente i suoni  .
I lamenti saliva alti come una cantilena ondulante , mi alzai in piedi
cercando di non perdere l’equilibrio, cercavo di capire se ero ferita ,
sentivo scorrere qualcosa lungo le cosce , improvvisamente le due bimbe
corsero urlando verso di me e ci stringemmo in un abbraccio , avevano
delle abrasioni ma niente di importante . Mancava solo Hassan , mi
muovevo in quella carneficina con difficoltà impedita dalle bimbe che
non si staccavano . Guardavo con disperazione i volti dei corpi
strapazzati dal burattinaio sperando di non vedere quello di Hassan.

Poco distante un bimbo con le vesti strappate stava seduto con la faccia tra
le mani, mi avvicinai e vidi che tra le dita scorreva il rosso sangue ,
era Hassan ferito tremante  ma vivo.

Tutto intorno a me perse i contorni , mi estraniai completamente, presi ad
accarezzarlo lentamente e a parlargli, strappai una striscia di tessuto
dallo Chador , dolcemente levai le sue mani dal viso . Un largo taglio
apriva la sua fronte e il sangue colava copioso, con la striscia di
tessuto tamponavo il taglio e controllavo che non avesse altre ferite.
Lo presi in braccio e con le bimbe sempre strette alla mia veste  cercai
di avviarmi verso casa. Nel frattempo erano arrivati dei soccorsi , un
uomo cercò di strapparmi Hassan dalle braccia per portarlo in ospedale
ma riuscii ad impedirlo, lo avrei perso nuovamente. Sempre stordita
arrivai in casa , mi liberai delle vesti ingombranti e fradice di
sangue, lavai Hassan delicatamente . Aveva solo quel taglio di
importante e una miriade di graffi , lo medicai alla meglio , lavai le
bambine e poi me stessa. La paura si stava diffondendo , saliva densa a
chiudermi la gola , un tremito squassava il corpo, non potevo lasciarmi
sopraffare  avevo tre creature da accudire.

Il pensiero correva a quell’uomo che era sceso da quel pick up , che aveva
scelto l’obbiettivo, alla coscienza di quell’essere non paragonabile neanche

alle bestie , perché quelle uccidono per sfamarsi .

Figli dello stesso Dio che non ha mai detto di uccidere per lui, dove qualcuno

si arroga il diritto di levare il dono della vita a chi non ne ha neanche assaporato

il gusto agrodolce.  Dove andrà questo mondo se si sceglie di uccidere dei bambini perché domani saranno uomini.

Mio marito entrò in casa , non so dopo quanto tempo, si guardò intorno …il tanfo della paura saturava la stanza.

La notte stessa buttammo le nostre povere cose su uno sgangherato furgone
e ci allontanammo dalla città per andare a vivere nel villaggio dove
abitava mia sorella e dove tutti si conoscono e saremmo stati più
sicuri .

Continuare a vivere sapendo che anche gli altri hanno bisogno di noi

Sueño

aprile 12, 2012 § 13 commenti


Omaggio a Pablo Neruda

Sono in transito in questa capitale , la mia vita è una sequenza di
transiti, di visioni parziali…mi da la possibilità di cogliere
momenti , particolari….poche volte l’insieme……ma chi coglie
l’insieme delle cose?….ognuno ha la sua visione , legata al proprio
modo di pensare , di vedere …..delle proprie aspirazioni. Sono qui
per caso, in attesa di partire per il sud, per raggiungere un sito
slegato dal contesto che mi porterà ad una realtà solo mia e allora
cosa si può cogliere da questa opportunità? Da questo transito dal
quale voglio prendere qualcosa una esperienza , una sensazione e forse una emozione. Visitare un luogo dove splendide poesie sono nate , hanno preso forma . Respirare l’aria , immergersi nell’aurea che permane nella casa di un grande poeta, con la segreta speranza che qualche bricciola di questa sensibilità entri a far parte di me. Pablo Neruda, le sue poesie sono degli splendidi quadri in versi…una trasmissione …..ti estraniano dall’essere, ti entrano nel cuore , ti calmano i tumulti della mente.

Mi immetto nella Avenida Bernardo O’Higgins che attraversa Santiago del Cile da est a ovest, prima di confluire nell’autopista 68, l’autostrada del mare. Accanto al grigio palazzo della Moneda, le quattro corsie per senso di marcia circoscrivono, come un miraggio, prati alberati e aiuole fiorite, in mezzo ad un nastro di traffico ininterrotto e insuperabile. Il flusso di veicoli sembra soluzione di continuità e  si dirada unicamente dopo l’orario di chiusura degli uffici, per svanire del tutto durante le ore notturne, fino all’alba. Al sorgere del sole il lunghissimo viale si illumina di delicate tinte pastello, mentre i colori aumentano d’intensità inondando con riflessi di fiamma le anonime facciate dei grattacieli del centro rendendoli vivi con queste pennellate date dall’immutato ciclo che si ripete da prima che l’uomo perpetrasse il suo attacco distruttivo alla terra  .

I cittadini di Santiago hanno quasi dimenticato chi era Bernardo
O’Higgins, il Libertador del Cile, adesso è più conosciuta l’Avenida ,
la porta d’accesso al mare, l’inizio delle sospirate ferie estive, la
strada verso i picnic sulla spiaggia. Durante i fine settimana d’estate
i vacanzieri abbandonano la calura metropolitana per concedersi un po’ di relax sulle affollate spiagge di Viña del Mar e di Renaca, di
Cartagena e Isla Negra.

La baia di Valparaiso è un succedersi ininterrotto di costruzioni, un
ammassarsi di vari stili architettonici che si affacciano sul Pacifico.
Un’edilizia selvaggia e sregolata, che ricorda lo scempio consumato
sulle coste italiane durante gli anni sessanta e settanta, ha steso una
coltre di cemento che si arrampica con indomita arroganza fin sui
ripidi pendii di friabile arena rossa. Dal disastro non si salva
neppure il litorale a sud della baia. Ovunque spuntano cantieri che
partoriscono torri di cemento armato dall’architettura stravagante,
enormi condomini nati per la gioia dei nuovi ricchi, a coronamento del
sogno di un’esclusiva dimora balneare, la cui pretenziosità è pari solo
al kitsch. Isla Negra si trova in una località più decentrata rispetto
alle regole di questo desolante conformismo architettonico. Non è il
nome di un’isola, ma quello di una piccola frazione rivierasca, in cui
Pablo Neruda scelse di stabilire la propria residenza estiva. Mezzo
secolo fa il sito doveva essere un luogo isolato, una tranquilla oasi
di pace situata in un tratto deserto di costa. Oggi sorgono numerose
villette, già minacciate dalla silhouette di alti condomini che
spuntano oltre i bassi scogli del  promontorio.

La casa balneare di Pablo Neruda non è una costruzione appariscente. Non si distingue facilmente dalle altre ville che si affacciano sul mare,
tant’è che per trovarla occorre domandarne l’ubicazione. Non ci sono
insegne o cartelli stradali che ne indichino la presenza. I cileni non
ne hanno bisogno, sanno già dov’è. Durante i fine settimana estivi
l’affluenza di coloro che rendono omaggio all’esule, al poeta, al
premio Nobel, rende necessari turni e lunghe code per accedere al
piccolo museo. A ventisette anni dalla scomparsa, la memoria di Pablo
Neruda resta vivissima tra i compatrioti. L’abitazione è un luogo
sereno, custode della memoria, pervaso della nostalgia del ricordo, è
quanto di più tangibile resta della vita di un uomo, il resto essendo
solo sogni e parole e perciò evanescenti tende a
volatilizzarsi…fissato solo da parole su un foglio. Un luogo
saldamente ancorato alla terra ma permeato dal brusio del mare.

Un basso steccato difende il giardino più dall’assalto dei visitatori che
da quello dei teppisti. All’interno, una vecchia locomotiva a vapore fa
bella mostra di sé davanti al patio. La motrice di metallo, verniciata
a tinte accese, è di piccole dimensioni, simile al toy train che ancor
oggi si arrampica da Siliguri a Darjeeling lungo la ripida ferrovia a
scartamento ridotto. Sul retro della casa crescono enormi agavi, sotto
le cui alte infiorescenze giace un’enorme ancora rosa dalla ruggine e
dipinta di nero. Proveniva da un veliero in disarmo, giunto nel porto
di Callao, a Lima, per il suo ultimo viaggio. Una targa spiega le
vicissitudini occorse al notevole cimelio prima di arrivare a Isla
Negra, l’estremo approdo. Perché un’ancora? Forse perché la casa stessa ricorda la tolda di una nave alla fonda, con la prua rivolta verso
l’oceano e le radici ben piantate sulle rocce della riva. E’ una dimora
lunga e stretta, ad un piano, che si affaccia sull’oceano da una bassa
scogliera, idealmente unita alle acque dalle ampie vetrate. L’interno è
organizzato in modo lineare. Questo insolito modo di collegare gli
spazi nasce dall’innata propensione delle persone per i percorsi
diretti. Neruda aveva progettato la sua dimora con questa
consapevolezza in modo intuitivo, come si fa quando impieghiamo le
regole grammaticali. L’interno è suddiviso in compartimenti a cui si
accede in un’unica direzione, da una stanza all’altra. Non ci sono
saloni, tutto è piccolo, raccolto, intimo. Dopo la morte del poeta la
casa è stata adibita a museo, una raccolta di schegge, di frammenti
raccolti nel corso di un’intera esistenza, cimeli che narrano una
geografia inquieta, un gusto per il collezionismo di manufatti
inusuali, fuori dall’ordinario, indice e riflesso di una grande anima.
La casa è costruita con materiali semplici, legno e pietra, separati da
grandi finestre rettangolari che si affacciano sul Pacifico. L’acustica
della camera da letto, unica stanza della casa situata al primo piano,
assieme alla biblioteca, è studiata per lasciarsi cullare dal mormorio
della risacca delle onde oceaniche che s’infrangono contro le rocce più
in basso. Lo studio amplifica il tamburellare di gocce di pioggia che
il tetto della casa ascolta cadere nella notte. E’ un luogo armonico,
ricco del fascino della semplicità. Sopra i tavoli poggiano splendide
vetrerie, piatti, calici, bizzarri orci celesti e smeraldo, velieri in
bottiglia di ogni forma e dimensione.  Le pareti del corridoio che porta allo studio sono tappezzate  da
stampe antiche, da carte geografiche di Mercatore, tra paramenti sioux, maschere africane, sculture dell’Isola di Pasqua. Oltre ad una quantità di doni esotici fatti dagli amici sparsi per il mondo. Un’enorme cannocchiale newtoniano, un autentico mappamondo del ’700, che troneggia accanto al camino rivestito di lapislazzuli, dono di un’amica artista, il bagno erotico con le pareti rivestite da miniature
licenziose. Una sterminata collezione di conchiglie provenienti da  tutti i mari tra cui spicca un’enorme tridacna del Pacifico, simile ad
un’acquasantiera, accanto ad un dente di narvalo lungo tre metri. Nello studio, tra un patrimonio di migliaia di volumi donati all’università di Santiago, spiccano le fotografie incorniciate di Boudelaire, Majakovsky e Garcia Lorca. Nel soggiorno volteggiano sospese al soffitto o appese alle pareti numerose polene di navi, di cui una appartenuta alla nave di Francis Drake, il famoso corsaro. Le altre, ci spiegano, assomigliano alle fattezze dalle numerose amanti del poeta, certamente un modo originale di omaggiare la donna amata. Neruda amava le donne, artiste, attrici, intellettuali. Né poteva essere diversamente, considerando che l’amore era la principale musa ispiratrice della sua poesia. Noi non facciamo altro che cambiare schiavitù, collezionare oggetti diventa l’estremo legame con la donna amata non più presente.

Mia dolce di che profumi,

di quale frutto,

di quale stella, di quale foglia?

Vicino alla tua piccola orecchia

o sulla tua fronte mi chino

inchiodo il naso tra i capelli

e il sorriso

cercando, conoscendo

l’origine del tuo aroma:

è dolce, ma non è fiore, non è

il garofano penetrante

o impetuoso aroma di violenti gelsomini,

è qualcosa, è terra,

è aria,

legna o miele,

odore

della luce sulla pelle,

aroma della foglia

dell’albero della vita

con polvere di strada

e freschezza

di ombra mattutina

nelle radici,

odore di pietra e fiume,

ma più simile

a una pesca,

al tiepido pulsare segreto

del sangue,

odore di casa pulita

e di cascata,

fragranza di colomba

e chioma

aroma

della mia mano

che ha percorso la luna

del tuo corpo,

le stelle

della tua pelle stellata,

l’oro

il grano,

il pane del tuo contatto,

e lì nella longitudine

della tua luce folle,

nella tua circonferenza di giara,

nella coppa

negli occhi dei tuoi seni,

tra le tue grandi palpebre

e la tua bocca di schiuma,

in tutto lasciò

lasciò la mia mano

odore d’inchiostro e selva,

sangue e frutti perduti,

fragranza

di pianeti dimenticati,

di pure

carte vegetali

il mio stesso corpo

immerso

nella freschezza del tuo amore, amata,

come in una sorgente

o nel suono di un campanile

lassù

tra l’odore del cielo

e il volo

degli ultimi uccelli

amore,

odore,

parola

della tua pelle, della lingua

della notte nella tua notte,

del giorno nel tuo sguardo.

Dal tuo cuore  sale

il tuo aroma

come dalla terra

la luce fino alla cima del ciliegio:

nella tua pelle io trattengo  il tuo battito

e aspiro

l’onda di luce che sale,

la frutta immersa

nella sua fragranza,

la notte che respiri,

il sangue che percorre

la tua bellezza

fino ad arrivare al bacio

che mi aspetta

sulla tua bocca.

Pablo Neruda

Dopo questa splendida poesia voglio mostrarvi un’ultima immagine, tenuta in serbo per la fine. Una lapide di marmo nero, posta nel giardino di fronte all’oceano, dove abili mani hanno inciso in morbidi caratteri corsivi, i nomi di Matilde Urrutia e Pablo Neruda. Per il poeta l’amore  non finisce con le singole scomparse, perché la sua sostanza continua nel mondo, rappresentata come un lungo fiume, immutabile ed eterno che deborda dalle rive a seconda della passione. Tra le miriadi di cose che sono e sono state, queste due persone sono state, e sono, residui minerali sospinti dal fiume dell’Amore su una spiaggia solitaria dell’Oceano dove le onde le rimpastano in frammenti.

La mente si libra sulle ali della poesia e scende in picchiata a sfiorare
le onde dell’oceano lambendone la schiuma aspirandone il profumo e
ritorna in questo splendido giardino e nel silenzio si ode…un
frullare di anime.  

“y desde entonces soy porque tú eres,

y desde entonces eres, soy y somos,

y por amor seré, seras, seremos.”

Dove sono?

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