Sahara 3

giugno 29, 2012 § 23 commenti

Dal Sahara al Tènèrè

Mi trovo ad Hassi Messaud , un centro di estrazione del metano , 1200 km dalla costa e ben all’interno nel deserto del Sahara. Qui non esiste nessuna oasi ma soltanto un agglomerato di basi delle varie compagnie straniere impegnate con gli algerini nello sfruttamento delle loro risorse naturali. Il nostro campo è abbastanza confortevole, anche se dopo qualche tempo la routine ti logora e senti il bisogno di comunicare , di vedere movimento, di gente …folla. Il villaggio è composto da una serie di baracche realizzate sovrapponendo dei barili da 200 lt e riempendoli di sabbia per dargli stabilità, il tutto ha un aspetto squallido, soltanto una tenda, abitata da un tuareg,  ricorda  questo popolo fiero. Quest’uomo, completamente vestito di nero, mi aveva incuriosito nei giorni precedenti ed avevo pensato alla sua vita trascorsa in terre così poco ospitali e alle sue traversate per raggiungere oasi lontane. Una sera, mentre passeggiavo poco distante dal campo, mi ha avvicinato e con la scusa di chiedermi una sigaretta si è messo a parlare, come se avesse voglia di comunicare qualcosa al mondo.  Mi ha parlato del deserto, dei suoi dromedari, delle notti fredde e delle sue donne dolci come il miele, poi ad un tratto si è zittito ..come se avesse avuto l’impressione di aver detto troppo  e si è allontanato nell’imbrunire stagliandosi nello skyline delle dune…..un uomo solo. Mi comunicano che devo fare un intervento ad Agadés , un migliaio di km più a Sud. Il pensiero di questa traversata , se da una parte mi stimola , dall’altra mi da una leggera ansia  di precarietà, i preparativi mi distolgono da questi pensieri. Si parte e si lasciano indietro i pensieri e le preoccupazioni ; una leggera euforia mi pervade e la mente corre alla meta così lontana ed a quello che il viaggio offrirà. Dopo un lungo colloquio informativo con la guida , decido di prendere l’aereo per il tragitto fino ad Agadés e una volta terminato il lavoro fare una escursione con il fuoristrada attraverso il  Ténéré ,il mitico deserto. La fantasia scioglie le briglie e galoppa sulle dune.  Agadés è una città carovaniera e di mercato e, seppur decaduta e modernizzata, conserva ancora l’impronta di capitale del sultanato tuareg dei Kel Air ricordandoci che oggi non tutto il Sahara è asfalto e omologazione. In Agadés i mastri orafi tramandano le tradizioni d’appartenenza tribale forgiando i classici gioielli a croce, dalle forme più svariate, che tutto hanno tranne che un simbolismo cristiano. Agadés è, soprattutto, il punto di riferimento per quanti si apprestano ad attraversare il deserto. Lo è tanto per noi, alla ricerca dell’emozione di una traversata che, pur col supporto dei fuoristrada, ha ancora il sapore dell’avventura, quanto per chi ancora continua caparbiamente ad attraversare il Ténéré a dorso di cammello, per mestiere e antichissima consuetudine, conducendo grandi carovane di dromedari pezzati capaci di sopportare ciascuno un carico che può raggiungere il quintale. Sono le ultime carovane del sale, chiamate in Mali “Azalai” e in Niger “Tarlamt”, in grado di percorrere sino a 40 km al giorno. In poche settimane coprono la distanza tra le oasi del Kaouar e Agadés, con una lunga e faticosa marcia che inizia all’alba e termina ben oltre il tramonto. Nessuna sosta, tranne quella per le cinque preghiere giornaliere. Un mese duro ed estenuante, trascorso cavalcando i dromedari e riposando accovacciati in equilibrio sulle cavalcature per recuperare le forze. Un’avventura al limite della resistenza umana che presuppone grande familiarità con il severo ambiente del deserto unita a notevole resistenza fisica. Il Madugu è il capo carovana. In prima fila, lo sguardo fisso in avanti a scrutare l’invisibile pista. Il commercio triangolare dei prodotti agricoli dell’Air in cambio di datteri e sale, sopravvive verso oriente, in direzione del Ténéré, sostenuto dagli infaticabili Kel Ouei, una tribù di tuareg dell’Air da sempre dedita agli scambi in partecipazione con i Kel Gress, allevatori originari del sud, proprietari degli animali. Gli Azalai, parola tamascek che vuol dire separazione, compaiono nel deserto come fantasmi dal passato e sembrano dirigersi verso il nulla, scomparendo tra i cordoni di basse dune parallele che si susseguono come onde, confondendosi in lontananza nella foschia dell’harmattan. Ci hanno regalato la nostalgia d’un incontro irripetibile tra epoche lontane e inconciliabili. Sostiamo presso una piccola oasi con un Hassi (pozzo) e qui sotto un boschetto di palme c’è, disposta su un letto di sabbia, una esposizione di minerali recuperati nel deserto. Ci sono delle rose del deserto spettacolari di tutte le dimensioni . Forme contorte , elaborate, alcune più spesse , altre delicate come trine, mi sto perdendo nell’ammirare queste forme quando da sotto una specie di tenda improvvisata esce un bimbo ,bardato con alcuni stracci e con l’immancabile copricapo attorcigliato. Mi guarda curioso con due occhi neri e profondi e dal naso gli pende uno spettacolare moccio. Mi si avvicina, mi prende per mano e mi mostra i pezzi più belli in esposizione, sempre senza parlare mi evidenzia i particolari, poi soddisfatto della sua tecnica fa cadere la mia attenzione sulle sue calzature che mi mostra alzando un piede verso di me. Scarpe particolari , probabilmente nuove , di pelle di cammello , fatte a mano. Io gli faccio qualche complimento in francese, lui si passa l’avambraccio sul moccio , spalmandoselo su tutta la faccia. Guardando la sua espressione scoppio a ridere , lui rimane un attimo perplesso poi il sorriso illumina il suo volto. A quel punto arriva un uomo che evidentemente era il padre e mi invita ad effettuare qualche acquisto. Dopo una lunga trattativa, ritorno al mio fuoristrada accompagnato dal bimbo al quale regaliamo un pacco di biscotti. Dopo la mia partenza il mio pensiero si è soffermato sulle condizioni di vita in queste aree così inospitali ma che comunque lasciano spazi per diversi modi di concepire la vita.  Proseguiamo oltre l’oasi di Fachi con le sue saline. Motivi di sicurezza ci hanno indotto a non imboccare la pista che da Bilma porta a Djado e poi a Djanet, ma di ripiegare a nord in direzione della falesia d’Achegour e dell’Adrar Madet. Scelta felice, perché la parte orientale dell’Air cela la Riserva Naturale Nazionale dell’Air e del Ténéré, nota anche come Santuario degli Addax, uno degli angoli più affascinanti del deserto. Qui l’erosione, dovuta dagli sbalzi termici e dal tempo, ha modellato le estese rocce affioranti dal mare di sabbia formando sagome bizzarre, giganteschi archi naturali, picchi, guglie e torrioni che affiorano tra le dune dorate, nell’erg infinito. Tetri pinnacoli rocciosi si alzano da basse depressioni piatte di sabbia e ciottoli. Il basalto nero dell’Air si frantuma in creste seghettate e pinnacoli, guglie e organi di pietra che delimitano pianure desolate dove è sufficiente chiudere gli occhi per immaginare, confuso al brusio del vento, l’eco della corsa dei mastodonti delle ere passate. Qui il pensiero corre ad immaginare epoche lontane e rimbomba di battaglie , clangori di lame che si scontrano per il predominio tribale, e si spinge ancora più in là nel tempo, quando forse questa area era abitata da popoli primitivi.  I siti d’arte rupestre danno solo un’idea di come il clima fosse diverso e di come fosse più vivibile l’intera area oggi occupata dal deserto del Ténéré. Reperti d’ossa di dinosauro, vissuti milioni d’anni fa in delta di fiumi oggi fossili, sono visibili nelle località di Gadufaua e Ingal. Le dune rosa e quelle dorate si contendono Arakao, una formazione semicircolare di colline rocciose invasa dalle sabbie la cui forma ricorda le chele di un granchio. Le sabbie colorate di Arakao fanno da preludio alle barcane alte come colline di Temet, dune di 300 metri, le più grandi del Sahara. Per arrivarci abbiamo attraversato le Montagne Blu, rupi di marmo traslucido e levigato che emergono dalle sabbie come ossa d’animali morti, solcati da venature d’azzurro che paiono riflettere i cieli di turchese. Il deserto , stranamente ti riempie l’anima con i suoi spazi che sembrano senza fine, e quando la sua monotonia è rotta dall’apparizione di formazioni naturali la loro spettacolarità ti lascia senza fiato. Quando ritorni alla civiltà, la mancanza del deserto si fa sentire intensamente , forse perché nel deserto hai il tempo per stare intimamente con te stesso. Il sogno di un tramonto sul deserto con ledune infuocate ti accompagna nelle giornate uggiose scaldandoti il cuore

IL VIAGGIO – Il Deserto.

giugno 28, 2012 § 12 commenti

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Narra un’antica leggenda che Allah, in collera con gli uomini, decise un giorno di punirli facendo cadere sulla terra un granello di sabbia per ogni loro peccato; e dove un tempo c’erano foreste e savane, nacque il Sahara, il deserto più grande.

Deserto deriva dal verbo latino deserere ,ovvero lasciare abbandonare. Diventa quindi metafora del malessere di vivere, simboleggia l’abbandono  – un atto di spoliazione – dei condizionamenti culturali e ambientali, un’avventura al centro di sé stessi nella speranza di cogliere il vero senso, il valore autentico dell’esistenza umana. Sahara è una parola araba che significa grande vuoto.

Gian Carlo Castelli Gattinara, professore di antropologia culturale, affascinato dalla civiltà tuareg ha vissuto a lungo con loro e ha tradotto e trascritto alcune poesie sui temi dell’amore della guerra e dell’onore. I tuareg sono una popolazione nomade, parlano la lingua dei berberi da cui discendono, sono riconoscibili dalla carnagione chiara e dai turbanti blu scuro che indossano. Le donne tuareg si adornano di magnifici gioielli in argento. Sono padroni del tempo. Ne hanno tanto e lo spendono per dare valore alle cose belle della vita: come la conversazione con gli amici, le ridenti fanciulle, il vento del deserto, il comporsi e lo scomporsi della carovana, il fresco della sera. I tuareg non si pongono limiti. Non inseguono il denaro, la loro ricchezza è la mandria. Persino il loro nomadismo esula dal movimento, il tuareg è nomade anche da fermo,l’essere nomade come modo di vivere ma anche modo di pensare. I tuareg sono attenti osservatori della vita e i versi affascinanti delle loro poesie cantano i turbamenti dell’anima, ma anche il brusio dei piccoli fatti quotidiani. Attraverso i racconti recitati la sera intorno ai fuochi i giovani della tribù imparano a diventare adulti, a incontrare una donna, a conoscere l’onore, la vergogna, il prestigio e il valore di un cammello.

Innaji, sprona il tuo cavallo in nome di colei cui forgiasti un anello!

Come per te meravigliosa è la tua donna, Fatima per me fra tutte è la più bella,

non somigliano alle altre le sue mani, i suoi piedi, l’aspetto del volto,

la forma dei fianchi, i suoi occhi truccati con cura

su cui scendono sopracciglia di un nero profondo

il suo naso ben modellato che ferisce il cuore

il pensiero di lei diventa al mio cuore come l’erba nel fuoco.

Il seno risplende sul busto e illumina il collo,

come piume di struzzo i capelli ricoprono il capo,

sulle spalle ricadono, agli amuleti confusi,

se guardi i suoi fianchi, la follia ti rapisce,

le anche racchiudono un florido ventre,

le cosce son quelle di ben nutrita puledra

lunghe e robuste le gambe, ben alti i suoi glutei

ondeggianti quand’ella cammina………

 

                                                                 (traduzione di G.C.Castelli Gattinara)

Sahara 2

giugno 25, 2012 § 3 commenti

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Tutto questo tran tran mi venne sconvolto dalla comunicazione che dovevo andare ad Hassi Messaoud che è a 1200km all’interno del Sahara e da solo con partenza immediata.

Qui mi aspettava una sorpresa  perché mentre ero in viaggio sono stato colto da una tempesta di sabbia e dopo aver constatato che non riuscivo ad andare più avanti senza correre il rischio di perdermi o di rimanere bloccato ,ho chiesto asilo in una base della SAIPEM che è una ditta italiana specializzata in ricerche petrolifere che mi hanno accolto volentieri anche perché anche loro non potevano lavorare e sono rimasto bloccato lì per tre giorni senza poter comunicare perché ogni collegamento era impossibile  ma lì è normale …succedesse una cosa così in Italia sarebbe inconcepibile ma lì il tempo è una entità astratta. Quando la tempesta è cessata e la transahariana era coperta di sabbia ho scoperto cosa servivano dei lunghi pali verniciati di bianco piazzati ad intervalli lungo i lati della strada ….per segnare la pista come facciamo noi con i pali rossi dove c’è tanta neve,percorsi gli ultimi 200km che mi separavano dalla mia destinazione arrivai finalmente in questa sequela di dune di sabbia molto fine  senza soluzione di continuità.

Questo posto si trova vicino ad una depressione desertica -186 mt sotto il livello del mare e l’acqua affiora e dove non c’era acqua c’era gas e parecchie compagnie erano piazzate nella zona per sfruttare i vari giacimenti e io ho avuto qualche difficoltà   a trovare la base nella quale ero destinato. Qui sono stato accolto da un capo base un po’ troppo espansivo per i miei gusti e sospettavo che avrei avuto qualche sorpresa .Dopo essermi rinfrescato mi sono presentato nell’ufficio del capo base ,un  ingegnere di mezza età  che aveva passato parecchi anni nell’area il quale dopo i soliti convenevoli mi comunicò che dovevo lavorare con personale giapponese e la cosa mi sembrava strana perché di solito i giapponesi non vogliono specialisti occidentali ed io non amo la mentalità Giap.

La mattina ebbi la sorpresa che aspettavo ,il personale Giap erano dei detenuti  che scontavano la pena lavorando e dato che il contratto era di una ditta Giap loro usavano questo sistema.

Il problema è che questi uomini devono lavorare legati a gruppi di 4 e una guardia armata li controlla ,io avevo due gruppi e le difficoltà di movimento erano ovvie.

La cosa non mi andava assolutamente ma avevo poco da fare se non finire rapidamente per cambiare la mia situazione.

Tra questi uomini che non si guardavano neanche in faccia ce ne era uno che nei momenti di riposo aveva sempre gli occhi lucidi e qualche volta gli usciva una lacrima e notavo che gli uomini di guardia non lo  sgridavano quasi mai anzi a volte lo aiutavano.

Essendo a contatto tutto il giorno, ho preso qualche informazione e poi mi sono rivolto a lui direttamente e tra mille difficoltà sono riuscito a farmi raccontare la sua storia;

Lui era un saldatore di professione e lavorava in una ditta nei pressi di Tokio ,aveva una famiglia normale composta da moglie e due figli ,una ragazzetta e un maschio, la sua vita correva sul  binario della normalità poi un giorno la sua vita è stata sconvolta da un drogato che ha violentato la sua figlioletta nel giardino di casa e lui gli ha spezzato l’osso del collo ed è stato condannato a  8 anni di prigione di cui due li aveva trascorsi in carcere e poi aveva scelto di fare questo lavoro che gli permetteva di guadagnare qualche spicciolo per la famiglia . Il pensiero della famiglia lontana lo costernava e lo lasciava in uno stato di depressione costante . Io a quel punto ho capito il comportamento delle guardie e dei suoi compagni perché rispecchia il mio modo di pensare  ,nel mondo civile non si può permettere che ognuno si faccia giustizia da solo ma in caso del genere lui aveva tutta la mia solidarietà e comprensione e mi lasciava una certa avversione verso la rigidità della legge .

Il lavoro volgeva al termine ed io ho allungato il mio turno per poter finire il lavoro senza dover ritornare nel Sahara visto che avevo già un altro contratto quando ho salutato quell’uomo del quale non conoscevo il nome ho visto una tristezza sconfinata che mi ha contagiato e per qualche giorno non mi ha lasciato anche se mitigata dal ritorno a casa e dall’entusiasmo  o ansia che dir si voglia per il nuovo contratto. Chissà che fine ha fatto quell’uomo.

Oggi è così e questa storia che purtroppo è vera rispecchia il mio stato d’animo ma ora che ho finito di scriverla mi sembra di cambiare direzione e considerando che sicuramente c’è chi sta peggio di me ,mi sento un fortunato

I pensieri sono volati come tortore nel cielo, le nubi si sono aperte e un raggio di sole mi raggiunge e i cattivi pensieri si sciolgono come neve

Sahara

giugno 24, 2012 § 11 commenti

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Mi sento un po’ giù di corda e i pensieri si rincorrono nella mia mente  si presenta dalle nebbie e dai tumulti della mente dei ricordi prima sbiaditi dal tempo e poi bruciati dal sole del deserto.

Algeria 1991………..750km all’interno del Sahara……….Hassi’rmell a 150 km si trova  l’oasi di Ghardaia è un grande centro per l’estrazione del gas metano.

Mi trovavo già da due turni da 45gg cadauno in questa regione assolata conosciuta come i Monti dell’Atlante vivevo all’hotel “Scorpion” ed era un nome azzeccato perché ogni sera passo in rivista lo scarno arredamento per non trovarmi sorprese indesiderate; di giorno il caldo si faceva sentire ma la notte la temperatura scendeva molto vicino allo zero e la mattina sentivamo scricchiolare la sabbia sotto i nostri piedi. Questa specie di baracca da tante stelle era situato ad un incrocio della transahariana ed era meta di viaggiatori che perduto il senso del tempo aspettavano anche due giorni che un pullman li raccattasse o che qualche camionista bisognoso di compagnia li traesse a bordo.

La sera era l’unico momento che frequentavamo  la sala dove servivano un caffè ripugnante che ribolliva 24 ore al giorno e guardavamo questa umanità, che in una regione così inospitale, si muoveva comunque e vi erano tipi di ogni genere con vestiti anacronistici ma buoni per ogni tempo. Tabarri pesanti che proteggono dai raggi del sole e dal freddo della notte ma che si impregnano dell’odore dei corpi poco avvezzi ad essere lavati, e che hai nostri nasi non erano graditi .Si stringevano tra di loro per non disperdere il calore dei loro corpi. Inoltre da pochi mesi nelle città Algerine erano state aperte la case chiuse e le gentili dispensatrici di sesso mercenario si erano disperse come una diaspora ogni dove era richiesta la loro presenza .Due di queste scimmiette si trovavano in una ala posteriore  di questa specie di postribolo e prestavano la loro opera distribuendola per pochi spiccioli…. ma i clienti erano piuttosto turbolenti e noi quando sentivamo il volume  delle urla superare una certa soglia che indicava rissa ci allontanavamo e ci ritiravamo per dormire ed visto che eravamo gli unici ospiti fissi ci avevano sistemato lontano che se da una parte era un bene era anche lontano dalle luci e più di una sera abbiamo trovato qualcuno che dormiva sulla soglia della nostra porta. La vita lavorativa scorreva lenta e senza scossoni e  il venerdì vagavamo per il deserto seguendo piste appena segnate ed indicazioni labili ma spesso ritornavamo senza aver concluso niente. Un giorno il mio collega non stava bene e aveva bisogno di una medicina che io mi offrii di andare a comperare all’oasi dove c’era una specie di farmacia che mi accorsi era gestita da una bella signora , che aveva studiato in Francia che si era ritirata in questo buco del mondo probabilmente per espiare qualche colpa ,la quale si offri di venire  a vedere il mio collega. Durante il viaggio tra l’oasi e l’hotel sembrava un fiume in piena ,mi raccontò che era innamorata dell’Italia e che aveva visitato molte città e si era innamorata di Venezia e visto che eravamo in mezzo al Sahara si offrì di farci da guida nei giorni di festa per visitare i reperti Romani.

Il venerdì successivo ci presentammo all’appuntamento   e la trovammo ad aspettarci con un volto radioso ,era contenta di avere una compagnia europea. Cinguettava come una cinciallegra e ci ha portato a vedere le terme Romane raccontandoci storie bellissime in un francese sciolto e flautato.

Le terme sono una costruzione in mattoni cotti e nelle sue viscere scende una scala a più rampe che raggiunge la falda acquifera in una atmosfera surreale e un fresco inimmaginabile dove gli antichi romani riposavano le membra  affaticate dalla pugna e scendevano nell’acqua  attraverso scalinate dove si stava seduti a chiacchierare . Con la signora abbiamo visitato anche Ghardaia che è l’oasi delle sette città e tra queste c’è la città delle donne di malaffare dove gli uomini non possono entrare .Non bisogna essere tratti in inganno da queste sette città in effetti sono sette canaloni che scendono da un altipiano e sono riparati dal vento del deserto , ci sono una serie di costruzioni e tra queste un Hotel per turisti  e un’altro ricavato dalla ristrutturazione di un vecchio fortino della legione straniera che era il mio preferito ma la cosa più affascinante era il Suk dove una moltitudine di persone si scambia merce ,vende ,compra e ci si ritrova per scambiarsi convenevoli……tutta la merce in esposizione è posata in terra o al massimo su dei carretti malandati ed i clienti rivoltano la merce in cerca di quello che vogliono salvo poi perdersi in contrattazioni epiche.

To be continued

Nukus – Uzbekistan

giugno 10, 2012 § 12 commenti

Foto presa dal sito…e per approfondimenti

 

Nukus – Uzbekistan

– Un lavoro a Nukus o meglio nelle vicinanze-

– Scusa ma dov’è Nukus?-

– Nella repubblica autonoma del Karakalpakstan , in Uzbekistan-

– Bene adesso è tutto chiaro , ne so quanto prima –

La conversazione continua addentrandosi in particolari tecnici e tempo di permanenza , breve , per fortuna . Non so se ho voglia di accettare , non mi entusiasmano queste ex repubbliche russe , in effetti non ne so molto anche se in un paio ci ho già lavorato.

Del Uzbekistan  so solo che ci sono Samarcanda e il Mar d’Aral che hanno fatto parte dei miei giochi da bambino e delle mie fantasie da adolescente . Camminavo nel più grande suq dell’Asia dove comperavo un cavallo bardato di tutto punto e mi avventuravo nel deserto arrivando sulle sponde del più grande mare interno e li mi imbarcavo su una nave dove liberavo una splendida fanciulla presa prigioniera dai nemici del Grande Tamerlano. Queste fantasie erano alimentate dai racconti della zia Giusy grande conoscitrice del “Milione “ e quando ci raccontava del grande viaggio infarciva i suoi racconti con episodi fantastici.

Tutto questo pensare mi fece decidere di accettare quel lavoro , forse avrei potuto vedere almeno uno di quei posti .

Pochi giorni dopo era tutto pronto, documenti vari  per l’ingresso e lettera di presentazione  e biglietti .

Viaggio piuttosto impegnativo , con vari scali e in aeroporti fatiscenti , macchina allo scalo finale , Nukus , che mi porta in città. Arrivo in mattinata e il tragitto mi fa capire cosa troverò .Delusione anche se non so cosa di diverso mi sarei aspettato ma ha tutto un aspetto così sciatto e scialbo . Gli uomini sono vestiti in varie fogge asiatiche , alcuni hanno un copricapo per lo più di forma mussulmana e le donne sono coperte da scialli. Non ho avuto modo di prendere informazioni perciò mi è quasi tutto alieno.

La città almeno per quello che ho visto è brutta , lo stile è quello sovietico, con palazzoni grigi e con le finestre senza scuri. Scopro che la città è relativamente recente , hanno iniziato a costruirla nel 1932  pianificata dal regime , solo una piccola parte già esistente ha qualche importanza storica.

L’albergo è un rudere ,che mostra qualche piccolo particolare di vecchi fasti ,dove non funziona praticamente nulla. La sera a cena vengo informato che la base dove dovrò lavorare si trova ad un centinaio di Km più a Nord vicino al Mar d’Aral. Dato che il mare si è ritirato sono venuti alla luce dei giacimenti di gas che ora stanno sfruttando. La persona che mi parla mi informa che il mare ha un ciclo di 40 anni che prima si ritira e poi ritorna . La cosa mi lascia perplesso , io avevo sentito che lo sfruttamento dei fiumi che alimentavano questo lago salato aveva ridotto la portata d’acqua e  la dimensione si era ridotta notevolmente.

La mattina mi vengono a prelevare e parto verso al mia meta , il paesaggio che si presenta è prima ricco di vegetazione poi dopo qualche chilometro inizia una distesa di campi di cotone a perdita d’occhio , la terra è grigia sembra malata, triste, un vento polveroso avvolge tutto. L’ultimo tratto di strada corre in un deserto di sabbia con solo il vento a fare da padrone, desolante .

I primi giorni il lavoro mi assorbe anche se è dura tenere sempre la maschera antipolvere e gli occhialoni tipo motociclista , la polvere è da ogni parte , si intrufola sotto i vestiti , da prurito , per levarla non basta una doccia veloce, spesso per avere la sensazione di essere pulito si ripete la doccia. Quando si termina di lavorare vado nel fabbricato che ci ospita e dove si svolge tutta l’attività extra lavoro . Lì abbiamo le nostre camere , c’è la mensa ed alcune sale che dovrebbero essere ricreative e di socializzazione  anche perché non puoi uscire , la polvere è onnipresente.

Li sera per sera scopro una amara verità, il mare si è ritirato per la pianificazione voluta da Mosca che ha realizzato canali di irrigazione per le vaste distese di campi di cotone di cui l’ Uzbekistan è  diventato il maggiore produttore mondiale ma non ha tenuto conto della vita che si svolgeva sul grande mare. I pesci sono morti ,i pescatori sono ridotti sul lastrico , hanno perso le navi , il clima è cambiato …il mare sta morendo . Anche il kazakhstan ha fatto la sua parte sfruttando il fiume che scorre sulle sue terre  , come le altre nazioni che gravitano nella zona.

I vari congressi promossi per salvare il mare sono stati vani ,non si trovano accordi, la guerra per l’acqua va avanti da decenni e il mare muore.

Voglio vedere questo scempio .

La città di Moynaq , che era il maggior porto di pescherecci, dista qualche decina di km devo andarci e organizzo per il primo giorno di riposo ma  vengo sconsigliato caldamente :

“non c’è niente solo sabbia e rottami arrugginiti”

“voglio vedere con i miei occhi, voglio sentire cosa si respira”

“respiri la stessa polvere tossica di qui ”

“Tossica? “

“Si, un misto di sabbia ,sale , pesticidi, DDT, e probabilmente qualche scoria batteriologica di esperimenti russi”

“Cazzo”.

Salgo nella mia stanza e vedo di reperire informazioni, cazzo è tutto vero stanno uccidendo un mare e le popolazioni che stanno li intorno senza la minima preoccupazione , la situazione è impressionante ma non recedo devo andare.

La mattina l’autista con il gippone  mi aspetta con la faccia imbronciata , probabilmente avrebbe preferito passare la giornata a giocare a carte e non certo ad accompagnarmi nel nulla.

Il paese è un piccolo assembramento di casupole di cemento e lamiera si vedono ancora le grandi strutture per la lavorazione e conservazione del pesce che sono state cannibalizzate per recuperare lamiere di copertura e riparo .  Scendiamo per una strada sconnessa  che portava al porto, si vedono ancora le massicciate ma acqua niente , è ancora più impressionante di come lo avevo immaginato, la polvere volteggia in modo perpetuo , i bambini giocano con una bottiglia di plastica prendendola a calci con la bocca avvolta da stracci. Come si fa a vivere in un posto così?

Io non ho idea di come fosse prima ma mi immagino una vita portuale ,navi ancorate , movimento ,gente dedita ai lavori più svariati. Adesso solo facce scure ,solo vecchi e bambini , qualche donna infagottata.

La macchina si avvicina a quello che era stato un porto, mi avvolgo una specie di sciarpa intorno alla bocca e scendo , mi appoggio a una ringhiera arrugginita , il mio sguardo corre sulla desolazione ,il paesaggio appare spettrale. Si vedono le sagome dei pescherecci insabbiati come lapidi di un cimitero alieno. Cammino lentamente sul molo come in trance , a  pochi metri dalla massicciata c’è una imbarcazione disposta come se un gigante ci avesse giocato e poi stanco l’avesse abbandonata li .Si trova in basso rispetto a me e sulla prua vedo qualcosa che assomiglia ad un fagotto , la ruggine e il sale ha mangiato tutto, le lamiere di copertura sono strappate e sottili ,traforate come trine . Mi sposto per vedere meglio, il fagotto è un vecchio con una logora giubba militare di un colore indefinibile e trapuntata di rammendi , le gambe sono coperte da un pezzo di telone dal quale spunta una vecchia scarpa, sulla bocca un pezzo di tela a quadretti grigi. La pelle sembra una ragnatela , grigia e gli occhi sono socchiusi e guardano dove una volta l’acqua rifletteva il sole.

Sta immobile come una statua sul viso grigio solo due solchi scendono su quella striscia di viso… la sola acqua dell’Aral. Mi si è stretto il cuore non riesco a sopportare quella vista , quell’immagine esprime tutto il dolore possibile per un mare che muore e mille e mille vite che si spengono. Sono tornato indietro , volevo andare via lontano , ma una volta salito ho chiesto al driver che trovasse una strada per scendere sul fondo del mare . Cazzo ero li , volevo camminare sul fondo del mare , volevo raccogliere mele verdi dal fondo del mare.

Il gippone si muoveva lentamente , gira intorno a pozze secche , il driver aveva paura di insabbiarsi, la polvere vortica , il paesaggio è lunare, il mio cuore è stretto come in una morsa …lacrima.  Ci inoltriamo sul fondo del mare , indico al driver un peschereccio a qualche centinaio di metri , sembra una barchetta , mentre ci avviciniamo si ingrandisce, il tempo scorre come sospeso, l’ululare del vento copre il rumore del motore. Mi sembra di essere sul modulo lunare, a pochi metri si arresta , mi preparo a questa uscita nello spazio, indosso gli occhialoni, mi sistemo l’elastico, avvolgo la sciarpa sulla testa e la faccio passare sulla bocca. Chiudo bene la giacca e alzo il bavero ,indosso il mio scafandro sono pronto per la missione.

Scendo velocemente incurante di quello che sta biascicando l’autista, sbatto la portiera  faccio alcuni passi verso la fiancata corrosa. Mi guardo intorno ed è uno spettacolo che non dimenticherò mai , la presunzione degli uomini ,l’assenza di scrupoli, la ricerca di profitto ad ogni costo , tutto questo ha portato al più grande disastro ecologico che si possa immaginare ,uccidere un mare , annientarlo.

La mia mano si posa sulla lamiera consunta , la sento abrasa come sabbiata , miliardi di granelli l’hanno colpita ed ognuno ha creato un microscopico danno .Quella barca che ha solcato le acque che ha trasportato uomini al lavoro , che ha pescato tonnellate di pesce , che ha sfamato famiglie ora è li morta come tante altre aspettando che il vento termini la sua impresa e la trasformi in polvere, annullando dalla visione quelle sagome nere , quelle vestige di un passato che non tornerà più.

Oppresso da una tristezza senza fine risalgo sul gippone e chiedo al driver di tornare alla base.

Questa esperienza è stata una sofferenza ma la ritengo necessaria perché certe cose ti rimangono dentro e sono quelle che ti cambiano la vita la fanno deviare leggermente e ti fanno apprezzare dove vivi e quello che hai ma ti fanno capire che le opere dell’uomo devono avere un limite .

Dopo essere stato li mi rendo conto che non avrei potuto rinunciarvi , un bagno nel mare della nefandezza umana e non ho raccolto nemmeno una mela verde.

Ho terminato il lavoro senza neanche più pensare a Samarcanda , chissà come l’hanno ridotta .Non hanno solo ucciso un mare o distrutto un mito di città hanno ucciso il ricordo di una estate della mia vita di bambino dove su un vecchia Graziella scassata vagavo per le vie di Samarcanda come sulla sella di uno splendido destriero  e tra le pozze del fiume combattevo sulle sponde del Mare d’Aral .

Cazzo non si uccidono i sogni …chissà cosa ne pensa il Grande Tamerlano?

Nicaragua,I sogni non hanno confini

aprile 16, 2012 § 9 commenti

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Inverno, sono appena rientrato in Italia al termine di un contratto, giornate fredde, piovose. Passati i primi giorni a riallacciare rapporti e stanare amici caduti in letargo, mi dedico a qualcosa che mi piace. Ho recuperato un vecchio tavolino malridotto, ricoperto da svariate mani di pittura , ormai butterata e scalcinata e mi dedico al recupero. Sono convinto che nascosto sotto a quell’aria malconcia troverò qualcosa di piacevole. Un altro motivo è che mi piace usare le mani, avere il piacere di creare , di toccare un oggetto , di vederlo crescere , riprendere forma.
Sto aspettando un nuovo contratto, arriverà una telefonata di contatto, un nuovo lavoro , un nuovo paese, ma non ho premura . Questo mio vagabondare mi ha insegnato che la vita va goduta assaporata, e per farlo bisogna fare le cose che ti piacciono , anche le piccole cose . Prendere un aperitivo con gli amici, guardare il mare in burrasca, scivolare sulla cresta di una onda, scartavetrare un tavolino. Le mani si muovono a tempo di blues, nel mangianastri gira un pezzo e Clapton pizzica le corde facendo da base alla voce roca di BB king , non penso a niente , sento i nodi dei nervi che si sciolgono, le tensioni svaniscono, il legno si schiarisce, si leviga, certe incisioni sono profonde ma… le lascerò , danno la sensazione si una svisa sul manico di una chitarra con le dita che strisciano sulle corde ricavando un suono che sale di mezzo tono in mezzo tono.
La chiamata arriva , pochi accordi, e si riparte. In mezzo a questo gelido inverno il pensiero di un lavoro di circa un paio di mesi in Nicaragua mi sembra un miraggio, caldo , sole.
Distribuisco l’impregnante con lunghe pennellate, le striature si fanno evidenti, il legno si tinge , si scurisce, le note del blues riempiono l’aria e si mischiano con l’odore del diluente. Tiro la cera e il legno diventa caldo, la mano ci scivola sopra in cerca di asperità, mi trasmette un certo calore che schiarisce il cielo.
Butto un po’ di cose in una valigia, nella tasca metto un Walkman con la cassetta che ormai è la colonna sonora di questo momento.
Un volo come tanti ,atterro a Miami . Devo attendere il passaggio per Managua, mi guardo attorno e inizio ad entrare nell’atmosfera caraibica.
Vedo pelli con le varie tonalità, da quelle che sembrano solo abbronzate a pigmenti color caffè, e gli abiti si fanno colorati con accostamenti poco canonici.
L’aereo che mi aspetta ha un aspetto poco confortante e scalcinato, mi affido al fatto che il volo è relativamente breve , circa tre ore, e mi subentra un senso di rassegnazione…tanto non ci sarà di meglio…. Scendo a Managua , il caldo è liquido, pesante. Il corpo abituato all’aria condizionata fa fatica ad adattarsi, i vestiti si incollano, arrivo all’uscita come pressato da un peso insopportabile e un paio di persone sono ad aspettarmi. Prendono il mio bagaglio e lo buttano su un gippone posteggiato con il motore acceso, quando entro prendo un’altra mazzata…ho freddo. Tento di far alzare la temperatura inutilmente, il sudore mi si raffredda…iniziamo già bene!!!
Vengo accompagnato in una specie di Hotel residence e mi viene assegnato un appartamentino decente, guardando dalla finestra mi accorgo che non sono distante dal centro…bene.
Il lavoro , i primi giorni assorbe tutta la mia attenzione, lasciandomi solo il tempo di prendere alcune informazioni, voglio andare a fare il bagno nel Pacifico. L’autista del fuoristrada è disponibile a farmi da guida e mi prepara un piano comprensivo di visita a due vulcani e permanenza sulla spiaggia.
La strada nelle vicinanze della città è abbastanza ampia poi si trasforma e a tratti è sterrata, attraversa paesi dove sui muri si vedono i segni della guerra sandinista e noto che molti uomini sono armati di lunghi machete e alcuni nella cintura trattengono dei grossi revolver . I due grossi vulcani incombono su di noi e il fuoristrada si arrampica sulle pendici del primo , il più piccolo . Il cratere è vasto e desertico e dalla cresta si gode di un magnifico panorama che si estende intorno. L’autista ha una specie di frenesia e mi vuole portare a visitare il secondo decantandomi il lago interno. Il fuoristrada non riesce ad arrivare fino in cima e bisogna camminare una quindicina di minuti. La vista è mozzafiato, il lago ha un colore turchese che stacca sulle pareti scure, è di un colore così intenso che fa male agli occhi, cerco una zona d’ombra per ripararmi dal sole che scotta e mi siedo ad ammirare le nubi che si riflettono sulla superficie e corrono veloci spinte da un vento che non si sente.
Metto gli auricolari e BB King mi graffia i timpani, osservo il colore dell’acqua e quello del cielo ogni tanto entrano in fusione come se stessero facendo del sesso. Spettacoli come questi ti riconciliano con la vita, la musica da il ritmo al tempo e lo lascia scorrere senza fine. Scendiamo lungo la carretera in direzione del pacifico, ma abbiamo perso quasi tutto il giorno , mi piacerebbe arrivare in tempo per il tramonto sul mare.
Eccoci finalmente ,giungiamo ad un villaggio riparato dietro ad uno sperone. Scendo appena prima dell’abitato e mi incammino su una spiaggia nera, dura , compatta dove le orme fanno fatica ad imprimersi. Cammino lentamente riparandomi dal vento teso, i miei occhi seguono la direzione del sole che si sta inabissando lontano sull’oceano. Qui vicino all’equatore il tramonto è molto rapido e il sole si sta tuffando, mi sembra quasi di scorgere i gorghi e gli spruzzi biancastri che si elevano nell’aria come a spostarsi , come a lasciargli spazio e il sole si immerge come in una grande ferita e le acque si ritraggono sanguinanti portando il loro rossore a riempire l’orizzonte. La luce si affievolisce rapidamente e ritorno sui miei passi prima che l’oscurità mi avvolga e che il vento mi pieghi come i pochi arbusti che frusciano come anime nere. Raggiungo il fuoristrada , parcheggiato vicino a una delle prime casupole, dove il mio autista , Paco , mi sta aspettando e mi riferisce che ha trovato da mangiare e da dormire. Non faccio domande , come se avessi paura delle risposte, in effetti preferisco non sapere cosa può aver trovato a quell’ora e in così poco tempo. Nella casupola non c’è corrente elettrica , alcune lampade ad olio illuminano fiocamente l’interno, un fuoco scoppietta in una vecchia stufa dove una pentola emette dei sonori borbottii , il vento sulla spiaggia mi ha lasciato una sensazione di freddo in contrapposizione del caldo patito nella giornata.
Dopo pochi minuti la cena è pronta e una frotta di bambini si materializza mettendosi a sedere in un angolo. In una scodella si materializza una brodaglia dal forte odore speziato ho qualche attimo di titubanza ma decido di correre il rischio , nella borsa ho qualche pastiglietta che dovrebbe risolvere gli eventuali problemi.
Il gusto è buono anche se un po’ forte, segue un piatto di pesci che hanno un gusto strano, leggermente amarognolo, rifiuto di bere l’acqua e mando Paco a prenderne una bottiglia in macchina. Insieme all’acqua butto giù un paio di pastiglie , non voglio avere sorprese. Come erano apparsi i bambini spariscono e ci attardiamo a fumare seduti intorno al tavolo e Paco tiene banco in una conversazione che ha tutta l’aria di un monologo, mi accompagnano in una stanzetta con un lume , ma non voglio vedere niente , voglio solo dormire. La mattina è luminosa il vento è sparito il caldo appiccicoso, la spiaggia è un po’ meno nera della sera precedente ma in compenso mi rendo conto che è una striscia molto lunga di cui non si intravede la fine. Le onde vi si buttano a capofitto come a cercare di ghermire le piccole sfere di lava che rotolano senza fine, l’acqua è fredda ma fuori la temperatura è elevata e per poter resistere bisogna fare frequenti immersioni.


La mattina corre veloce , ma non mi sento a mio agio, mangiamo un piatto di pesce fuori dalla casa e saldo il mio conto veramente irrisorio e lasciamo questo posto che non mi ha lasciato nulla se non lo splendido tramonto. Sulla strada del ritorno mi prende il pensiero che domani si ricomincia e cerco di scacciarlo con un sonnellino , impresa epica visto come sono sbattuto da una parte all’altra , con il fuoristrada che salta da una buca all’altra.
Una sera che stavo gironzolando senza meta nei pressi del mercato, aspettando che giungesse l’ora per andare a cena, osservavo le evoluzioni di un carretto in mezzo alle varie ceste posate alla rinfusa. Era trainato da un ragazzino piuttosto esile ma nonostante ciò il movimento era piuttosto rapido e deciso , veniva verso di me e mi sono fermato per seguirne il percorso, pochi metri prima di raggiungermi ,una ruota si impuntava in un pezzo di marciapiede sbrecciato, una stanga lo colpiva nel polso e il carretto perdeva parte della mercanzia. Intorno nessuno sembrava curarsene e il ragazzino tentava faticosamente di rimettere i sacchi sul carretto ma sulla faccia si vedevano evidenti le smorfie di dolore ogni volta tentava di usare il braccio colpito. Mi sono avvicinato , ho buttato i pochi sacchi rimasti a terra e senza parlare mi sono messo ad aiutarlo a spingere il carretto .

Dopo qualche decina di metri siamo giunti a destinazione e il ragazzino a consegnato il carretto ad una donna con il lineamenti da india che gli ha borbottato di scaricarlo. Lui le ha mostrato il polso che ormai era gonfio come un pallone e lei sempre borbottando si è messa a spostare i sacchi, io mi sono avvicinato e le ho chiesto se potevo accompagnare il ragazzino all’ospedale….lei mi ha guardato e con una espressione con un chiarissimo ..chi se ne frega…ha praticamente acconsentito. L’ospedale non era molto distante , ci ero passato qualche volta davanti, e lo raggiungemmo rapidamente. Alla reception c’era un fattorino in una uniforme che sicuramente aveva avuto tempi migliori, cercavo di farmi capire che avevo bisogno di un medico, gli mostravo il polso del ragazzino e lui mi indicava delle panche appoggiate a un muro dove sedevano alcune donne coperte da scialli multicolori. Io non volevo passare la sera ad aspettare e alzavo le voce ripetendogli che avevo bisogno di un medico e non volevo aspettare, lui insisteva a mostrarmi le panche e allora prendendo il ragazzino per il braccio sano mi sono avviato verso la corsia con il fattorino che a quel punto cercava di fermarmi , ed era lui ad alzare la voce . Ero già a metà corridoio quando una giovane donna con il camice si avvicinava verso di me cercando di capire cosa stava succedendo.
Non era una locale , aveva la pelle chiara e una massa di capelli rossi e un paio di occhi molto chiari, prima si rivolse al fattorino con uno spagnolo dall’accento inglese zittendolo, poi si rivolse a me in inglese per domandarmi il motivo del mio ingresso. Io le mostrai il polso del ragazzino che oltre ad essere gonfio era anche bluastro, come le dissi che ero italiano si rivolse a me in un italiano stentato e mi spiegò che lei era la radiologa e che avrebbe fatto immediatamente i raggi al polso e di aspettare. Poco dopo mi raggiunse e mi invitò nello studio medico dove mi presentò un giovane medico italiano, Vincenzo , che lavorava per una ONG . Vincenzo controllò i raggi , mise in atto una steccatura al polso del ragazzino , una puntura di antidolorifico , una serie di pastiglie e lo mandò a casa , aveva finito il turno e lo invitai a bere qualcosa. Aspettammo la radiologa e ci avviammo verso un bar, che diventò il nostro luogo di incontro. La dottoressa si chiamava Kathe , anche lei lavorava per la stessa ONG e avevano fatto il corso preparatorio a Miami e si vedeva chiaramente che tra loro era sorto qualcosa di più di una semplice amicizia. Mi invitarono a casa loro per la cena il sabato successivo. Mi presentai armato di un paio di bottiglie e di un mazzo di fiori per la padrona di casa, mi misero subito a mio agio. La casa era arredata con semplicità e vi era nell’aria qualcosa di provvisorio, come se non avessero voluto personalizzarla, avessero voluta renderla anonima in modo di avere chiaro il concetto che avrebbero dovuto abbandonarla una volta terminato il loro tempo di permanenza. Notai con una certa perplessità che i coperti erano quattro e come per rispondermi il trillo del campanello introdusse l’ospite. Era una giovane donna di età indefinita che mi presentarono come la dottoressa Oriella , lavorava nella stessa organizzazione ma era già al terzo rinnovo di permanenza. Era specializzata in Otorinolaringoiatra e proveniva da un paese vicino a Piacenza che aveva lasciato dopo la morte dei suoi genitori. Dopo questa breve introduzione si chiuse in una riservatezza imbarazzante. Dopo cena mentre sorseggiavamo un liquore , mi chiese che lavoro facevo….Alla mia risposta seguì un silenzio quasi sospetto, poi come se avesse meditato Oriella improvvisamente si fece seria e mi raccontò una cosa che suona più o meno così.
Uno strano racconto
Era andata via la luce. Ancora una volta al buio.. Il buio lì intorno , alla periferia di Managua era proprio nero, denso, senza luna, senza bagliori. Quella sera nella sua casa di un solo piano, circondata da alberi e arbusti, alcuni piantati e altri infestanti, era sola. Fuori l’aria era ferma, non il solito venticello della sera. Forse qualche topolino, di quelli che si nascondevano dietro la credenza, stava trovando il coraggio di fare una passeggiata alla ricerca di qualcosa di meglio dei pochi biscotti secchi che aveva comprato qualche giorno prima. Il fruscio l’avrebbe fatta trasalire. Il gatto con disappunto scese dalla sua sedia preferita e si strusciò alle sue gambe. Aveva percepito qualcosa, ma sembrava non esserne sicuro. Al suo paese , nei pressi di Piacenza, lei avrebbe guardato fuori della finestra per vedere se dalle case accanto filtrasse la luce. Allora si alzò e aprì la porta d’ingresso che dava direttamente sulla strada. L’aria densa e ferma era fresca. Il fascio di luce di una camionetta che passava illuminò la signora della casa di fronte, anche lei sulla porta a chiacchierare con la figlia. Vide un militare che passava con il suo zaino in spalla, che forse era sceso dalla montagna e stava facendo ritorno al comando della Regione e una ragazza con in mano il contenitore del latte. Sicuramente era di ritorno dalla casa di dietro dove anche Oriella lo comprava. Le sembrò di sentirsi più sicura con la porta aperta e tornò a sedersi ad aspettare che tornasse la luce.
Ricordava che, fin da bambina, aveva sempre voluto e forse dovuto sperimentarsi con le situazioni difficili.
Lei, bambina di cinque anni, come tutti i bambini, aveva paura del buio e soprattutto di rimanere sola al buio, ma non avrebbe mai potuto darlo a vedere, anzi non poteva neanche confessarlo a se stessa. I suoi genitori pretendevano da lei sempre un comportamento da grande e i grandi, si sa, non hanno mai paura del buio oppure di rimanere da soli! Ora i suoi erano morti e non pretendevano più nulla da lei.
La sua non era una vera e propria paura: era, per quello che ricordava, una specie di apprensione, di inquietudine, come quella che prende quando s’ha l’impressione che qual cosa di brutto possa verificarsi da un momento all’altro.
Allora in quella grande casa di paese con le finestre addossate alla casa vicina e da dove filtrava poca luce, giorno dopo giorno, nelle ore di pausa dalla scuola, aveva cominciato a costruirsi una storia. Aveva un amico invisibile , molto più affidabile degli animali che aveva come compagnia. Era sempre con Lei , obbediva ai suoi voleri ma un giorno non riuscì più ad immaginarselo e pensò di essere diventata cieca almeno nella fantasia. La paura la pervase e …. se un giorno fosse diventata cieca certamente avrebbe dovuto muoversi al buio, anche da sola, ne sarebbe stata obbligata e la paura sarebbe scomparsa come per magia. A pensarci bene, non aveva mai conosciuto nessun bambino cieco e suo nonno portava solo un cerotto per tenere alzata la palpebra sinistra. Sapeva che i ciechi erano malati e non ci vedevano e, secondo lei, era come se avessero gli occhi sempre chiusi. Così aveva provato a chiudere gli occhi: lo aveva provato tante volte. Sì, era come stare al buio!
Non era sicura che sarebbe diventata cieca. Fino ad allora non aveva mai sofferto di malattie più gravi della febbre per la tonsillite, eppure, di tanto in tanto, la coglieva quello strano stato d’ansia: come avrebbe potuto prepararsi a muoversi al buio senza paura? Come avrebbe potuto prepararsi a non avere paura del buio dei ciechi? Anche senza le malattie, un giorno, forse, avrebbe potuto non vederci più. Sarebbe diventata cieca e sarebbe rimasta al buio per sempre. Paralizzata dalla paura!
Come avrebbe potuto, allora, muoversi nel mondo senza avere paura?
Come avrebbe potuto continuare a fare le cose di tutti i giorni senza vedere?
Con i brividi che le correvano sulla schiena e la pelle d’oca sulle braccia, ora ricordava bene il momento in cui aveva deciso di allenarsi. Sì, si sarebbe allenata per essere pronta a non aver paura nel caso fosse diventata cieca. Si sarebbe allenata a camminare ad occhi chiusi anche di giorno e anche di notte. Quella sventura che le sarebbe potuto capitare tra capo e collo non l’avrebbe trovata impreparata!
Il buio era denso, avvolgente, freddo. Lo sentiva sulla pelle delle mani e quasi pesava sulla maglia e sui calzettoni. Nel buio le scarpe sembravano più strette, piene di piedi. Era ruvido come le pareti che andava toccando per orientarsi nella stanza, ma a volte anche liscio e freddo come quando toccava la porta o sedeva per terra. Era pianeggiante, consistente e senza ostacoli come il pavimento che toccava con la pianta dei piedi, ma era anche duro e compatto come lo scalino che incontrava con la parte superiore della punta dei piedi. Il buio era anche l’ostacolo morbido dove inciampare sull’orlo del tappeto e la terra che ti mancava sotto quando scendeva per le scale. Il buio era il dolore al ginocchio quando inciampava nella sedia. Il buio era viscido quando il cane di zio Tommaso le mollava una leccata e ovattato quando il gatto a casa di nonna le veniva in contro. Nel buio i suoni erano rumori o musiche lontane.
O …forse , siamo tutti ciechi …perché non riusciamo a vedere nell’animo di chi ci sta vicino

Sogni ed altro
Qualche volta ci trovavamo nel locale vicino all’ospedale , veniva anche Oriella ma stava sempre immersa nei suoi pensieri, Kathe era molto più brillante, sicura e immaginava il suo futuro di medico. Vincenzo e io la stavamo a sentire finché una sera mi annunciò che sarebbe volata fino a casa a Miami e si sarebbe fermata per qualche giorno e Vincenzo mi invitò ad una escursione che aveva programmato da tanto tempo ma non era riuscito ad effettuare. Si trattava della discesa di un fiume in barca fino al Mar dei Caraibi. Il mio lavoro volgeva quasi al termine ed accettai con entusiasmo.
Partenza alle prime ore dell’alba, ci dirigiamo verso la città di San Carlos che sonnecchia artigliata al letto del fiume St Juan le cui acque vanno a mischiarsi alla foce con il mare dei Caraibi. Contrattiamo con un barcaiolo il passaggio , la sua faccia sembra di cuoio conciato, non mostra il minimo interesse alla cosa, intasca i soldi pattuiti e ci fa sedere a poppa. Siamo partiti , ci vorranno due giorni e dovremo dormire sul fiume , ci rilassiamo e lo sguardo corre sulle rive. Il barcaiolo comanda sicuro il timone e si porta al centro della corrente per sfruttarne la spinta. La vegetazione intorno è rigogliosa interrotta solo dai campi coltivati. Sulle irte pendici ci sono fitti bananeti per poi lasciare il posto a coltivazioni di caffè e di canna da zucchero. Il fiume si allarga e si restringe con zone di calma e di correnti veloci . Pur essendo il paesaggio molto vario dopo qualche ora ci prende una certa sonnolenza che viene interrotta da un pezzo di pane con qualche pesce salato e da alcune banane fritte. Sopraggiunge il buio e il barcaiolo ormeggia in una ansa tranquilla, scende a terra raccoglie un po’ di arbusti secchi e mentre ci sgranchiamo le membra , accende il fuoco.
La cena è frugale e non da spazio a chiacchiere, mentre ingurgito una brodaglia piccante sento scorrere l’acqua del fiume , nell’aria si sentono versi di uccelli notturni. I miei occhi cercano i contorni del bosco che faceva da confine a questa piccola radura . Le fiamme del fuoco da campo cercano di squarciare le tenebre sempre più fitte e il barcaiolo accende una lampada ad olio e la posa sulla barca per poi distendere una zanzariera, è il segnale che dobbiamo andare a dormire. Posiamo i nostri sacchi a pelo sul fondo della barca e ci appoggiamo sui bordi per fumare, l’acqua ci dondola dolcemente. Vincenzo incomincia a raccontarmi della sua vita. Nato in Puglia da una famiglia modesta percorre tutte le tappe che lo portano fino all’università che decide di frequentare a Ferrara ,perché una sua zia vive lì vicino e lo può ospitare. Laureato in medicina si inserisce nella specializzazione di pediatria in un grande ospedale dove ottiene anche un posto fisso di vice primario ma non si sente a suo agio. Lontano dalla famiglia , accoppiato ad un carattere introverso , si trova spesso in situazioni di solitudine . Il suo pensiero corre ad una ragazza che frequentava il suo liceo della quale era stato invaghito senza mai aver avuto il coraggio di dichiararsi…chissà forse adesso che era quasi affermato avrebbe avuto la forza di farsi avanti.. Il suo sogno era di dirigere una clinica specializzata nella sua città natale . Aiutare i bimbi a risolvere i loro problemi di salute . Dare un punto di riferimento al suo Sud bistrattato. Il tempo passava e l’occasione era di la da venire, poi il suo contatto con questa ONG che gli permetteva di dirigere un ospedale , di farsi una esperienza non comune e poter ritornare al suo paese con dei titoli che avrebbero potuto permettergli di coronare il suo sogno. Le parole correvano lente e fluenti come le acque del fiume rischiarate dalle stelle , le braci delle sigarette sembravano fari nella notte, i sogni sembravano fluttuare e alzarsi nel cielo. Prima di dormire attaccai la mia musica e Clapton scandiva il ritmo dei miei pensieri e pensavo ai sogni di Vincenzo che tra poco si sarebbero tramutati in una bella realtà. Il chiarore del mattino ci penetrò sotto le palpebre , una densa nebbia copriva la porzione di cielo sopra di noi , il barcaiolo stava accendendo nuovamente il fuoco con appeso sopra un bricco di caffè. La discesa proseguì rapida tra quelle sponde incantate e ci scambiammo solo poche parole come se tutto quello che c’era da dire fosse già stato detto. La sera arrivammo al mare dei Caraibi ma il tempo era finito e un autobus scassato ci riportava su a Managua e il viaggio era lungo Arrivammo nella notte inoltrata e ci salutammo e ognuno si avviò verso la propria casa. Il lavoro attraversava una fase che mi lasciava pochi spazi perciò trascorsero alcuni giorni senza poterci frequentare. Una sera ci incontrammo al solito locale, Kathe che era rientrata da Miami , mi sembrava spumeggiante più che mai, teneva banco e mi invitò per la sera successiva a cena da loro, perché aveva delle novità importanti da comunicarci . Invitò anche Oriella che sembrava recalcitrante ma che dovette soccombere dopo molte insistenze.
La sera dopo , c’era qualcosa di strano nell’aria, Vincenzo non alzava gli occhi , Oriella era chiusa in un mutismo assoluto, Kathe era incontenibile.
Verso la fine Kathe mi comunicò la novità , dopo una settimana avrebbero finito la loro permanenza , Lei e Vincenzo sarebbe rientrati a Miami dove suo padre aveva costruito un nuovo padiglione in aggiunta alla sua clinica e questo padiglione era di pediatria e Vincenzo ne sarebbe stato il primario.
Oriella mi guardava fisso negli occhi , senza nessuna espressione, Kathe era la felicità in persona, Io non riuscii a complimentarmi con lei e mi limitai ad alcune frasi di circostanza che la lasciarono leggermente perplessa ma solo per qualche attimo ma era talmente piena di se che passò subito ad altro. Trovai una scusa per andarmene rapidamente , mi sembrava di assistere ad una scena dove una bimba incosciente prende a martellate lo specchio dei sogni riducendo i frammenti in pezzi così piccoli che non si possa ricostruire neanche la più piccola immagine.
Alcuni giorni dopo incontrai Vincenzo e Oriella , lui faceva discorsi banali come se avesse vergogna di aver condiviso con me i suoi sogni e che io fossi un testimone scomodo che assistevo alla sua resa. Restai qualche minuto con Oriella e prima di salutarci lei mi disse : “ Un uomo non dovrebbe mai permettere che qualcuno lo allontani dai propri sogni, i sogni possono rimanere sogni per tutta la vita , ma gli deve rimanere la possibilità di sperare che il sogno si avveri”.
Ma quali sono i tuoi sogni………..”Io sto vivendo il mio sogno”
Da allora non ho più visto nessuno di loro ..ma ogni tanto un sogno lo vivo anch’io

Sueño

aprile 12, 2012 § 13 commenti


Omaggio a Pablo Neruda

Sono in transito in questa capitale , la mia vita è una sequenza di
transiti, di visioni parziali…mi da la possibilità di cogliere
momenti , particolari….poche volte l’insieme……ma chi coglie
l’insieme delle cose?….ognuno ha la sua visione , legata al proprio
modo di pensare , di vedere …..delle proprie aspirazioni. Sono qui
per caso, in attesa di partire per il sud, per raggiungere un sito
slegato dal contesto che mi porterà ad una realtà solo mia e allora
cosa si può cogliere da questa opportunità? Da questo transito dal
quale voglio prendere qualcosa una esperienza , una sensazione e forse una emozione. Visitare un luogo dove splendide poesie sono nate , hanno preso forma . Respirare l’aria , immergersi nell’aurea che permane nella casa di un grande poeta, con la segreta speranza che qualche bricciola di questa sensibilità entri a far parte di me. Pablo Neruda, le sue poesie sono degli splendidi quadri in versi…una trasmissione …..ti estraniano dall’essere, ti entrano nel cuore , ti calmano i tumulti della mente.

Mi immetto nella Avenida Bernardo O’Higgins che attraversa Santiago del Cile da est a ovest, prima di confluire nell’autopista 68, l’autostrada del mare. Accanto al grigio palazzo della Moneda, le quattro corsie per senso di marcia circoscrivono, come un miraggio, prati alberati e aiuole fiorite, in mezzo ad un nastro di traffico ininterrotto e insuperabile. Il flusso di veicoli sembra soluzione di continuità e  si dirada unicamente dopo l’orario di chiusura degli uffici, per svanire del tutto durante le ore notturne, fino all’alba. Al sorgere del sole il lunghissimo viale si illumina di delicate tinte pastello, mentre i colori aumentano d’intensità inondando con riflessi di fiamma le anonime facciate dei grattacieli del centro rendendoli vivi con queste pennellate date dall’immutato ciclo che si ripete da prima che l’uomo perpetrasse il suo attacco distruttivo alla terra  .

I cittadini di Santiago hanno quasi dimenticato chi era Bernardo
O’Higgins, il Libertador del Cile, adesso è più conosciuta l’Avenida ,
la porta d’accesso al mare, l’inizio delle sospirate ferie estive, la
strada verso i picnic sulla spiaggia. Durante i fine settimana d’estate
i vacanzieri abbandonano la calura metropolitana per concedersi un po’ di relax sulle affollate spiagge di Viña del Mar e di Renaca, di
Cartagena e Isla Negra.

La baia di Valparaiso è un succedersi ininterrotto di costruzioni, un
ammassarsi di vari stili architettonici che si affacciano sul Pacifico.
Un’edilizia selvaggia e sregolata, che ricorda lo scempio consumato
sulle coste italiane durante gli anni sessanta e settanta, ha steso una
coltre di cemento che si arrampica con indomita arroganza fin sui
ripidi pendii di friabile arena rossa. Dal disastro non si salva
neppure il litorale a sud della baia. Ovunque spuntano cantieri che
partoriscono torri di cemento armato dall’architettura stravagante,
enormi condomini nati per la gioia dei nuovi ricchi, a coronamento del
sogno di un’esclusiva dimora balneare, la cui pretenziosità è pari solo
al kitsch. Isla Negra si trova in una località più decentrata rispetto
alle regole di questo desolante conformismo architettonico. Non è il
nome di un’isola, ma quello di una piccola frazione rivierasca, in cui
Pablo Neruda scelse di stabilire la propria residenza estiva. Mezzo
secolo fa il sito doveva essere un luogo isolato, una tranquilla oasi
di pace situata in un tratto deserto di costa. Oggi sorgono numerose
villette, già minacciate dalla silhouette di alti condomini che
spuntano oltre i bassi scogli del  promontorio.

La casa balneare di Pablo Neruda non è una costruzione appariscente. Non si distingue facilmente dalle altre ville che si affacciano sul mare,
tant’è che per trovarla occorre domandarne l’ubicazione. Non ci sono
insegne o cartelli stradali che ne indichino la presenza. I cileni non
ne hanno bisogno, sanno già dov’è. Durante i fine settimana estivi
l’affluenza di coloro che rendono omaggio all’esule, al poeta, al
premio Nobel, rende necessari turni e lunghe code per accedere al
piccolo museo. A ventisette anni dalla scomparsa, la memoria di Pablo
Neruda resta vivissima tra i compatrioti. L’abitazione è un luogo
sereno, custode della memoria, pervaso della nostalgia del ricordo, è
quanto di più tangibile resta della vita di un uomo, il resto essendo
solo sogni e parole e perciò evanescenti tende a
volatilizzarsi…fissato solo da parole su un foglio. Un luogo
saldamente ancorato alla terra ma permeato dal brusio del mare.

Un basso steccato difende il giardino più dall’assalto dei visitatori che
da quello dei teppisti. All’interno, una vecchia locomotiva a vapore fa
bella mostra di sé davanti al patio. La motrice di metallo, verniciata
a tinte accese, è di piccole dimensioni, simile al toy train che ancor
oggi si arrampica da Siliguri a Darjeeling lungo la ripida ferrovia a
scartamento ridotto. Sul retro della casa crescono enormi agavi, sotto
le cui alte infiorescenze giace un’enorme ancora rosa dalla ruggine e
dipinta di nero. Proveniva da un veliero in disarmo, giunto nel porto
di Callao, a Lima, per il suo ultimo viaggio. Una targa spiega le
vicissitudini occorse al notevole cimelio prima di arrivare a Isla
Negra, l’estremo approdo. Perché un’ancora? Forse perché la casa stessa ricorda la tolda di una nave alla fonda, con la prua rivolta verso
l’oceano e le radici ben piantate sulle rocce della riva. E’ una dimora
lunga e stretta, ad un piano, che si affaccia sull’oceano da una bassa
scogliera, idealmente unita alle acque dalle ampie vetrate. L’interno è
organizzato in modo lineare. Questo insolito modo di collegare gli
spazi nasce dall’innata propensione delle persone per i percorsi
diretti. Neruda aveva progettato la sua dimora con questa
consapevolezza in modo intuitivo, come si fa quando impieghiamo le
regole grammaticali. L’interno è suddiviso in compartimenti a cui si
accede in un’unica direzione, da una stanza all’altra. Non ci sono
saloni, tutto è piccolo, raccolto, intimo. Dopo la morte del poeta la
casa è stata adibita a museo, una raccolta di schegge, di frammenti
raccolti nel corso di un’intera esistenza, cimeli che narrano una
geografia inquieta, un gusto per il collezionismo di manufatti
inusuali, fuori dall’ordinario, indice e riflesso di una grande anima.
La casa è costruita con materiali semplici, legno e pietra, separati da
grandi finestre rettangolari che si affacciano sul Pacifico. L’acustica
della camera da letto, unica stanza della casa situata al primo piano,
assieme alla biblioteca, è studiata per lasciarsi cullare dal mormorio
della risacca delle onde oceaniche che s’infrangono contro le rocce più
in basso. Lo studio amplifica il tamburellare di gocce di pioggia che
il tetto della casa ascolta cadere nella notte. E’ un luogo armonico,
ricco del fascino della semplicità. Sopra i tavoli poggiano splendide
vetrerie, piatti, calici, bizzarri orci celesti e smeraldo, velieri in
bottiglia di ogni forma e dimensione.  Le pareti del corridoio che porta allo studio sono tappezzate  da
stampe antiche, da carte geografiche di Mercatore, tra paramenti sioux, maschere africane, sculture dell’Isola di Pasqua. Oltre ad una quantità di doni esotici fatti dagli amici sparsi per il mondo. Un’enorme cannocchiale newtoniano, un autentico mappamondo del ’700, che troneggia accanto al camino rivestito di lapislazzuli, dono di un’amica artista, il bagno erotico con le pareti rivestite da miniature
licenziose. Una sterminata collezione di conchiglie provenienti da  tutti i mari tra cui spicca un’enorme tridacna del Pacifico, simile ad
un’acquasantiera, accanto ad un dente di narvalo lungo tre metri. Nello studio, tra un patrimonio di migliaia di volumi donati all’università di Santiago, spiccano le fotografie incorniciate di Boudelaire, Majakovsky e Garcia Lorca. Nel soggiorno volteggiano sospese al soffitto o appese alle pareti numerose polene di navi, di cui una appartenuta alla nave di Francis Drake, il famoso corsaro. Le altre, ci spiegano, assomigliano alle fattezze dalle numerose amanti del poeta, certamente un modo originale di omaggiare la donna amata. Neruda amava le donne, artiste, attrici, intellettuali. Né poteva essere diversamente, considerando che l’amore era la principale musa ispiratrice della sua poesia. Noi non facciamo altro che cambiare schiavitù, collezionare oggetti diventa l’estremo legame con la donna amata non più presente.

Mia dolce di che profumi,

di quale frutto,

di quale stella, di quale foglia?

Vicino alla tua piccola orecchia

o sulla tua fronte mi chino

inchiodo il naso tra i capelli

e il sorriso

cercando, conoscendo

l’origine del tuo aroma:

è dolce, ma non è fiore, non è

il garofano penetrante

o impetuoso aroma di violenti gelsomini,

è qualcosa, è terra,

è aria,

legna o miele,

odore

della luce sulla pelle,

aroma della foglia

dell’albero della vita

con polvere di strada

e freschezza

di ombra mattutina

nelle radici,

odore di pietra e fiume,

ma più simile

a una pesca,

al tiepido pulsare segreto

del sangue,

odore di casa pulita

e di cascata,

fragranza di colomba

e chioma

aroma

della mia mano

che ha percorso la luna

del tuo corpo,

le stelle

della tua pelle stellata,

l’oro

il grano,

il pane del tuo contatto,

e lì nella longitudine

della tua luce folle,

nella tua circonferenza di giara,

nella coppa

negli occhi dei tuoi seni,

tra le tue grandi palpebre

e la tua bocca di schiuma,

in tutto lasciò

lasciò la mia mano

odore d’inchiostro e selva,

sangue e frutti perduti,

fragranza

di pianeti dimenticati,

di pure

carte vegetali

il mio stesso corpo

immerso

nella freschezza del tuo amore, amata,

come in una sorgente

o nel suono di un campanile

lassù

tra l’odore del cielo

e il volo

degli ultimi uccelli

amore,

odore,

parola

della tua pelle, della lingua

della notte nella tua notte,

del giorno nel tuo sguardo.

Dal tuo cuore  sale

il tuo aroma

come dalla terra

la luce fino alla cima del ciliegio:

nella tua pelle io trattengo  il tuo battito

e aspiro

l’onda di luce che sale,

la frutta immersa

nella sua fragranza,

la notte che respiri,

il sangue che percorre

la tua bellezza

fino ad arrivare al bacio

che mi aspetta

sulla tua bocca.

Pablo Neruda

Dopo questa splendida poesia voglio mostrarvi un’ultima immagine, tenuta in serbo per la fine. Una lapide di marmo nero, posta nel giardino di fronte all’oceano, dove abili mani hanno inciso in morbidi caratteri corsivi, i nomi di Matilde Urrutia e Pablo Neruda. Per il poeta l’amore  non finisce con le singole scomparse, perché la sua sostanza continua nel mondo, rappresentata come un lungo fiume, immutabile ed eterno che deborda dalle rive a seconda della passione. Tra le miriadi di cose che sono e sono state, queste due persone sono state, e sono, residui minerali sospinti dal fiume dell’Amore su una spiaggia solitaria dell’Oceano dove le onde le rimpastano in frammenti.

La mente si libra sulle ali della poesia e scende in picchiata a sfiorare
le onde dell’oceano lambendone la schiuma aspirandone il profumo e
ritorna in questo splendido giardino e nel silenzio si ode…un
frullare di anime.  

“y desde entonces soy porque tú eres,

y desde entonces eres, soy y somos,

y por amor seré, seras, seremos.”

LASAGNE A TEHRAN

marzo 31, 2012 § 13 commenti

Racconto Giallo

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La sveglia suona alla solita ora. Ho un attimo di perplessità, non avendo ancora scacciato il sonno e con la mente intorpidita. Oggi è festa, accidenti non ho scollegato la sveglia; mi rimetto in posizione cercando di ritrovare il sonno ed il filo dei sogni.

Mi rigiro,ma il sonno non arriva. Dalla finestra entra un fiotto di luce che si fa sempre più intenso,i rumori non sono i soliti ,vi è una strana pace, la città si è svuotata, la megalopoli respira, nelle sue vene non scorre il solito traffico caotico, le macchine sono rade, i clacson tacciono, anche i motori sembrano più quieti.

Mi costringo ad alzarmi e mi butto sotto la doccia, mi rado e cerco di riprendere forma, sono le 8.00, una giornata davanti ,non ho fatto programmi, la casa è silenziosa , tutto sembra in una dimensione particolare, dilatata con i contorni sfumati. Mi preparo la colazione, gesti forzatamente lenti come se volessi controllare il tempo. Decido di uscire, di andare a godere di questa mattina luminosa, la città è mia.

Mi vesto e scelgo cose comode, informali, fuori dalla finestra una voce con il megafono ,una frase ripetuta, cerco di capire, c’è un pick-up, un paio di uomini in male arnese, sgomberano ripostigli. Mi ricordo che a casa mia ci sono gli ombrellai che girano per le strade, facendo gli stessi versi.

Esco e nell’atrio incontro il portiere e ci scambiamo la solita sequela di saluti tipicamente iraniana mi rende noto che è festa e perciò niente lavoro,.e già..

La strada è deserta, m’incammino per raggiungere la Valiasar ,la strada metropolitana più lunga del mondo e normalmente una delle più trafficate. Poco più avanti c’è il solito pakistano che con una canna d’acqua lava il tratto di marciapiede di pertinenza del palazzo dove lui ha le mansioni di aiuto portinaio, svolge coscienziosamente il suo lavoro non tralasciando neanche una piccola parte di marciapiede,  io sono costretto a scendere in mezzo alla strada dove si è formato un rigagnolo che corre impetuoso lungo la discesa. Mentre cerco di evitare le pozzanghere ,lui mi saluta e anche lui si sproloquia in una serie di saluti formali ed un tantino ipocriti, per loro è strano che uno straniero risponda in farsi.

Un paio di gazze atterrano una decina di metri davanti me, non ho mai visto tante gazze in nessuna  parte del mondo come a Teheran   ,sostituiscono con le tortore i nostri piccioni, si mettono a beccare un sacchetto e ne estraggono della carta d’alluminio che emette bagliori nel sole, litigano un po’ tra loro finché una non si alza in volo con il suo tesoro nel becco e sparisce tra le fronde degli alberi. Mi fermo a guardare quella rimasta  che con il lungo becco cerca di squarciare alcuni sacchetti di spazzatura , e brutta ,con il corpo di un grigio cupo e la testa nera, occhi che non stanno fermi un attimo ,poi si accorge di me , emette un paio di volte il suo verso sgraziato e vola via e io mi rimetto in cammino.

La Valiasar è praticamente deserta, solo alcune vecchie “peikan” arrancano in salita con i motori eternamente imballati, i pedoni sono rari, guardo verso il parco e vedo che gli irriducibili della ginnastica sono già all’opera.

I negozi sono ancora chiusi, mi dirigo a nord e percorso circa mezzo chilometro arrivo davanti al negozio del vecchio ebreo che vende pezzi di antiquariato e chincaglieria varia, lui è già all’opera e io entro sperando che nell’ora mattutina sia più ben disposto e non come al solito scontroso.

Il vecchio ebreo potrà avere poco più di 80 anni con la classica cuffietta sulla testa e una barbetta ispida, stamattina indossa un gilèt nero su un’ampia camicia e un paio di pantaloni a sbuffo con le immancabili ciabatte . Si muove lentamente cercando di spostare qualche pezzo in un ordine improbabile dato che il caos regna sovrano, tra i vari strati di oggetti come in ere geologiche , guarda e mi riconosce e mi lascia curiosare tra le sue cose .Vi sono molti pezzi di cui non conosco l’uso ne tanto meno se hanno una funzione precisa, qualcuno ha un aspetto piacevole, in un angolo scovo un vecchio lume a olio in ottone con strane scritte in rilievo che mi sembrano in cirillico. Provo la funzionalità del movimento dello stoppino che sembra rispondere alle mie sollecitazioni , il vecchio mi si avvicina e mi porge il classico vetro da porci sopra  e ne ammiro l’effetto, si mi piace, ed ora arriva la parte del prezzo e della trattativa. Il vecchio è un osso duro si regola l’apparecchio acustico e inizia la pantomima, lui è povero e non ci guadagna niente e così via. Io ho imparato le tecniche e dopo una decina di minuti concludiamo con una stretta di mano l’estenuante battaglia ,per poco più di una dozzina di euro mi sono portato via un bel pezzo che farà la sua figura in qualche angolo della mia casa. In questi rapporti di compravendita la base è che chi compera sia soddisfatto e che sia convinto di aver fatto un buon affare e chi vende altrettanto e io ero soddisfatto e il vecchio anche , avevo visto un sorriso sul suo volto.

Attraverso la strada e decido di andare verso il parco, fatti poche decine di metri vengo assalito da un odore penetrante di verdure bollite e altro indecifrabile, trattengo il fiato e sorpasso questo sgabuzzino che vende la sua brodaglia in scodelle dall’aspetto poco invitante, chissà come saranno state lavate, alcune teste di pecora sono in mostra in una bacinella ,per gli iraniani sono una delizia, io non sono neanche mai riuscito ad avvicinarmi .

Mentre ripenso a quella brodaglia nella mia mente si materializza l’immagine di un piatto di lasagne con la besciamella che deborda dai vari strati di pasta e il ragù che rosseggia , ne percepisco il profumo e le mie papille gustative entrano in agitazione e mi sembra di sentirne il gusto, ho l’acquolina in bocca, la mente si satura e si bea della visione , ho come una sensazione di piacere .

In automatico penso alla lista degli ingredienti, è tutto reperibile, cosa ho in casa ,cosa mi manca. La decisione è presa oggi mi esibirò nella preparazione di una teglia fumante di lasagne.

Bene , lasagne prima di tutto poi carne macinata per il ragù e pomodori freschi , latte e farina per la besciamella , sottilette e mozzarelle. I negozi stanno aprendo e riesco velocemente a procurarmi gli ingredienti, manca il prosciutto ,per  motivi religiosi è impossibile trovare salumi con carne di maiale, ne farò a meno

Mi avvio verso casa e la salita si fa dura con le borse della spesa e la lampada a olio , il palazzo ha la tendenza ad allontanarsi quando si percorre questo tratto di strada e sembra che la distanza aumenti invece di diminuire. Finalmente arrivo davanti all’atrio e come al solito i portinaio sta giocando con l’acqua innaffiando le piante e le aiuole spennacchiate, mi si rivolge con i soliti saluti ai quali mi sottraggo con un semplice “Hello” ,ora che ho scelto il menù non vedo l’ora di metterlo in pratica.

Butto le scarpe dove capita e le borse della spesa sul bancone della cucina, una strana euforia mi pervade.

Metto sul gas l’acqua per scottare i pomodori e eliminare la buccia, mi accanisco con un trito di cipolle e carote con un gambo di sedano, quando ritengo che il grado di finezza sia sufficiente preparo un tegame con i bordi alti con olio extravergine e faccio soffriggere il tutto, nel frattempo passo i pomodori “pelati” nel passaverdura ottenendo un composto profumato, la cipolla è imbiondita e butto la carne macinata, facendola rosolare ,aggiungo il pomodoro, un po’ di peperoncino sbriciolato.

Metto il coperchio e  .abbasso il fuoco, ora c’è da aspettare…

Nel frattempo mi do da fare con la besciamella: tre cucchiai di farina in un litro di latte quando raggiunge una certa densità è pronta, riduco la mozzarella a grumi in modo da poterla distribuire, grattugio una buona quantità di grana  e imburro la teglia, tutto è pronto ,solo il ragù ha bisogno di ancora un po’ di tempo.  Assaporo i vari odori e pregusto già il risultato finale.

Normalmente preferisco arrivare e trovare pronto ma qua il cucinare è un modo di impegnare il tempo in maniera costruttiva ,non ci sono impegni impellenti, dopo il lavoro qualsiasi cosa è un modo per spendere il proprio tempo.

Finalmente il ragù ha raggiunto la consistenza richiesta e mi accingo a creare: .uno strato di ragù la pasta un altro strato di ragù besciamella e formaggi e così via fino all’esaurimento della pasta e la teglia è completa  il forno è caldo, metto dentro la teglia e sto in attesa della cottura .

Guardo fuori dalla finestra e noto un capannello di persone che discutono animatamente e non riesco a capire il motivo del contendere, le voci si fanno alte e altre persone si aggiungono, cosa starà succedendo?

Nel frattempo il profumo della cottura esce dal forno e aleggia nell’aria, il mio collega arriva in cucina all’alba del mezzogiorno con gli occhi gonfi di sonno e il naso all’insù cercando di capire di che tipo sia il profumo che aleggia e da cosa provenga ma non essendoci niente sui fornelli è perplesso, mi vede accanto alla finestra e si unisce a me volendo sapere cosa succede, ma non so dargli una spiegazione.

La situazione all’esterno è sempre tesa e vedo tra i partecipanti il nostro portiere e un inquilino brasiliano che abita alcuni piani sopra di noi.

Suona il campanello del timer ed estraggo la teglia fumante, la tavola è già imbandita e mi accingo a preparare le porzioni ,a quel punto suona l’allarme, ci guardiamo attorno disorientati e una voce dal citofono ci dice di scendere fuori dall’atrio, non sapendo bene cosa ci sia in corso scendiamo leggermente preoccupati, scendiamo e ci ritroviamo fuori. Arriva l’amico Fritz uno svizzero che lavora dove lavoriamo noi ma per un’altra compagnia, alcuni colleghi, una congrega di indiani, un paio di brasiliani che lavorano per una compagnia petrolifera. Le chiacchiere si perdono nel vuoto nessuno sa niente, esce il giapponese che lavora in ambasciata  con la moglie e si mette in disparte ..carino ..ha un curioso paio di pantaloncini rossi con dei grossi fiori gialli, parla fittamente con la moglie.

Ecco dall’atrio esce anche la signora di colore che lavora per l’ambasciata dello Zimbabwe, ha gli occhi spiritati e pieni di paura.

Gli appartamenti dello stabile sono venti ed alcuni sono vuoti, praticamente tutti gli inquilini sono qui, non riusciamo a capire il motivo di questo allarme. Mi guardo in giro e vedendo tutte le nazionalità rappresentate in questo piccolo microcosmo mi viene alla mente la torre di Babele…

Finalmente l’allarme cessa, in un appartamento era scattato l’allarme antincendio ma fortunatamente non era niente di grave .

Saliamo al nostro appartamento pregustando quello che ci aspetta, una teglia fumante di lasagne, la porta è aperta ,forse nella concitazione l’abbiamo lasciata aperta, lo sguardo corre al bancone …le lasagne sono sparite……caspita ….andiamo a controllare nelle stanze ,non manca niente

Ritorniamo nel salone ,le lasagne sono proprio sparite ,uno scherzo dei nostri colleghi? Saliamo ed elaboriamo una scusa, ”hai mica una cipolla” ci introduciamo, .ma sul tavolo c’è una pastasciutta …niente ….non è uno scherzo……pensiamo all’amico Fritz …stessa scusa ……niente …….Non ci viene in mente altro, con gli altri non abbiamo confidenza, chi sarà stato? Un giallo, un furto di lasagne. Girovaghiamo per lo stabile, ed ad un certo punto nel seminterrato si sente un vago profumo , insolito per quel -2, regno del portinaio e dove lui abita in una stanzetta.

Apriamo di improvviso la porta ….ecco….il portinaio e i suoi tre figli…intorno al tavolo……

Lui si gira e ci porge la nostra teglia, vuota, hanno fatto sparire il corpo del reato e senza quello il reato non esiste. Senza dire una parola saliamo nel nostro appartamento guardando tristemente la teglia vuota. Ci guardiamo in faccia  e mettiamo sui fornelli una pentola d’acqua, ci faremo una bella carbonara  ma se suona l’allarme ce la mangeremo in strada.

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Yemen , incenso e mirra

marzo 28, 2012 § 22 commenti

L’occasione arriva propizia, alcuni giorni di lavoro in Yemen, sono già alcune settimane che mi trascino in cose di routine e questo è uno stacco, accetto e senza prendere alcuna informazione sul paese mi dedico solo al tipo di lavoro.

Viaggio con scalo a Doha in Qatar, finalmente si sono decisi a rifare il terminal, prima era scandaloso. Alcune ore di attesa e poi in due ore e mezza si arriva a Sana’a. Aeroporto internazionale di altri tempi, coda per il pagamento del visto e oltre la barriera della polizia siamo attesi con i soliti cartelli, siamo in tre , altri tre arriveranno domani, ci vogliono dividere su tre Taxi, solite discussioni e poi decidiamo per due. I dintorni del aeroporto sono squallidi , sembra siano stati sottoposti a un bombardamento. Case parzialmente costruite , altre semidiroccate , baracche con tetti di lamiera arrugginita. Certo ambiente non molto consono come porta di ingresso. Entrati in città mi colpisce il modo di vestire della gente che incontriamo, le donne sono completamente coperte da lunghi pastrani neri e lo chador lascia solo una fessura per gli occhi, gli uomini invece hanno dei lunghi sottanoni che arrivano fino a metà tibia e portano delle giacche . Quello che colpisce che portano tutti un cinturone riccamente lavorato con incastrato un fodero ricurvo che contiene un grande coltello. Molti hanno a tracolla dei fucili mitragliatori e alcuni il fodero con la pistola, la cosa non è molto rassicurante ma ci spiegano che l’uomo per dimostrare la sua virilità deve essere armato, allora quelli che portano il fucile devono essere dei superdotati , strano paese. Arrivati in albergo nella hall vi è un sistema di metal detector e una serie di armadietti dove chi entra deposita le armi e li chiude a chiave , da noi le donne ci mettono la borsetta.

Ci dicono che la Medina è a pochi minuti a piedi e decidiamo di visitarla , tanto dobbiamo aspettare i nostri colleghi che arrivano da Dubai il giorno dopo. La città vecchia ci colpisce con la sua imponenza , è circondata da alte mura ma i palazzi le sovrastano abbondantemente . Notiamo che vi è un gran commercio di rametti di foglie e ogni uomo ne ha un sacchetto dal quale preleva le foglie e se le porta in bocca masticandole e creando una palla che ne deforma la guancia, è il Qat ,una sostanza stupefacente che masticata crea uno stato di benessere e aiuta a superare la fatica. Nello Yemen è legalizzata e praticamente tutti la masticano ma è piuttosto costosa e dato che è una attività che impegna tutto il pomeriggio non da spazio a lavorare. A questo punto ci rendiamo conto di una cosa , non c’è il solito caldo opprimente che caratterizza queste località . La città è circondata da alte montagne e ci troviamo su un altopiano a 2400 mt.s l.m.

Si entra nella Medina da una ampia porta che interrompe le mura, dentro vi è un grande movimento e veniamo attorniati dalla solita turba di mendicanti, leggermente più staccato c’è un ragazzino che cerca di farsi notare cantando “Bella ciao”. Gli chiedo se parla italiano , e lui mi mostra il braccio teso e la mano oscillante , gli faccio segno di avvicinarsi e accetto la sua guida . Lui si occupa di mandare via i questuanti aiutato da un altro ragazzino con il cinturone e il fodero per il coltello ma senza arma. Il ragazzino sostiene di chiamarsi Riccardo, chissà a causa di quale italianizzazione del suo nome arabo, ci guida attraverso le strette vie della Medina ,ci mostra la moschea risalente al 1400, ci racconta dei primi grattacieli del mondo costruiti 500 anni fa, palazzi di circa 10 piani senza uso di cemento o di strutture in ferro, solo pietre e argilla. I palazzi sono di colore rossiccio con fregi bianchi e sono tutti accatastati uno sull’altro. Ci accompagna nel suk, mostra negozi di argenti, la zona del cashmere con le loro pashmine , sciarpe, poi la zona delle spezie con i loro odori forti , incenso e mirra …mirra ,una materia sconosciuta, delle piccole scaglie nere dal forte odore di menta. Ne compero una scatola per tipo pensando al loro utilizzo tenuto conto che il profumo di incenso non è mai stato tra i miei preferiti ma la MIRRA non la avevo mai vista ne tantomeno sentito il profumo ma sicuramente farò contento qualcuno. Ci porta al vecchio caravanserraglio e ci mostra le stanze dove stazionavano i dromedari , poi saliamo le strette scale e troviamo ai vari piani le stanzette dove dormivano i viaggiatori. Arriviamo sul tetto da dove abbiamo sottocchio parte della città vecchia e possiamo apprezzare l’insieme. Dopo un paio d’ore terminiamo il giro e ci riaccompagnano alla porta . Gli allungo 10 $ , lui li guarda e mi dice che sono troppi ma i miei colleghi lo tranquillizzano dicendogli che va bene così.

Partiamo per il nostro lavoro , dobbiamo arrivare fino alla costa del Mar Rosso , ci vengo a prendere con due mezzi un gippone di grossa cilindrata e una grossa Mercedes. Io salgo sul Gippone e l’autista si chiama Aziz, è simpatico e spiaccica qualche parola di inglese e ha una risata contagiosa . Pur essendo già ad una altezza considerevole per lasciare la città ci inoltriamo in salita per arrivare al passo i direzione Nord Est. Attraversiamo villaggi dove la povertà è dipinta sui visi, le macchine si fermano e gli autisti spariscono in un antro ritornando dopo poco con un sacchetto cadauno di Qat dopo avercelo offerto ripartono iniziando a masticare e il viaggio assume un qualcosa di indefinito. Strada con tornanti uno dopo l’altro , con viste mozzafiato  , autisti che staccano la mano dal volante per prendere le foglie e mettersele in bocca , bere acqua per inumidire la palla di foglie , fumare , parlare al telefonino che suona incessante , sorpassi al limite , frenate violente , code dietro a vecchi camion che arrancano lentissimi su ripide salite, scatti violenti, pecore che attraversano la strada, dromedari che brucano ai bordi della strada.

Ogni pochi chilometri ci fermano posti di blocco di gente armata in divisa, chiedono dove siamo diretti , di dove siamo , vogliono vedere i permessi. Certi sono giovanissimi e mostrano i fucili mitragliatori come se fossero trofei. La strada è un continuo saliscendi tre rupi e abissi , la cosa che colpisce di più sono i terrazzamenti che nel corso dei secoli hanno strappato piccoli campi di terra coltivabile erigendo muretti di pietre e portando la terra con ceste fissate sul dorso di asinelli che sono di una taglia veramente piccola e fanno una certa impressione a vederli così carichi. La strada si snoda tortuosa spalancandosi ad abissi, aggirando rupi maestose sulle quali si ergono palazzi di pietra  a vari piani. Probabilmente il fatto di doversi ritagliare degli spazi di piano per poter costruire ,li hanno portati a sviluppare le costruzioni in altezza. Infatti si ha notizia dei primi grattacieli eretti nello Yemen che risalgono a circa 500 anni fa , palazzi di 10 piani e più costruiti senza l’uso di calcestruzzo o acciaio , solo pietre e argilla. Il fuoristrada si inerpica su stretti tornanti si lancia in discese da paura , tra sterzate , frenate. Risale con accelerate rabbiose. Quasi si ferma dietro a grossi camion sovraccarichi , aspetta il segnale per poter sorpassare e si lancia in accelerate al limite passando in spazi angusti. Proprio in uno di questi momenti , mentre il fuoristrada è a una velocità bassissima dietro a un paio di camion che arrancano lentamente tagliando i tornanti, vengo rapito dal volo di un falco , ha le ali aperte , maestoso. Le penne sono lucide , le due penne che pendono dalle ali ondeggiano leggermente . La corrente ascensionale gli permette di scendere lentamente e con la vista acuta scruta il suolo. La mia mente si trasferisce e volo al suo fianco, scivolo lentamente sull’onda dell’aria , sento il rumore del vento che corre lungo le gole , risale i crinali , fa stormire le fronde. Il falco sta scendendo verso le fasce coltivate , improvvisamente si piega e scende ad una velocità fantastica. Cerco di intuirne la direzione , ma la sua rapidità è tale che il mio occhio si perde, improvvisamente apre le ali per frenare e con le zampe sfiora il terreno e riparte in velocità. Stringe qualcosa tra gli artigli, ma proprio in quel momento il driver decide che è il momento di sorpassare, ho un attimo di smarrimento perché avrei voluto vedere la preda , probabilmente un topolino, che un attimo prima stava rosicchiando qualcosa e certamente non pensava che lo stava aspettando una fine così. Certo il falco ha colpito per fame , nessun animale uccide per diletto, solo l’essere umano ha questa prerogativa.

Mi coglie un pensiero, certo che nella storia dell’evoluzione e del progresso l’uomo ha fatto molta strada ma nell’evoluzione degli istinti non ci discostiamo molto dagli istinti primordiali. Se vediamo molte popolazioni sono ancora allo stato primordiale ma la variazione è solo nella tecnologia o nell’igiene ma per quanto riguarda il pensiero la differenza è minima. Solo la cultura ci differenzia ma neanche quella è una arma efficace e forse solo una evoluzione spirituale potrebbe permetterci di staccarci da certi istinti , forse quando ci renderemo veramente conto che facciamo parte di un tutt’uno  con la natura e con i nostri consimili. Vengo riportato alla realtà da una sterzata violenta per evitare una pecora che si era attardata ad attraversare la strada e la corsa verso il mare prosegue. La strada corre adesso piana in una landa desertica dalla quale spuntano dei pinnacoli di roccia ad interromperne la continuità , il caldo inizia a diventare insopportabile umido , il mare è vicino. La calura rende i contorni poco definiti. Arriviamo ad Hodeida  , città in espansione, con una lunga passeggiata sul mare ma di una imbarazzante desolazione . Il Mar Rosso , in questa parte una delusione, acqua densa , inquinata , non attira la nostra attenzione ma veramente qui non c’è nulla che attiri. Il giorno dopo scendiamo a Sud per circa 300 km ma la costa è lontana , brulla . Il caldo è opprimente e sempre più intenso, l’unica cosa che colpisce è la quantità di arnie per la raccolta del miele che si incontrano ai bordi della strada. La domanda è che tipo di polline raccolgano le api visto che l’area è desertica e si intravedono solo arbusti disseminati.

Qui l’uso dei dromedari è intenso , se ne vedono legati in lunghe file , carichi . Alcuni sono carichi di arbusti secchi altri di taniche , probabilmente piene di acqua.

La povertà dei villaggi che si incontrano lungo la strada è evidente e ogni villaggio ha il suo mercato dove si vedono in vendita i prodotti della terra , è il momento delle patate e grossi mucchi sono in esposizione.

Sono contento di questo viaggio , un altro tassello dal quale cogliere quelle sfumature che ci rendono diversi che integrano nella nostra mente quella conoscenza che ci porta alla tolleranza delle differenze.

Le nuove impressioni di questo viaggio

sono come le nuvole che ho visto,

le montagne che ho attraversato

la gente che ho incontrato 

Tante volte stavo per piangere

e tante volte ho riso di gioia


Karachi

marzo 27, 2012 § 25 commenti

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Una megalopoli senza cartoline manca il Pakistan Illustrato.

“Non ci sono cartoline, inutile cercarle”. Karachi è anche questo. Una megalopoli di circa 16 milioni di abitanti, principale porto e approdo commerciale del Pakistan che del turismo non sa che farsene. E allora, niente cartoline, magari un tappeto, un oggetto lavorato in legno o in argento, ma niente cartoline.

Puoi trovare ogni tipo di arma , ogni tipo di brutto falso, le paschmine made in China, ogni tipo di malattia, di deformazione fisica, ma niente cartoline.

Forse puoi portarti a casa un piccola atomica tascabile ma niente cartoline.

Karachi è una città che non dorme mai, come Hong Kong, New York, Pechino. In ogni momento della giornata e’ possibile muoversi salendo al volo su un vecchio e coloratissimo bus Bedford, a bordo di un vibrante motorisciò, chiamando uno sgangherato e maleodorante taxi. Lo stesso vale per il cibo. Per le strade di Karachi c’è sempre qualcuno che cucina e qualcun altro che mangia, ovviamente piccante.

Non ci sono cartoline ma di fianco alle sedi della mezzaluna rossa ci sono delle porte girevoli con una cassa applicata dove mettono i bambini indesiderati invece di gettarli nelle discariche.

Dall’alto, famelici corvi e giganteschi avvoltoi osservano volteggiando in cielo, planando tra le fogne ‘open space’ ai bordi delle strade, tra i cumuli di immondizia, sulle discariche di quartiere a forma di piramide. Corvi e avvoltoi sono l’altra parte della popolazione di Karachi. C’è anche un luogo qui che ricorda molto l’India e Mumbay (Bombay): le torri del silenzio zoroastriane, punto di riferimento per i parsi, i seguaci della religione zoroastriana. In cima, secondo la tradizione, vengono esposti i defunti che finiscono in pasto agli avvoltoi. Solo ai parsi è concesso varcare i cancelli.

Gli oggetti più chiesti agli occidentali, soprattutto da quelli che a Karachi vivono alla giornata, sono gli accendini a gas e le prese da corrente multiple, popolarmente dette ‘ciabatte’ in italiano. Vanno a ruba.

La città senza cartoline sogna un futuro modello Dubai, la città degli Emirati Arabi Uniti che dal capoluogo del Sindh si può raggiungere in aereo in poco più di un’ora sorvolando il Mare Arabico. Negli ultimi dieci anni a Karachi sono spuntati decine di centri commerciali all’occidentale. Palazzi enormi diventati il nuovo luogo di ritrovo per chi ha qualche rupia in più in tasca. Sono nati soprattutto nella zona di Clifton Beach, in qualche modo la zona residenziale di Karachi e dove solitamente la gente si raccoglie nei parchi di fronte alla spiaggia.

Il mare di Karachi è come la sua cartolina: non c’è. E’ talmente inquinato dagli scarichi delle navi e dagli stessi scarichi della città che farci il bagno è come tentare il suicidio.

Ma quello che di Karachi ti resta dentro più di ogni altra cosa è il suo odore, sono i suoi odori: di pesce marcio al porto, di sangue animale al bazar, di fogna per le strade, di frizioni bruciate nel traffico, di curry e melograno nelle case, di sudore sui bus, di rosa quando incroci una donna col velo, di polvere e di sabbia ovunque ti trovi.

Dove sono?

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